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Full text of "Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (18-22 marzo 1848)"

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RICORDI 

INTORNO ALLE 

INOUE GIORNA 



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DI MILANO 

(18-22 Marzo 1848) 

DI 

LITIGI-I TORELLI 

Senatore del Regno 
SECONDA EDIZIONE 

L'AGGIUNTA DELLA RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE 

DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA 

E DELLA DESCRIZIONE DEL 5 AGOSTO 1848 IN MILANO. 







MILANO 



FRATELLI DUMOLARD 

Co, -so Viti. F.man. r 21 
1884. 



RICORDI 



INTORNO ALLE 



CINQUE GIORNATE 

MILANO. 



RICORDI 



INTORNO ALLE 



CINQUE GIORNATE 

DI MILANO 

(18-22 Marzo 1848) 

DI 

LITIO-I TORELLI 

Senatore del Regno 



SECONDA EDIZIONE 

con l'aggiunta della ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza 

e della descrizione del 5 agosto 1848 in Milano* 




MILANO 



FRATELLI DUMOLARD 

Corso Vitt. Eman., 21 



Milano, 1885. — Tip. Golio, via S. Pietro all'Orto, 23. 






OTlllllllllllllllllllllllllllllllllllllllHIP 



INDICE 



Prefazione alla seconda edizione Pag. i 

Prefazione alla prima edizione » 5 

Capitolo I. — Cenni intorno alle cause che prepararono la 
rivoluzione — Cause generali comuni agli altri paesi d'Eu- 
ropa, cause italiane e cause speciali locali .... » 17 

Capitolo IL — Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — 
Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni 
in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo 
lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di mar- 
zo 1 848 » 40 

Capitolo III. — Annuncio delle concessioni del Governo 
austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Mi- 
lano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre 
concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo 
atto di ostilità — Milano si copre di barricate . . » 51 

Capitolo IV. — Il mattino del 19 marzo — L'autore è seque- 
strato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla 
barricata di S. Babila — Combattimento e morte del gio- 
vine Broggi — L' autore si reca alla provvisoria resi- 
denza del Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli » 69 

Capitolo V. — L'autore con Augusto Anfossi, capo dei com- 
battenti, si recano al Comando Generale nella via di Brera 
per intimare la resa ad un battaglione di Ungheresi, ma 
senza frutto — Alla sera del 19 V autore è chiamato a 
giudicare uno scritto del vice Presidente O' Donell, rite- 
nuto prigioniero in casa Taverna, sede del Municipio — 
Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed il 
Duomo ; l' autore reca la prima bandiera tricolore sul 
Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo Prov- 
visorio » 88 



480899 



VI INDICE. 

Capitolo VI. — La sera del 20 marzo l'Anfossi coir autore 
e con tre altri combattenti, si recano sul campanile di 
S. Bartolomeo — È instituito un Comitato di difesa, e 
l'autore è chiamato a farne parte come Capo delle pat- 
tuglie ; sue osservazioni in contrario ; sua accettazione — 
Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo . -Pag. 106 

Capitolo VII. — Proposta della sospensione delle ostilità, 
fatta da Radetzki; si chiama a Consiglio il Comitato di 
Guerra e quello di Difesa — Viene respinta — Spedi- 
zione dell'autore per mettere a dovere la direttrice dello 
stabilimento d'educazione di S. Filippo — Sua visita allo 
stabilimento Castiglioni » 120 

Capitolo Vili. — La presa del Genio — Morte d'Augusto 
Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso 
dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tenta- 
tivo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di 
nuovo nella notte stessa — - Essi abbandonano anche il 
Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome 
del Governo » 130 

Capitolo IX. — Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — 
Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di pren- 
dere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila 
lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un ne- 
goziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa 
— Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne 
per tale scopo. — • Progetto d'una sorpresa a S. Eustor- 
gio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore 
si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella 
Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese ; sua av- 
ventura colà » 146 

Capitolo X. — I Tedeschi abbandonano Milano nella notte 
dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si 
continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo 
postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo 
Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo 
dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spe- 
dito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio 
e del Tonale. — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio 
ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano . ...» 160 

Capitolo XI. — L' autore riferisce al Governo Provvisorio 
T esito della sua missione — Grandi esequie pei morti 
delle Cinque Giornate, celebrate nel Duomo il 3 aprile — 
Il colonnello del Genio, Miani, fornisce all'autore lo schia- 
rimento intorno ai Tedeschi che entrarono nel Genio 
nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora quell'av- 
venimento, che era sempre stato per lui un enigma » 177 



INDICE. VII 

Capitolo XII. — Narrazione particolareggiata dell'avveni- 
mento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina 
del 21 marzo Pag. 188 

Capitolo XIII. — L'autore entra in alcuni particolari in- 
torno alle condizioni di Milano durante le Cinque Gior- 
nate rapporto alla circolazione, al vitto, alla sicurezza, 
non che intorno al contegno del bel sesso ...» 196 

Capitolo XIV. — Tratta dei millantatori e di reduci dei vo- 
lontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo ; cita il 
preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco. — Narra un 
fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano. — Tentativo 
del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio » 209 

Capitolo XV. — Dello spirito pubblico che dominò in Mi- 
lano ed in tutta la Lombardia nei primi due mesi — 
Esercito delle Alpi — La divisione lombarda e Luciano 
Manara — Combattimento di Goito dell'8 aprile — En- 
tusiasmo generale — La leva — Nuova missione nella 
Valtellina data dai Governo Provvisorio all'autore — Ple- 
biscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad as- 
soggettarsi a sacrifici » 219 

Capitolo XVI. — L' orizzonte s' intorbida — Avvenimenti di 
Napoli — Il Re delle due Sicilie ed il Papa ritirano le 
truppe — L'autore va al campo ed entra nelP esercito 
sardo — Descrizione intorno alla parte presa dal clero 
lombardo negli avvenimenti del 1848 ed influenza eser- 
citata da Pio IX 229 

Capitolo XVII. Conclusione. — L'autore entrain alcuni par- 
ticolari intorno all' andamento attuale della cosa pubblica 
— Crede che il rimedio debba venire da una maggiore 
attività da parte dei cittadini indipendenti per mezzi e 
posizione sociale — Cita l'esempio dei grandi uomini che 
contava Milano nella fine del secolo passato — Tocca 
delle grandi questioni sociali che minacciano la civiltà e 
chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi occu- 
pare un po' più degli affari pubblici » 246 



AGGIUNTE ALLA SECONDA EDIZIONE 



RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE 

DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA. 

Capitolo XVIII. — Corrispondenze intercettate — Piano dei 
nemici di dividere 1' esercito piemontese — Il quartier 
generale viene trasferito a Marmirolo — Battaglia di 



Vili INDICE. 

Staffale — Battaglia di Custoza — Ritirata su Goito — 
Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — Deputazione 
inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale 

Hess Tag. 269- 

Capitolo XIX. — Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si 
riprende la ritirata «*- Sofferenze dei soldati — Buone 
disposizioni dei Comitati — Episodio di Codogno — Fatto 
d' armi di Cremona — Difesa della linea dell' Adda — 
Il general Sommariva si ritira su Piacenza — Episodio 
di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Milano — 
Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale 
viene stabilito in Casa Greppi — Il mattino del 5 agosto 
l'autore si reca al quartier generale — Ostacoli che in- 
contra presso il palazzo Greppi — Ivi apprende l'armi- 
stizio conchiuso nella notte — Una deputazione di cit- 
tadini si presenta al re Carlo Alberto — Sua deliberazione 
di difendere Milano — . L'autore è incaricato di stendere 
il Manifesto — Effetto che produce la sua pubblicazione — 
Impossibilità della difesa dimostrata dai Capi di Corpo — 
Il podestà Bassi viene per far presente i pericoli d' una 
ripresa d'ostilità — Il re Carlo Alberto si rassegna e fa 
riprendere le trattative per l'armistizio — Scene avanti 
il palazzo Greppi — L'autore sorte a notte avanzata per 
liberare il Re conducendo due battaglioni delle Guardie 
accampate fuori Porta Romana — Il colonnello Alfonso 
La Marmora sorte di sua spontanea volontà e conduce 
da Porta Orientale un battaglione della Brigata Piemonte 
ed una compagnia Bersaglieri e libera il Re — Pochi mi- 
nuti dopo arriva l'autore coi due battaglioni — Ha ordine 
di proteggere quanti ancora si trovano nel palazzo Greppi » 29 5. 



ALLEGATI. 

Allegato I. — La questione della bandiera — Lettera di Luigi 
Torelli — Risposta del Commendator Fava 
— Lettera di Achille Mauri . . .Tag. 335 
» II. — Lettera al Comm. Maurizio Farina, ecc. » 34J 
» III. — Vicende dell' originale del Manifesto 5 ago- 
sto 1848 del re Carlo Alberto in Milano » 349 



IIIIIIHiHIIIIIIItllllllllHllillllllllllllill 



PREFAZIONE 

ALLA SECONDA EDIZIONE 



Questa seconda edizione (1) si presenta 
aumentata di alcuni particolari intorno alla 
ritirata deir esercito piemontese dopo la 
battaglia di Custoza del 25 luglio 1848 ed 
alla terribile giornata del 5 agosto suc- 
cessivo in Milano. 

Il periodo storico che comincia colla di- 
chiarazione di guerra del 23 marzo 1848 
del Re di Sardegna all'Imperatore d'Au- 
stria e termina coir armistizio di Milano 



-,(1) La prima data dal 1876. — Milano, Ulrico Hoepli. 

Ricordi, ecc. 



PREFAZIONE 



del 6 agosto detto anno, è fra i più inte- 
ressanti nella serie complessiva delle cam- 
pagne per T indipendenza italiana i cui 
estremi sono il già menzionato 23 marzo 
1848 ed il 20 settembre 1870. 

Il primo periodo si suddivide alla sua 
volta, in due ben distinte fasi; l'una com- 
prende i giorni fausti di successi e liete 
speranze, l'altra, i giorni di sventura, i 
giorni di scoraggiamento; di dolore. 

I ricordi intorno alle Cinque Giornate 
di Milano rischiarano, ossia tendono a ri- 
schiarare l'avvenimento principale del pe- 
riodo felice e quello che narrai, poco di 
certo, quello è vero, non teme contraddi- 
zione. 

Queste aggiunte risguardano il periodo 
di dolore. 

Ciò che narro è avvenuto sotto i miei 
occhi, e posso garantire con piena sicu- 
rezza. 

Limitato entro questi confini non può 
esser molto, ma quello che è, sia pur poco 



ALLA SECONDA EDIZIONE. 



è scrupolosamente vero, il futuro storico 
può prenderlo come buon materiale. 

Ho voluto aggiungere una breve ap- 
pendice che potrà sembrare a taluno forse 
un po' troppo personale, relativa alle vi- 
cende del Manifesto del 5 agosto del Re 
Carlo Alberto, ma si conceda qualcosa 
anche ad un uomo che in quella terribile 
giornata, fu posto a durissime prove e 
sentì grave il peso della pubblica sventura. 

Torino, il 24 giugno 1883. 

Luigi Torelli. 



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PREFAZIONE 

DELLA PRIMA EDIZIONE 



La sollevazione di Milano del 1848, che 
la storia ha consacrato sotto il nome delle 
Cinque Giornate, fu uno degli avveni- 
menti più importanti di quell'anno sì me- 
morabile, tanto pel fatto in sé stesso, 
quanto per le sue conseguenze. Ventisette 
anni (,) sono decorsi da quello, e molti di 
coloro che furono attori principali in quel 
terribile dramma , sono scomparsi dalla 
scena. Frattanto una generazione intera è 



(1) Dall'epoca della prima edizione, ossia dal 1875. — I Ora 
converrebbe dire 36 anni. 



PREFAZIONE 



sorta, la quale fu completamente estranea 
a quei fatti e comprende quanti oggi non 
hanno oltrepassato i 35 anni, poiché non 
è certo ad 8 o 9 anni che si possa, non 
che prendervi parte, nemmeno afferrare il 
concetto di siffatti avvenimenti, in guisa 
da potersene chiamare testimonii. Assai 
più ristretto ancora è il numero di coloro 
che furono non solo contemporanei ma 
attori; Funa e l'altra di queste classi va 
assottigliandosi ogni anno per far luogo 
a coloro per i quali quel fatto non è più 
che un ricordo storico, che apprendono dai 
libri o dalla tradizione popolare. 

L'avvenimento stesso poi soggiacque alla 
legge generale dei grandi fatti storici; più 
si allontana l'epoca nella quale ebbero luo- 
go, più ne scompaiono i particolari e se 
ne veggono solo i grandi contorni. Quindi 
esso dovette cedere parte del posto che 
occupava agli avvenimenti successivi , i 
quali reclamarono alla loro volta dalla sto- 
ria di essere collocati anch'essi nel suo gran 
libro. Non pertanto se havvi avvenimento 
che pure meriterebbe di essere conosciuto 
anche ne' suoi particolari più minuti è quello 



DELLA PRIMA EDIZIONE. 



delle Cinque Giornate di Milano, il quale 
fu così straordinario che conserverà sempre 
un'attrattiva speciale per chiunque si diletta 
di particolarità storiche, ma sopratutto pei 
Milanesi. Or si può egli dire che esista 
una storia genuina, scevra di esagerazioni 
od errori? Non lo credo e non è difficile il 
rintracciarne la causa. Un avvenimento è 
tanto più facile ad essere alterato quanto 
più colpisce T immaginazione e giunge inat- 
teso ed inesplicabile. Tale fu per V Europa 
intera l'annuncio della ritirata delle truppe 
austriache dopo la sollevazione di Milano. 
Il fatto non poteva rivocarsi in dubbio , ma 
conveniva spiegarlo. Il generale che co- 
mandava l'esercito austriaco era provetto 
guerriero e godeva fama di valente; l'e- 
sercito poteva ben essere inviso agli Ita- 
liani come istromento di oppressione, ma 
essi e molto meno gli estranei non l'ave- 
vano in conto di poco animoso od inetto 
a combattere; una spiegazione ci voleva 
e pronta; e quindi col primo annuncio, col 
primo spandersi della fama del grande av- 
venimento alla narrazione dei fatti veri si 
mescolarono fatti supposti ed esagerazioni 



PREFAZIONE 



che si ripeterono anche in buona fede e 
spesso ancora nel ripetersi vennero ingran- 
dite. Molti fra gli attori principali già nei 
primi giorni dopo il fatto abbandonarono 
Milano per recarsi a combattere la guerra 
sia come volontari, sia come arruolati nel- 
T esercito sardo e pur troppo molti più 
non tornarono. All'opposto altri che del- 
l' avvenimento volevano trarre vantaggi 
personali magnificarono la parte da loro 
presa, scrivendo o facendo scrivere ogni 
genere di stravaganze. I fogli pubblici di 
Europa erano ancor pieni di simili descri- 
zioni quando sopravvennero i rovesci che 
cambiarono totalmente la scena; i vinti si 
dispersero ai quattro venti ed i vincitori 
non si contentarono di mettere in evidenza 
le esagerazioni, ma negarono anche i fatti 
veri, li spiegarono a modo loro, sì che la 
verità oscurata prima dagli uni, lo fu dap- 
poi anche dagli altri. Per undici anni circa 
il vincitore tenne ancora il campo, e ben 
si comprende come in quel periodo di 
tempo non potessero venir pubblicate sto- 
rie genuine nel luogo stesso che fu teatro 
dei fatti. Fuori di esso, e sopratutto là dove 



DELLA PRIMA EDIZIONE. 



stavano a rifugio gli emigrati, non si mancò 
di rispondere a quelle menzognere pub- 
blicazioni, né furono pochi gli scritti che 
allora comparvero in Piemonte ed altrove ; 
ma la passione domina quegli scritti ; essi 
sono pieni di recriminazioni e di reciproche 
accuse dei diversi partiti politici; la sere- 
nità, la calma che vuole la storia, vi si 
cerca invano. Allorquando poi la fortuna 
delle armi arrise di nuovo alP Italia ed il 
campo d'azione dei fatti del 1848 fu reso 
libero, altri gravissimi avvenimenti occu- 
parono l'attenzione pubblica, circondati dal- 
l'aureola di più durevole vittoria. 

È facile il comprendere da questo com- 
plesso di circostanze come abbia dovuto 
essere difficile che si trovasse uno storico, 
il quale fosse in grado di tessere una ge- 
nuina narrazione che ricordasse uomini e 
fatti meritevoli di memoria ma scevra di 
ogni esagerazione. Eppure, sia permesso 
ripeterlo, l'opera sarebbe veramente me- 
ritoria. Da queste premesse potrebbe forse 
taluno dedurre la conseguenza che io mi 
accinga a colmare la lacuna che ho segna- 
lata ; ma sono ben lontano da tale preten- 



IO PREFAZIONE 



sione; già il titolo di questo mio scritto 
indica che il mio intendimento è assai più 
modesto; esso mira a somministrare ad 
altri qualche elemento di storia. Io voglio 
narrare que' fatti dei quali fui testimonio 
oculare e ad alcuni dei quali ho preso 
parte. Non ammettendo transazione alcuna 
colla verità se dev'essere elemento di sto- 
ria, non assumo la garanzia che di quanto 
posso accertare io stesso. Il campo è molto 
ristretto, ma io non mi sento in grado di 
allargarlo; per quanto può esser accette- 
vole un compenso, spero che se ne tro- 
verà uno nella certezza che quanto qui si 
narra è vero; e la verità ha tale potenza 
che rende buoni anche gli scritti mediocri, 
come la mancanza di tal qualità non re- 
dime quelli che solo vogliono accreditarsi 
colla ricercatezza delle frasi o le lusinghe 
dello stile. Un fatto alterato non è più 
che la caricatura del fatto e la storia se- 
vera lo ha per un insulto. Come potrei 
con tali principi assumere la garanzia di 
narrazioni di fatti già esposti diversamente 
dagli uni o dagli altri, mancandomi gli 
elementi per esser giudice? Non volendo 



DELLA PRIMA EDIZIONE. II 

correre il pericolo di errare conviene che 
mi restringa nel campo limitato di quanto 
posso dire senza tema di fondata contrad- 
dizione. 

Ma perchè mai, si potrebbe chiedere, 
avete aspettato ventisette anni a narrare 
cotesti fatti? Non è egli possibile che sì 
lungo spazio di tempo abbia affievolita 
la vostra memoria intorno a taluno di 
essi e che , anche non volendo , siate ca- 
duto in errore? 

La dimanda è così giusta e naturale 
che volli prevenirla e rispondervi. 

La parte che avevo preso nel predi- 
sporre gli animi de' miei compaesani al 
tentativo di liberarsi colla forza dalla do- 
minazione straniera e quindi la parte presa 
nella lotta stessa di Milano, mi obbliga- 
rono ad emigrare e mi stabilii a Torino. 
Libero da ogni vincolo obbligatorio non 
fu il tempo che allora siami mancato ma 
la spinta e la volontà. L'esito finale del 1848 
era stato infelice ed io non poteva ram- 
mentare quegli sforzi, quel sangue versato, 
quei sacrifici d'ogni genere che la nazione 
aveva sostenuto, senza un sentimento di 



12 PREFAZIONE 



dolore, perchè erano stati sostenuti in- 
darno. Quando poi gli avvenimenti del 1859 
riaccreditarono anche quelli del 1848, e 
permisero che entrassero essi pure quali 
fattori deir indipendenza d'Italia, allora non 
fui più libero del mio tempo reclamato da 
speciali doveri che mi vincolarono fino 
al 1866. Ora avvenne che trovandomi io 
a Milano nei primi mesi di detto anno, 
volli rivedere i luoghi ove erano seguiti 
alcuni fatti ai quali io avevo preso parte. 
Non posso esprimere quale fu la mia sor- 
presa nello scorgere con quanta fedeltà la 
mia memoria aveva conservato quei ri- 
cordi. Alcuni di quei luoghi li aveva ve- 
duti in quell'occasione per la prima volta 
e taluni solo di notte; or bene se in luogo 
di 18 anni da quell'epoca fossero decorsi 
solo 18 giorni, l'impressione non poteva 
essere più viva, sì prontamente io lì rico- 
nosceva. Fui tentato di ascriverlo ad una 
felicità straordinaria di memoria; ma l'il- 
lusione non durò a lungo, perchè recatomi, 
fra gli altri luoghi sul campanile di S. Bar- 
tolomeo, accompagnato da quel sagrestano 
medesimo che in una certa notte delle cin- 



DELLA PRIMA EDIZIONE. 1 3 

que giornate mi aveva pure seguito co- 
lassù, trovai che rammentava anch'esso 
con tutta precisione ogni anche più mi- 
nuta circostanza, di quanto allora era oc- 
corso, mentre nel resto era proprio un 
vero tipo di sagrestano. Da ciò mi venne 
facile il convincermi che il fenomeno di sì 
fedeli ricordi non deriva già da privile- 
giata memoria, sibbene dalla circostanza 
che gli avvenimenti straordinarii , assor- 
bendo ogni facoltà dell'animo, si imprimono 
con tal forza nella mente da conservar- 
sene fedele e perenne la memoria. Non 
pertanto quella prova era riescita rassi- 
curante e concepii allora l'idea di scrivere 
questi Ricordi. Se non che io non seppi 
rimaner fedele alla determinazione di man- 
tenermi libero da ogni pubblico incarico; 
altro ne accettai che mi tenne vincolato 
fino al 1872, quando finalmente, libero dav- 
vero, diedi seguito alla mia determinazione 
di sei anni addietro. 

" Mi sia però concesso d'invocare il lungo 
tempo decorso come prova del non essere 
stato spinto da vanità. Certo la mia nar- 
razione potrà venir qualificata un brano di 



1 4 PREFAZIONE 



autobiografia, ma se l'amor proprio avesse 
avuto predominio su di me, avrei scritto 
questi Ricordi molti anni prima e quando 
il tempo era tutto a mia disposizione. Ben 
comprendo come Tessermi esclusivamente 
ristretto ai fatti dei quali posso dar gua- 
rentigia sia il lato debole del mio lavoro; 
ma ripeterò ancora, che non ho scritto la 
storia delle Cinque Giornate, ma ho solo 
somministrato alcuni elementi certi ai fu- 
turi storici. 

Non sarà forse inutile, per i pochi al- 
meno che mi leggeranno, che faccia un 
cenno anche del modo col quale io pro- 
cedetti, nel mio lavoro; il che darà ra- 
gione anche di qualche lacuna che vi si 
trova. 

L'ordine cronologico nel quale si sono 
avverati i fatti è quello che io ho seguito, 
ma nell'accertar questo io non ammisi al- 
tro elemento, non volli altro soccorso che 
quello della mia memoria. Una carta to- 
pografica di Milano di quell'epoca, per ri- 
chiamare i nomi di qualche via seconda- 
ria, è tutto il corredo del quale mi sono 
servito. Io avrei potuto interrogare non 



DELLA PRIMA EDIZIONE. IJ 

poche persone di mia conoscenza intorno 
a determinati fatti che non mi parevano 
ben chiari, ma il timore che aggiungen- 
do essi nuove circostanze ch'io più non 
poteva verificare, alterasse in me quella 
norma indeclinabile di non dire che quanto 
rammentava io stesso , fece sì che mi 
astenni da ogni interpellanza, preferendo 
o tacere , o dispensarmi dall' entrare in 
maggiori particolarità. Lo stesso devo dire 
dei nomi delle persone; di molte colle quali 
mi sono incontrato non conobbi mai il nome, 
e di quello d'altre allora conosciuto non 
seppi più risovvenirmi. Ora io ho preferito 
confessare la dimenticanza piuttosto che 
voler tentare di indicare tai nomi dopo 27 
anni, poiché se fossi caduto in errore in- 
torno al nome della persona, potevasi du- 
bitare anche del fatto; infine io ho subor- 
dinato tutto alla condizione che deve cam- 
peggiare nel mio scritto, la verità. 

È più specialmente presso i giovani che 
io vorrei trovar buona accoglienza. L'avi- 
dità di apprendere alcuni particolari di 
quelle memorabili giornate, dimostratami 
da taluni di essi, l'ebbi quale buono au- 



l6 PREFAZIONE DELLA PRIMA EDIZIONE. 

gurio e forse contribuì a farmi risolvere 
a scrivere questi Ricordi. Difficilmente si 
ripetono gli stessi fatti ; ma le passioni 
umane essendo sempre le medesime pos- 
sono generare circostanze egualmente dif- 
ficili; or siccome in quei giorni fu neces- 
sario alla popolazione milanese spiegar 
coraggio, sobbarcarsi a privazioni e sacri- 
fici, e ne uscì con gloria ed onore, è pur 
bene che i posteri abbiano avanti agli oc- 
chi quell'esempio de' loro padri e lo se- 
guano, 

Milano, io novembre 1874. 

L. T. 



.,'., 



CAPITOLO PRIMO 



Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause 
venerali comuni agli altri paesi d'Europa, cause italiane e cause 
speciali locali. 



Il voler dare un' idea della sollevazione di Milano 
del marzo 1848, senza premettere alcuni cenni intorno 
alle cause che la generarono, sarebbe cosa irragione- 
vole, anzi assurda. Un avvenimento così grande non 
poteva aver luogo senza cause o spinte adeguate, ed 
il conoscere queste è indispensabile anche per farsi ra- 
gione dei fatti medesimi ; se non che questa investi- 
gazione preliminare non è cosa facile, e tanto meno 
poi l' assegnare alle diverse cause la parte che loro 
spetta e determinare come s intrecciarono e come 
l'uria reagì sull'altra. Non pertanto è giocoforza inco- 
minciare con simile investigazione, ed io mi studierò 
di venirne a capo colla maggior brevità possibile. 

Credo sia difficile il solo annunciare tutte le cause 
che hanno contribuito a produrre quell'avvenimento, 
ma esaminando l'effetto di ciascuna, credo che si possa 

Ricordi, ecc. 2 



l8 CAPITOLO PRIMO. 



dire che talune furono generali, ossia cause che con- 
viene cercare nello spirito dominante del tempo, non 
già solo in Italia, ma nell'Europa intera; altre possono 
dirsi italiane, altre infine locali. 

Coloro che hanno vissuto in quell'epoca non du- 
reranno fatica a richiamare alla mente quello stato di 
cose, quell' insieme veramente eccezionale, che presentò 
non solo il 1848 ma già prima tutto il 1847. Ad un 
periodo di apparente ristagnamento politico ed al pro- 
gresso regolare ma senza scosse nello sviluppo delle 
idee di libertà ed indipendenza, come nello sviluppo 
delle industrie e del commercio dell' intera Europa, 
che durò una generazione intera, ossia dal 18 15 al 
1845-46, subentrava un altro periodo che doveva com- 
prendere esso pure lo spazio di una generazione, ma 
di un'attività e di un progresso straordinario che si 
svolse su ben altra scala, e dal lato politico e dal ma- 
teriale. 

Per quanto vasto sia il campo della storia che si 
misura a secoli, egli è indubitato che il trentennio 
che passò dal 1843-44 al 1873-74 rimarrà, fra i più 
memorabili nella storia per i grandi mutamenti sociali 
in tutta l'Europa, che cambiarono non solo la sua 
carta politica, ma le relazioni fra popolo e popolo, e 
modificarono usi ed abitudini penetrando da per tutto, 
influendo su tutto. 

È in quel periodo che cade, non già l'invenzione, 
sibbene l'esecuzione delle strade ferrate sopra scala 
grandissima non mai sognata come possibile al prin- 
cipio del periodo medesimo: lo stesso dicasi del tele- 
grafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono 



CAPITOLO PRIMO. 



a ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltipli- 
cazione di forze morali nell' ideare, concretare ed ese- 
guire piani ed opere comuni, nello scrutare e studiare 
le leggi della natura. Alle scoperte della scienza ten- 
nero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle 
arti e nelle industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto 
si mosse, si rimescolò con celerità ignota al passato. 
Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel 
complesso parmi che non si debba dubitarne, ma meno 
d'ogni altro dovrebbe dubitarne un Italiano, poiché in 
questo periodo di tanti rivolgimenti politici e materiali, 
il popolo che alla fine di esso si presenta sulla scena 
coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano. 
— L'Italia indipendente ed una. — Che ciò potesse 
essere, anzi che fosse nel desiderio di molti, ben si 
comprende; ma che sul serio, or sono trent* anni, si 
ritenesse fra le cose di probabile attuazione , non 
havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. — 
Che più? Questo stesso periodo così lungo nella vita 
d'un uomo, così breve nella vita d'un popolo ci pre- 
senta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853 quando 
l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando 
fallito il sublime tentativo del 1848 e morto in lon- 
tano volontario esilio il suo attore principale, l'Italia 
aveva veduto insediarsi di nuovo sui loro troni gli an- 
tichi principi a nulla più intesi che a prevenire i casi 
che li avevano balzati di seggio, o costretti a far con- 
cessioni liberali ai loro popoli ; chi mai, ripeto, avrebbe 
detto in quell'anno che, non sarebbe corso nemmeno 
un decennio e que' principi sarebbero definitivamente 
scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i loro 



20 CAPITOLO PRIMO. 



Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta 
dalla potentissima Austria e un' altra piccola per esten- 
sione, ma grande per importanza, lasciata al Papa per un 
pregiudizio secolare diviso da nazioni intere, della ne- 
cessità, cioè, per la religione cattolica che il suo capo 
sia anche principe temporale ? Stando a ciò che chia- 
masi l'opinione pubblica, a quei giudizi che la molti- 
tudine degli uomini suol pronunciare sull'appoggio dei 
fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe dovuto presen- 
tare minori probabilità per l'unificazione d'Italia, che 
non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sona 
leggi e forze morali che fanno il loro corso e direb- 
besi perfino malgrado i propositi degli uomini. Se 
fu mirabile la soluzione della questione italiana nel 
1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866 
e del 1870, quando non per forza e virtù nostra, ma 
per avvenimenti che si verificarono in terra straniera, 
si potè compiere l'indipendenza o l'unità d'Italia, 
quando così le vittorie come le sconfitte di due grandi 
nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza 
di quelle si sciolse anche la secolare questione dei 
potere temporale del Papa; fatto che a molti parve sì 
grave che durarono fatica a credere nella sua stabilità 
e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non 
fosse più lecito un ragionevole dubbio. 

Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta 
fortuna. Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi 
di ricchi patrimoni facilmente li sciupino, ignari delle 
fatiche che costarono a chi li raccolse, può darsi pure 
il caso di nazioni, che non sappiano valutare o peggio 
anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e 



CAPITOLO PRIMO. 21- 



dèlia libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se 
ognuno che è chiamato a reggere la cosa pubblica in 
grande o piccola sfera tenesse del continuo presente 
lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse 
la dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio 
di dominatori anche nazionali, la maggior parte ben 
peggiori dello straniero! La storia è chiamata a tale 
ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia im- 
parziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la 
missione di questi più che altro è quella di prepararne 
i materiali genuini sì che i posteri, quando saranno 
scomparsi dalla scena tutti gli attori di ogni ordine, 
possano scevri di passione giudicare freddamente degli 
avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero 
parte attiva. 

Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto ; 
ma non che aspirare a far breccia, io vorrei solo mo- 
strare chiaramente il nesso che lega anche il fatto 
dell'insurrezione di Milano alla storia generale dell'e- 
poca; esso fu un episodio della medesima e si può 
descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o 
male assai, se staccare si volesse dall'insieme o spie- 
gare con ragioni eccezionali che non trovano la loro 
soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio che 
conta pagine sublimi; episodio che i rovesci soprav- 
venuti alle armi italiane del 1848 avevano relegato 
fra i fatti degni piuttosto di scusa e di pietà che di 
ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi italo- 
francesi ha rimesso in onore. 

Il principio della nazionalità come base degli Stati 
può dirsi aver fatto tanto più cammino quanto più si 



22 CAPITOLO PRIMO. 



allontanò F epoca del celebre congresso di Vienna 
del 1815, che lo aveva non solo posto in non cale* 
ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di 
Napoleone I era troppo spossata per reagire contro i 
principii messi innanzi e recati in atto dalla così detta 
Santa Alleanza; essa aveva bisogno anzitutto di pace,, 
e quanto a libertà, benché vivessero ancora molti fau- 
tori delle idee proclamate dalla Repubblica francese ,. 
erano queste state stranamente alterate nel concetto 
dei popoli, prima dagli eccessi dell'epoca repubblicana 
e poi dal regime napoleonico glorioso, ma despotico 
in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i nuovi 
dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello 
di Verona del 1822, provocato dai moti d'Italia e di 
Spagna , riconfermarono in modo solenne i principii 
del 18 15 aggiungendovi la sanzione del fatto coli' in- 
tervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa 
Alleanza credettero sul serio d'aver trovato il mezzo 
di frenare il corso degli avvenimenti; sognarono un 
eterno stata quo, assumendo in comune la speciale mis- 
sione di combattere le idee di libertà e nazionalità. Ma 
colla forza materiale non si vincono le idee; qssq 
hanno la loro forza espansiva, e quando sono perve- 
nute a far le loro conquiste morali, allora si trova 
anche la forza che le vuol effettuare, allora comincia 
la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda 
delle vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle ri- 
scosse; ogni fase conta le sue vittime, ma l'idea cam- 
mina e non si ferma finché non trovi una condizione 
di cose che valga a tradurre le idee in fatti. Per quanto 
formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della 



CAPITOLO PRIMO. 2} 



quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per 
quanto severa si esercitasse la censura onde impedire 
che gli scritti intorno ai diritti dei popoli, all'indipen- 
denza ed alla libertà si spargessero, non fu possibile 
l'impedire che quel tema divenisse dominante, allor- 
quando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo 
il congresso di Verona. Non furono certo i sovrani 
collegati che le fecero il buon viso, ma già sì potente 
era 1' opinione pubblica in Europa che non ardirono 
affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la 
propria indipendenza ? Da ogni parte d' Europa si man- 
darono a quei sollevati soccorsi di uomini e di denari; 
non havvi nazione che non conti i suoi morti nei vo- 
lontari che accorsero su quella terra illustrata da sì 
gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece 
scudo a quanti favorivano quell'insurrezione, ma co- 
strinse i governi medesimi a prendervi parte e fra 
questi il russo che pareva il giustiziere della Santa 
Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta 
P impronta della mala volontà de' governi predomi- 
nati dall'idea del pericolo. Si costituì un nuovo Stato, 
un regno di 800,000 abitanti con un debito enormis- 
simo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì che 
la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne 
colà mai risoluta, e fu l'ostacolo principale allo svi- 
luppo che attendevasi da quella nazione. 

Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio 
di libertà ed indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri 
celebrarono la risurrezione della Grecia che veniva a 
prendere posto fra le nazioni rette a governo libero 
e costituzionale, talché consacravansi col fatto ad un 



24 CAPITOLO PRIMO. 



tempo i due principii di indipendenza e libertà. Pocc 
dopo la casa dei Borboni, dominatrice di Francia, atfa 
quale pareva che la libertà vi trasmodasse , si avvisò 
di frenarla, e il tentativo bastò a far rovesciare ia tre 
giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse in 
loro soccorso. Né gli avvenimenti si fermarono k quel 
punto, ma il Belgio, insorto poco dopo contro la do- 
minazione dell'Olanda in nome della propria naziona- 
lità, venne soccorso dalla Francia senza che i sovrani 
che avversavano quel principio tentassero d'impedire 
un sì grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei 
più interessati al felice svolgimento d'ogni idea di na- 
zionalità era il popolo italiano. Quantunque il regno 
di Napoleone I fosse stato breve e despotico , non 
pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa 
per formar valenti soldati, e quella per formar buoni 
amministratori non mancava all' Italia. Dopo il corso 
di più secoli ne' quali il solo popolo piemontese che 
costituiva non più di un quinto della famiglia italiana 
durò sempre ad essere belligero, l' Europa vide truppe 
italiane segnalarsi sui campi di battaglia in Germania, 
in Spagna ed in Russia. L'Italia ebbe il sentimento 
della propria forza e concepì la speranza d'una esi- 
stenza autonoma. allorquando la pace del 1815 rovesciò 
r opera napoleonica e rimise in trono gli antichi so- 
vrani che tosto si accinsero ad annullare ogni ordine, 
ogni provvedimento, che proveniva dal governo ai loro 
occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro fa- 
coltà d' estinguere il nuovo sentimento di libertà ed 
indipendenza, che s'era acceso ne' petti italiani, e che 
ben lungi dall' affievolirsi per le persecuzioni , più si 



CAPITOLO PRIMO. 2$ 



rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi d'un passato 
non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma 
napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un' a- 
gitazione che mise capo ai moti del 182 1 e dopo la 
loro repressione, indi a un decennio, esplose colla sol- 
levazione delle Romagne del 183 1. Come venisse sof- 
focato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà 
però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani ac- 
corsi sotto la bandiera de' sollevati, si contassero due 
giovani principi, figli di Luigi Bonaparte, già re d'O- 
landa e della regina Ortensia; i fratelli Carlo Napo- 
leone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccom- 
beva a un'infiammazione per eccesso di insolite fati- 
che a Forlì il 17 marzo 183 1; il secondo era riser- 
vato a ricomparir sulla scena non dell'Italia sola, ma 
dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straor- 
dinaria fortuna e potenza e di non meno straordinaria 
sventura. 

Ai moti infelici del 183 1 subentrò una calma ap- 
parente in rispetto a nuovi tentativi a mano armata, 
ma più intenso invece e più generale divenne il la- 
voro di diffusione delle idee di libertà e di indipen- 
denza per mezzo della stampa, che assunse il carattere 
d'una vera propaganda. Sotto tale rapporto non vuoisi 
passar sotto silenzio un cambiamento essenziale che 
potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio avviso, con- 
tribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cam- 
biamento fu l'abbandono della via delle congiure per 
entrare in quella d'una lotta a viso aperto, dacché man 
mano si procacciò d' infondere nelle masse il senti- 
mento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese 



2 6 CAPITOLO PRIMO. 



dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse 
fare appello alla forza, il giorno nel quale si sarebbe 
chiesto ai concittadini sangue e sostanze, li trovasse 
ben informati e già caldi per la causa nazionale. Non 
è mio scopo l'entrar qui in particolarità di citazioni, 
ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di 
Cesare Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente 
quella via colla sua opera Le Sperante d'Italia. Quel 
libro mostrò a tutti quelli che tenevano dietro alla 
questione della redenzione dell'Italia, quanto cammino 
essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia 
dal 1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era 
già a quell'epoca il Balbo, appartenente all'alta aristo- 
crazia del Piemonte, stampa nella capitale ( r ) di quello 
Stato un' opera nella quale si discute pacatamente la 
probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi, 
la possibilità che l'Italia possa ricuperare la propria 
indipendenza. Evidentemente una grande modificazione 
doveva già essere avvenuta nello spirito dello stesso 
governo, e siccome allora il governo si identificava colla 
persona del sovrano, era impossibile che questi igno- 
rasse quella pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel 
sovrano, benché solo di piccolo Stato, disponeva di un 
esercito nazionale e sebbene le gloriose tradizioni mi- 
litari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro, erano 
tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola 
di gloria l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso 



(1) La prima edizione dell'opera del Balbo Le Sperante d'Italia venne stampata a 
Torino, ma senza che venisse indicata quella città; sul frontispizio eravi la parola 
In Italia... 



CAPITOLO PRIMO. 27 



popolo e guidato allora, come per lo addietro, in gran 
parte dall'aristocrazia del paese, l'unica in tutta Italia 
che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire quanto 
ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla 
storia avevano appreso come un governo potente non 
abbandoni un paese soggetto che costretto dalla forza 
e quindi sul campo di battaglia, ove hanno principio 
e fine le dominazioni straniere. Le speranze non po- 
tevano più dirsi aeree; non si trattava più di disegni 
preparati da pochi nel silenzio che scoppiando ad un 
tratto sorprendono le popolazioni le quali chiedono 
attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad 
eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblica- 
mente discussi fra tutte le classi dei cittadini, di di- 
segni che conducevano per retta conseguenza alla 
guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra com- 
battuta con tutti gli espedienti della strategia e della 
tattica. Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma 
come il coraggio genera coraggio, quella discussione 
pubblica sì libera, sì nuova, portava ia sé qualcosa 
della natura di un buon successo ed esaltava gli animi. 
Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipen- 
denza, perchè di là dovevasi pur cominciare per giun- 
gere alla libertà, di questa con eguale franchezza par- 
lavasi contemporaneamente presso le altre nazioni. Un 
nuovo spirito aveva invaso 1' Europa. In Germania si 
discuteva la necessità del governo costituzionale, più 
tardi se ne discusse pubblicamente nell'Austria stessa;, 
in Boemia, in Ungheria, si parlava di autonomia dei 
singoli regni; si richiamavano alla memoria mercè 
storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi,. 



28 CAPITOLO PRIMO. 



se non di libertà, almeno di indipendenza, e tutti que- 
gli scritti spingevano verso una meta che non potevasi 
raggiungere se non a traverso di conflitti sanguinosi. 
Per quanto grande dovesse parere agli uomini del 
freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che sta- 
vano a disposizione dei governi i quali non solo non 
intendevano di accettare quelle mutazioni, ma aperta- 
mente le combattevano; non pertanto lo spettacolo di 
quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver 
pure un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine 
anche in Austria più d'un freddo ragionatore si trovò 
ridotto a dire: quello che vogliono gli Italiani è quello 
che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la li- 
bertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, né al- 
trimenti si pensa in Germania. In effetto un medesimo 
spirito prevaleva nell'Europa intera; un paese incal- 
zava l'altro; una nuova atmosfera involgeva tutti. Tale 
era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in 
Italia avvenne un fatto importantissimo che diede al 
corso degli avvenimenti un nuovo impulso, di guisa 
che se prima poteva dirsi che s'andasse a passo acce- 
lerato, questo si cambiò in un vero passo di carica. 
Quel fiuto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontifì- 
cio e l'immediato cambiamento nella politica del suo 
governo. 

Poco meno d'una generazione intera ci separa ora 
da quell'epoca memorabile; la gioventù d'oggi nella 
massima parte non ha sentito parlare di Pio IX che 
come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto chi 
lo difende; però non solo la storia conserva le più 
irrefragabili prove eh' egli sulle prime non fu d' Italia 



CAPITOLO PRIMO. 29 



nemico, ma ad attestarlo sopravvivono ancora, benché 
scemati assai di numero, quelli che erano giovani al- 
lora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e 
si contano a migliaia fra le popolazioni italiane. 

I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli 
amici quanto i nemici delle idee di indipendenza e di 
libertà; nessuno si attendeva vederlo camminare così 
risolutamente una via cotanto opposta a quella de' suoi 
antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e 
tosto eseguita provocò verso di lui un impeto di am- 
mirazione e di entusiasmo che toccava al delirio. Non 
vi è penna che sia capace di esprimere lo stato mo- 
rale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846 
a tutto il 1847. Un Papa liberale! Un Papa che desi- 
derava T indipendenza d' Italia ! Ad aumentare l' entu- 
siasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto 
nell'opera del celebre Gioberti: II primato morale e ci- 
vile degli Italiani, che voleva fare del Sommo Ponte- 
fice il paciere universale, Pio IX comparso poco dopo 
sulla scena parve avverare il vaticinio. Il clero, che 
sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori 
dell' idea dell' indipendenza, si vide fatto Segno di di- 
mostrazioni di simpatia, sicché coloro che prima si 
erano tenuti neutrali si decisero; i caldi divennero cal- 
dissimi. Il clero posto nel mezzo fra la classe educata 
ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il clero col 
libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni 
del coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a 
rendere popolare il concetto dell'Italia padrona di sé: 
il che in Lombardia e nel Veneto si traduceva anche 
per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di senso 



30 CAPITOLO PRIMO. 



comune, nel concetto d'una lotta coli' Austria. Dell'en- 
tusiasmo nelle altre parti dell'Italia non posso parlare 
che riferendomi alle relazioni, agli scritti, agli indirizzi 
d'ogni genere e d'ogni classe che venivano pubblicati, 
e che tutti concordavano nel rappresentare il grado 
sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia. 

Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero, 
sopratutto col basso clero. Arrivare alla meta senza 
scosse, per quanto riguarda le credenze religiose, senza 
l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna che 
nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giu- 
stificato era quell'entusiasmo anche agli occhi degli 
nomini più serii e più pacati. Infine il nome di Pio IX 
divenne sinonimo di libertà ed indipendenza ; il suo 
ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a cen- 
tinaia di mille esemplari; si portava in foggia di spil- 
lone sul petto dagli uomini e sui braccialetti dalle 
•donne; ve n'erano di quelli contornati da diamanti 
del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli 
del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto 
Viva Pio IX si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni 
giorno si narrava un nuovo aneddoto per provare e 
confermare i di lui sentimenti liberali, e siccome già 
sape vasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere 
del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta 
questa o quella difficoltà, superato questo o quell'osta- 
colo ; insomma Pio IX fu trasformato in un vero ente 
simbolico, in un mito. 

Se gli amici dell' indipendenza d' Italia erano stati 
sorpresi nel senso del vedersi sorretti da un aiuto co- 
tanto inaspettato, i nemici naturali di tutte le innova- 



CAPITOLO PRIMO. 3* 



zioni non erano stati sorpresi meno. li primo e più 
potente fra questi era il governo austriaco, pel quale 
il Papa veniva ad aggravare una condizione di cose già 
complicata. Non poteva, esso chiamar nuovo lo spirito 
-di libertà e le aspirazioni all'indipendenza de' suoi po- 
poli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa 
parte, perchè contemporaneamente si addensava in Boe- 
mia ed in Ungheria. Non era una forza materiale che 
poteva aggiungere il Papa, ma una forza morale di 
grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Au- 
stria rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847 
passò in mezzo ad una grande ansietà, sia da parte delle 
popolazioni, sia da parte del governo ; la cui incer- 
tezza si tradì più volte in ordini e contr' ordini fra 
loro repugnanti. ■ Prevedendo vicino uno scoppio esso 
pensò ad aumentare la forza materiale e chiamò i con- 
tingenti sotto le armi; cercò opporre zelo a zelo, fa- 
cendo dal suo canto appello alla solerzia dei propri 
amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi 
contro i perturbatori e i riottosi, eh' erano le espres- 
sioni con cui si qualificavano i novatori politici; ma 
quelle disposizioni medesime non facevano che accen- 
dere maggiormente il fuoco, tanto più che le minaccie 
non erano seguite che eccezionalmente da fatti e la 
titubanza era manifesta. Come avviene sempre in simili 
casi, lo zelo di taluno degli esecutori andò oltre, ed 
ecco sorgere autorità municipali che con linguaggio ri- 
spettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo 
ed insolito, denunciano apertamente gli abusi degli 
agenti governativi ; indi corpi rispettabili, come le De- 
putazioni Provinciali che esprimono il desiderio di ri- 



3 2 CAPITOLO PRIMO. 



forme liberali, e per ultimo la Congregazione Centrale 
che in nome del paese invoca del pari liberali riforme. 

Ma, non era solo la questione interna ossia quella 
fra il governo ed i sudditi eh* aveva fatto cammino; 
un progresso eguale e forse maggiore l'aveva fatto 
una questione esterna, ossia una questione insorta fra 
il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847 
il re Carlo Alberto aveva promulgato riforme liberali 
nella sua amministrazione, e già non faceva più mi- 
stero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si sa- 
rebbe spinto sino a dare una costituzione, benché non 
si illudesse sul pericolo dei conflitti che potevano sor- 
gere col governo austriaco. Il conflitto non tardò a 
verificarsi, e fu non un conflitto a mano armata, ma 
di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra, 
perchè incominciano con note diplomatiche per termi- 
nare col tiro del cannone. 

Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per 
i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta 
alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva 
danno, poiché lo forniva esso colle sue saline del Ti- 
rolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile 
e per rappresaglia duplicò il dazio d' entrata dei vini 
dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva 
ad una proibizione. 

Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai 
suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto 
il procedere dell'Austria, e menzionando quella deter- 
minazione adoperò il termine di rappresaglia. E facile 
l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far 
piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Al- 



CAPITOLO PRIMO. 33 



berto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circo- 
stanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto spro- 
porzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, 
le complicazioni degli avvenimenti che andavano svol- 
gendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, pote- 
vano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un po- 
tente alleato. 

Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò 
nel fatato anno 1848. Il governo austriaco, che più 
non si illudeva sull' attitudine del re Carlo Alberto, 
risolvette procedere con energia contro i fautori delle 
idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qual- 
che prova di rigore che valesse a dimostrare l'impo- 
tenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro 
volta erano invece sempre più risolute a provare quanto 
accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con 
avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro 
modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con di- 
mostrazioni per sé stesse inconcludenti, ma che assu- 
mevano importanza pel significato politico che loro si 
annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la 
dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più 
fumare cominciando dal i° gennaio 1848, non tanto 
nello scopo di far un danno all'erario, che ben me- 
schino sarebbe riuscito, poiché nessuno poteva impedire 
che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo 
di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, 
generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più 
meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto 
vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti 
a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire 

Ricordi, ecc. 3 



34 CAPITOLO PRIMO. 



con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima 
massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, 
e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non 
affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto 
nelle città quanto nelle campagne si cqssò dal fumare 
col i° gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la pa- 
rola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò 
dal suo canto il governo deliberò di prendere argo- 
mento da quella dimostrazione per dare una buona le- 
zione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gen- 
naio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e 
borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a 
due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano 
pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tarda- 
rono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di 
polizia travestite e come era facile a prevedersi, si 
diedero a fischiarle; di che tsst si corrucciarono ed 
invelenirono, onde, com'era nei desidejii, si passò alle 
vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i 
soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali 
menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come 
suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti 
a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano 
in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e 
non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere 
d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi 
un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano 
mandato da Vienna con missione non pubblica, ma di- 
cevasi con quella di riferire fedelmente al governo cen- 
trale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'ir- 
ritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma 



CAPITOLO PRIMO. 3 5 



coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto 
lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione 
utile, poiché mentre i cittadini contavano tanti feriti 
ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse 
riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al 
governo che avevano disapprovata quella misura, fu- 
rono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon 
successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche 
questo è vero, che circa quella provocazione in origine 
censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo 
a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo 
quella fatai sicurezza che si comunicò anche ai capi 
militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe 
osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe 
avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal 
fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacché non 
tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già 
dominava i governanti civili e militari, dei quali non 
pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni 
di più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete 
di vendetta. 

Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante 
e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di 
qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le rias- 
sumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori li- 
bertà pei popoli e dell' ingerenza loro nel maneggio 
della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo 
costituiscono le cause che chiamai generali, perchè co- 
muni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti 
e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti, 
in Italia invece erano in seconda linea al confronto 



36 CAPITALO PRIMO. 



dell'idea dell' indipendenza nazionale, sopratutto nel- 
l'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si compren- 
deva da ogni persona colta e intelligente di materie 
politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della 
libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni 
dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi 
l' italiana. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelli- 
genza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più 
segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri 
paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le locali os- 
sia le speciali per quella città. Poco prima dello scop- 
pio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani 
appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per 
misura di precauzione. E vero che non si torse loro 
un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma 
questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frat- 
tanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; 
ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito 
aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del 
3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più de- 
voti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali 
credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta 
giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause 
si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da 
molti in ogni parte d' Italia, in nessun luogo lo era 
con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei 
massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come 
era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lom- 
bardia; non è a dire poi quale partitone traessero co- 
loro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo 
piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. 



CAPITOLO PRIMO. 37 



Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva 
inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più 
classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti 
la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse 
un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi 
erano persone spaventate dalla terribile lotta da impe- 
gnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad 
una determinazione energica ne seguiva talvolta un'al- 
tra che la temperava; nel complesso però prendeva 
sempre più favore il partito risoluto. 

Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise so- 
lennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo 
passo che dalla sua data stessa trae grande impor- 
tanza, poiché precedette lo scoppio della rivoluzione 
francese. 

Il governo austriaco alla sua volta era entrato in 
una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi 
accennata, *che vedeva sorger nembi da tutte le parti 
del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed av- 
vicendavano partiti di prudenza e partiti di severità; 
si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sen- 
tire alle autorità municipali, che reclamavano contro 
gli arbitri della polizia, che si sarebbero esaminati e 
presi in considerazione i desidera delle popolazioni, 
perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma 
le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, compren- 
devano benissimo quale fosse la causa del linguaggio 
insolito e non vi prestavano fede. 

In tale stato di tensione somma degli animi nel 
quale si trovavano governanti e governati <lel grande 
impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o, 



CAPITOLO PRIMO. 



a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò 
il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica. 

Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma, 
nello stesso tempo il principio del loro scioglimento 
dappoiché si entrò allora in un nuovo periodo, in quello 
dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qua- 
lifica di fatato per i molti e strani avvenimenti che in. 
esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri 
nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo 
Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Sta- 
tuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'en- 
tusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto 
le armi dimostrava come il neonato non si avesse a 
festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con 
preparativi serii di guerra; se non che tale era Ten-. 
tusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che 
ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paven- 
tarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso 
la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni 
molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già 
formato il suo piano d'attacco e designata la città nel 
territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere 
generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popola- 
zione instava per farla finita col regime assoluto e 
chiedeva libere istituzioni. 

Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca 
Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, parti 
con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accom- 
pagnato da un reggimento di granatieri italiani, che 
non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima 
di lui era pure partito il conte Spaur, governatore 



CAPITOLO PRIMO. 39 



della Lombardia, sì che a capo del governo vi era ri- 
masto il vice-presidente conte O'Donnell. 

La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna 
di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano 
presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi 
recarsi, il 18 marzo al palazzo di governo per fare la 
dimanda della libertà di stampa, della guardia nazio- 
nale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili 
franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella de- 
gli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popola- 
zioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra, 
ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti 
avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i me- 
desimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte 
sulla medesima via, senza alcun speciale accordo. 

Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo 
affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini 
che sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi, 
popoli institu^ioni liberali e convocava i rappresentanti dei 
diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro. 

Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere 
pirico del quale era pregna l'atmosfera. Vienna, sì 
disse, e in rivoluzione. Il popolo stesso, la moltitudine 
dei cittadini, che due anni prima era ancor completa- 
mente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare 
di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di 
educazione politica e comprese, come non era possibile 
che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il po- 
polo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del 
fatto, moltissimi sorsero a dire: Se tanto si fa dai Vien- 
nesi, come staremo noi tranquilli? 



CAPITOLO SECONDO 



Condizioni dell' autore — Sua indipendenza — ' Suo viaggio poli- 
tico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive 
i Pensieri siili' Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in 
Piemonte ai primi di marzo 1848. 



Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello 
scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi 
dirò indispensabile, il premettere questi cenni poiché 
essi danno la spiegazione dei fatti, e specialmente dei 
come la popolazione in massa comprendesse la situa- 
zione, talché poi ogni classe somministrò il suo con- 
tingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande 
episodio di quel movimento generale di tutta Europa, 
al quale si collega. Nulla panni più meschino della 
narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come 
si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno ; 
nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rap- 
presentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio 
o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero ado- 
perati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare 



CAPITOLO SECONDO. 41 



il concetto di quell'insurrezione considerandola come 
la esplosione di materia preparata da lunga mano , 
accumulatasi quale effetto di molte cause operanti 
sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua 
vera natura, che affermar non si può senza provarne 
un intimo compiacimento. 

Prima però che, abbandonando queste considerazioni 
generali , io entri nella narrazione dei fatti parziali , 
conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno 
della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia 
un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando 
esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo 
il somministrar la prova della veracità dei fatti che 
possono essere sindacati da altri contemporanei , ma 
ancora della sua competenza nel dare i giudizj in- 
torno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale 
delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in 
uno che , rimasto estraneo ai fatti stessi , fosse stato 
sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto 
alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il 
riconoscere come mi debba star a cuore di provare 
che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi, 
né indossare il facile manto del profeta ; ma non potrei 
ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia 
vita antecedente a quel grande episodio. 

Allorché avvennero i moti del 183 1 in Italia, io mi 
trovava giovine studente a Vienna, amico di unghe- 
resi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai 
col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come 
r unica base possibile d' un sistema razionale che si 
fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al ca« 



42 CAPITOLO SECONDO. 



priccio dell'uomo, ma su d'uà fatto che non è creato 
da lui ma dalla natura e dalla storia , sul fatto della 
nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto 
divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni 
cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli 
studii venni in Italia ed entrai al servizio amministra- 
tivo del governo austriaco, tale essendo il desiderio 
de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, do- 
minato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta 
servire un governo ed adoperarsi per combatterlo. 
Quindi cominciai collo svincolarmi da quell' impegno 
senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del 
mio servigio , che fosse in opposizione al giuramento 
che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena li- 
bertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avvera- 
mento dell'idea dell'indipendenza d'Italia. 

Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla 
storia : l'una che una grande potenza la quale dispone, 
di un potente esercito,, non si combatte che con un 
esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi 
per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il 
meno efficace era quello delle congiure. L'Italia con- 
tava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napo- 
letano ; il primo stimato per fama tradizionale , il se- 
condo forte per numero; trovar modo di agire su'quelli 
che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero 
il concetto della liberazione d'Italia, era la via più 
retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pub- 
blico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno 
della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse 
pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m' accorsi 



CAPITOLO SECONDO. 43 



quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un 
sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841 
feci un viaggio d' esplorazione politica in tutta Italia 
per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal 
uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico' 
dominante nelle varie contrade ; pur troppo il livello 
dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A 
Napoli mi fermai più che altrove ; vidi alcune manovre 
di quelle truppe eseguite con maestria , ed una caval- 
leria bellissima pel materiale ; la forza non mancava ,., 
ma che dire dell' animo dei padroni di quella forza ? 
Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma 
ne feci con alcuni distinti stranieri , e fra questi con 
inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli 
aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può 
facilmente immaginare di qual natura fossero quei rac- 
conti e qual concetto potessi io desumerne pel con- 
corso di quella popolazione ad un'impresa che avesse 
per iscopo l' indipendenza nazionale. In Toscana nes- 
suno allora parlava male del governo; ma eravi già un» 
nucleo di persone che si occupava di politica e che po- 
neva per base del risorgimento italiano la cessazione 
del dominio straniero ; di che vieppiù mi persuasi nel 
1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai 
non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà 
come esploratore politico. Il numero dei benpensanti , 
termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza, 
si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era 
l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che 
il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi 
contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese 



4\ CAPITOLO SECONDO. 



che solo mi pareva offrire una base solida, era il Pie- 
monte ; io non aveva atteso sino allora ad andarvi. 
Avendo fatto iti Lombardia la conoscenza col com- 
mendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, li- 
berale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo 
accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio 
per tutta Italia , al suo ritorno in Piemonte , ove ap- 
presi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che pote- 
vano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che 
doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era 
ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi; 
il Piemonte solo presentava le condizioni serie per 
concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva 
un esercito pieno del sentimento del proprio onore : 
il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra 
che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la 
cosa non era né facile, né allora tampoco probabile , 
ma bastava che si potesse chiamare possibile , perchè 
non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea. 
Si parlava sempre in modo velato (1841-43) , ma si 
tendeva a quel fine. Valerio fondava le Letture di fa- 
miglia , e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la 
Società Agraria nel 1843 e fui fra i fondatori; era un 
manto che ben presto divenne cosi trasparente , che 
nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve 
l'opera Le Sperante d'Italia del Balbo, già da me men- 
zionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nei 
modo di vedere , salvo nella questione intorno al po- 
tere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella 
discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni 
principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spin- 



CAPITOLO SECONDO. 45, 



sero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che 
presero per tema il modo di procurare l'indipendenza 
all'Italia, e nel 1845 scrissi i Pensieri siili' Italia d'un 
Anonimo lombardo, stampati poi a Losanna nel succes- 
sivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mia 
libro pronta e felice accoglienza , se è lecito arguirlo 
dallo spaccio delle copie. (0 Io mi proponeva anzitutto 
il quesito dell' indipendenza; non parlai d'unità, poiché 
io partiva dal principio che tutto dovesse farsi coi 
sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia 
una ed indipendente era un ideale ben più seducente; 
ma come arrivarvi colle sole nostre forze ? L'esercito 
piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano- 
forse cimentarsi a una guerra contro 1' Austria e dire 
in pari tempo agli altri sovrani d' Italia : « Vogliamo 
cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato? » 
Un progetto simile era allora un delirio ; una solu- 
zione in tal senso non si poteva ammettere, che ac- 
cettando 1' aiuto straniero contro il quale io mi pro- 
nunciava risolutamente, osservando che le nazioni non 
si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e 
che per la redenzione d' Italia doveva scorrere solo 
sangue italiano. Ora , posta simile condizione , non si 
doveva complicare la questione e cominciare col divi- 
derci, col farci dei nemici anziché degli alleati, nella 
stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle 



(1) Si fecero due edizioni ; la prima nel 1846 e la seconda nel 1847. Essendosi 
un mio correttore, che inclinava al rosso, permesso di far alterazioni nel testo, or- 
dinai che si annullasse la prima edizione già stampata e si facesse la seconda ; que- 
sta venne fatta, ma l'editore (Buonamico) trovò più comodo smerciarle entrambe e 
pagarmi poi con un fallimento. Benché stampate a Losanna si datarono da Parigi- 



46 CAPITOLO SECONDO. 



sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle 
altre potenze , dagli altri popoli , e noi stessi avremo 
maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in 
fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere 
l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri po- 
steri, volli discutere anche il caso dell'intervento stra- 
niero e quello specialmente della Francia che volevo 
meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile 
fra tutti, perchè dicevo allora: Alla Francia si può ce- 
dere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in com- 
penso del prestato aiuto. 

Vollero i destini d' Italia che quindici anni dopo si 
verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa 
che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino , e 
che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosis- 
simi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla con- 
seguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe 
riescita a conquistare , nelle condizioni di allora , la 
propria indipendenza. Però, dacché l'aiuto straniero fu 
indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non 
è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opi- 
navo quando discutevo il quesito come un' ipotesi ; 
così opino ora, dappoiché l'ipotesi d'allora, quantunque 
non desiderata, fu invece precisamente quella che con- 
dusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base 
di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e 
quindi all' unità. Mi si perdoni la piccola digressione; 
ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo 
certi scritti relativi all' aiuto prestato dalla Francia , 
chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra 
l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella 



CAPITOLO SECONDO. 4J 



della gratitudine senza servilità : della prima ha debito 
verso la Francia, dell'altra verso sé stessa. Risparmio 
al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti 
cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far 
un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spin- 
gere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione 
epistolare col conte di Castagneto, intendente [del re 
Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi 
permisi offrire allo stesso per il real parco; neh' of- 
frirla lanciai una- frase sull'aquila, già glorioso emblema 
d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la ri- 
sposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi 
bastò perchè , deposto ogni velo, ogni frasario meno 
che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul 
serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re 
sulla possibilità d'una guerra coli' Austria per l'indi- 
pendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei 
tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di 
Pio IX , che i fatti non tardavano mai a confermare 
le mie previsioni sull' espandersi dei sentimenti di li- 
bertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre cre- 
scenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo; 
non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella 
doppia corrente rendesse sempre più possibile un ten- 
tativo serio; però io mi guardava bene dall' esagerare 
e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro 
senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona 
parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso, 
m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni 
furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena 
fede. Una di quelle relazioni diretta all' amico Farina, 



48 CAPITOLO SECONDO. 



il medesimo che fu poi deputato in molte legislature/ 1 ) 
venne comunicata al Brofferio , che io non conosceva 
che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche 
quando divenimmo colleghi nella Camera del Parla- 
mento sardo , ei pubblicò fra i documenti della sua 
Storia del Parlamento Sardo, quella lettera che più non 
rammentavo , non essendo che una delle tante scritte 
allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora 
la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual 
prova dello scrupolo che mettevo nel dare informa- 
zioni. ( 2 ) Le mie speranze fondandosi precipuamente 
sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di 
stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limita- 
vano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in 
Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e 
di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi 
offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie rela- 
zioni in Piemonte , si fecero sempre più frequenti , e 
negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere 
una insurrezione non si parlò mai se non a guerra di- 
chiarata ; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio 
non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era 
l'animosità fra 5 cittadini e soldati, onde scene di sangue 
erano avvenute a Padova ed a Pavia , non sì gravi 
come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi 
alla vendetta. Ai primi di marzo di queir anno la si- 
tuazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici, 
che io temendo non la si giudicasse con piena cogni- 



(i) Ora senatore del Regno. 
(2) Vedi allegato N. 1. 



CAPITOLO SECONDO. 49 



zionc a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per ri- 
ferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che 
si venisse alla dichiarazione di guerra, giacché tutto fa- 
voriva quel passo per quanto arditissimo. 

Essendomi già prima stato negato il passaporto pel 
Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo, 
e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza so- 
star mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera com- 
binazione ignorando che per l'appunto in quel giorno 
si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio ocu- 
lare dell' entusiasmo straordinario di quei giorni. Ap- 
pena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel pa- 
lazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di 
Milano in modo particolare, e come da un momento 
all'altro potessero scoppiare ostilità. Ebbene sappia, mi 
rispose egli , che noi abbiamo chiamato anche V ultima 
classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati. 

Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo 
personaggio, senator del Regno, uno dei pochi super- 
stiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma 
avendo voluto informarmi in modo preciso anche della 
distribuzione della forza , rimasi sorpreso come fosse 
ancora tanto sperperata, si che sarebbero occorsi non 
pochi giorni a concentrarla , mentre l' Austria conti- 
nuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai 
di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa 
quella situazione ed urgente il concentramento. Io non 
dubitavo delle intenzioni , ma temevo che il partito 
contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto 
mi si era fatto supporre ; epperò quel fatto mi addo- 
lorò. Ritornato a Milano , narrai a pochi fidati amici 

Ricordi, ecc. 4 



50 CAPITOLO SECONDO. 



quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto 
aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della 
popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la 
lentezza del concentramento delle truppe. 

I pochi giorni che ancora decorsero prima dello 
scoppio della rivoluzione , li spesi a mandar lettere 
pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel 
fare continui calcoli del tempo che occorreva pel con- 
centramento delle truppe piemontesi, allorquando il 
mattino del 18 marzo esci , a meraviglia di tutti, la 
strana notizia delle summentovate concessioni liberali 
dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto 
l'annuncio, che Vienna fosse insorta. 

Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo 
alla narrazione dei fatti. 



IMIIIIIK 



CAPITOLO TERZO 



Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la 
mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande di- 
mostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo 
di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di bar- 
ricate. 



Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata 
a Vienna pei 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito 
aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da ta- 
luni escivano queste voci : Oggi si fa la dimostrazione 
al Governo; si radunano al Broletto; da altri esclama- 
zioni più risolute: Bisogna finirla, è insorta Vienna; 
non è pili tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono ! 

Queste voci diverse accennavano alle due diverse cor- 
renti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni vole- 
vano passar per la via legale, andar al Governo, chie- 
dere le concessioni colle buone, ma altri non volevano 
saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le io 
antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come 
dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese, 



52 CAPITOLO TERZO. 



non desideravo un'insurrezione prima che rompesse Li 
guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento- 
di forze. Però giudicando che il conflitto era inevita- 
bile , pensai ad armarmi , ed andai da certo Colomba 
armaiuolo, che aveva la bottega nella via Mercanti d'oro, 
una di quelle che oggi fanno parte della via Torino, e 
costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza 
del Duomo riesci va alla via della Palla, altra via com- 
presa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via. 

Per una di quelle contraddizioni , che si spiegano 
solo colla confusione che regnava anche fra i domina- 
tori, mentre era stato proclamato il giudizio statario, 
si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli. 
Entrato in quella del Colombo , feci scelta di alcune 
armi corte , che potessi nascondere sotto il pastrano ; 
epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da 
guardie di finanza. Ed ecco , intanto che io stava pa- 
gando , odesi un rumore insolito ; erano le botteghe 
che si chiudevano , ma con tal furia e fretta che sa- 
rebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel 
far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io 
conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon 
uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo 
che il nembo innocuo , per gli altri bottegai , poteva 
non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese 
consiglio. 

Che volete? gli risposi io. Se voi chiudete vi sfondano 
la bottega e vi portano via tutto ; fate a mio modo: met- 
tete qui sai tavolo il vostro registro , e dite a chi entra 
per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello 
che prende, e pagherà in appresso. Ei seguì il mio con- 



CAPITOLO TERZO. 53 



siglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, 
perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega 
venne completamente svaligiata; né tal sorte toccò a 
lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che 
erano armi , fu invasa e dispersa anche una bella col- 
lezione di armi antiche di casa Arnaboldi. 

Tosto eh 5 ebbi fatto il mio acquisto , io uscii dalla 
bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito, 
e, traversata la piazza del Duomo , mentre mi avvici- 
nava al Coperto dei Figlili, W mi incontrai in un drap- 
pello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla 
piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicché 
dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei 
soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica. 
Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che 
aveva qualcosa sotto l'abito, giacché doveva sostenerle 
col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pe- 
ricoloso , ma retrocedere era forse peggio ; preferii il 
primo partito e rimasi , ostentando la più grande in- 
differenza; per buona sorte il drappello era poco nu- 
meroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di 
Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un 
metro senza occuparsi punto di me ; il che però non 
tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato, 
perchè da quel giorno in poi , finché durò la lotta , 
quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fu- 
cilati. 



(i) Era uà fabbricato con portici, che sorgeva sull'area dell'attuale piazza del 
Duomo, a sinistra di chi si presenta avanti alla facciata, lungo quanto la piazza 
una stretto assai. 



54 CAPITOLO TERZO. 



Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei 
Figini e la corsia de' Servi, ( J ) ed entrato nel corso 
di Porta Orientale, < 2 ) andai dal conte Arese a nar- 
rargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel mo- 
mento io non potessi parlare di ostilità , era evidente 
che non potevano tardare a scoppiare; e quindi la 
pregai a partire senza indugio di sorta per Torino, 
affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito 
piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che 
cosa sarebbe succeduto di Milano. 

A quel punto non era più il caso di discutere se 
quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva 
prendere il fatto com' era , ed assecondarlo. L' Arese 
comprese benissimo la gravità della situazione e mi 
disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. 
All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso 
San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi 
il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la 
seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini, 
donne e fanciulli , e procedeva lentamente , poiché il 
tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al pa- 
lazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gre- 
mito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava 
con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual 



(i) Cosi chiamavasi tutto il tratto che fiancheggia il Duomo venendo sino al così 
detto Leoncino di Porta Renza , e la denominazione di corsia de' Servi gli veniva 
dalla chiesa de' Servi, che sorgeva ove oggi trovasi la piazza S. Carlo. Ufficial- 
mente dal 182 > in poi si chiamava corso Francesco , in onore dell' imperatore Fran- 
cesco 1, ma, nel fatto, il popolo lo -chiamò sempre corsia de' Servi. E il medesimo- 
tratto che'chiamasi ora corso Vittorio Emanuele , e quella simpatica denominazione 
pose realmente in obblio l'antica secolare dei Servi. 

(2) L'attuale corso di Porta Venezia. 



CAPITOLO TERZO. 5 5 



fosse lo scopo preciso che si aveva. Si fa, rispose, una 
grande dimostrazione per appoggiare le dimande di con- 
cessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà 
il Municipio ed il Delegato stesso ^ in persona. Colui cre- 
deva nella possibilità di una soluzione pacifica, né egli 
solo era di tale opinione, ma molti ; perchè rammento 
ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa 
alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano 
dopo la chiesa di S. Babila, esci da una bottega che, 
se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane 
con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare 
a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno 
gridò: No, no: a che prò vuoi rovinare la strada? E il 
giovane rientrò in bottega. 

Giunto colla folla precisamente all' altura della via 
della Passione , ossia a poche decine di metri dal pa- 
lazzo del Governo , sento gridare : Sono qui, sono qui. 
Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali, 
veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch' essa 
lentamente , perchè accerchiata da gran folla ; ma per 
lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona 
volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un 
drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio 
libero nella sua strada. La deputazione era numerosa 
e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi 
tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il dele- 
gato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra 
il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dal- 



(i) 11 Delegato corrisponde al Prefetto, e copriva allora quella carica una disti ala 
persona, il signor Antonio Bcilati. 



56 CAPITOLO TERZO. 



l'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri. 
Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia co- 
noscenza , e fra gli altri il delegato Bellati, col quale 
aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato 
impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo 
ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, 
della quale egli era il più alto personaggio. 

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del pa- 
lazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la 
attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le 
era avvicinato , approfittai del momento per entrare 
anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al 
piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il por- 
tico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel 
cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impos- 
sibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza, 
tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo 
di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e 
vi regnava un baccano tale che impediva di intendere 
distintamente cosa alcuna; né tal baccano era cagio- 
nato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma 
pur da quella che si trovava ai piani superiori, so- 
pratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti in- 
vasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte, 
fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle 
dei sottostanti ; quindi urli grandissimi, nuovo baccano 
e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. 
Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla co- 
lonna della prima arcata, affine di essere urtato un 
po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi, 
fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di 



CAPITOLO TERZO. 57 



spazio libero , mi cadde lo sguardo su un materasso 
in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi 
che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi 
colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti 
l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener 
dovevano a due persone, evidentemente a due cada- 
veri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti 
mi disse : Sono i due soldati ci/erano di sentinella al pa- 
lalo. Allorché la folla irruppe , avendo que' soldati 
fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi 
l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa ba- 
ionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile; 
.così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sot- 
trarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo 
di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo 
da me accennato , ed erano stati coperti da un mate- 
rasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni! 
dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incom- 
poste, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue on- 
date di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa 
accadeva colà. La* folla vi era un po' meno fitta ed 
era stata posta una sentinella alla porta che conduceva 
alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presi- 
dente del governo O' Donnei, il quale allora esercitava 
le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò pas- 
sare; molti altri erano però già passati, e se anche colà 
non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar 
avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone 
di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene 
dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta 
corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche 



58 CAPITOLO TERZO. 



colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la 
voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava 
in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri 
o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i 
toni possibili: L'arcivescovo, l'arcivescovo l largo all' ar- 
civescovo! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora 
godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arci- 
vescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e 
mezzo prima , prelato riguardevole e di carattere fermo,, 
che aveva avuto una particolare cura dell'educazione 
del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi 
anni la vasta sua diocesi, lasciò di sé memoria ono- 
rata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il sua 
ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antece- 
dente, e da quella solennità si era còlto pretesto di 
una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi 
la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la tacciata 
del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d' infie- 
rire alla polizia, la quale per impedirla aveva provo- 
cata una lotta , in cui fa sparso sangue e v'ebbe perfino- 
una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili. 
Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva con- 
tribuito a sedare il tafferuglio , e per quell'atto , ma 
più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, 
era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: E qui 
l'arcivescovo, largo all'arcivescovo, noi, quanti eravamo 
nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci 
per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altra 
sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assie- 
pava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente ave- 
vano afferrata quell'occasione per entrare, così non 



CAPITOLO TERZO. 59 



posso asserire con certezza se non d'aver veduto un 
sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava 
mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorri- 
dendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quella 
che più mi colpì si fu il vedere che portava una coc- 
carda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi 
sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le 
concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto do- 
veva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di 
già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse 
padrone di sé. Andare dal rappresentante del Governo- 
per trovare il modo di scongiurare pacificamente il 
nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era, 
la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile 
incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui ap- 
piccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva 
avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che 
trattava col rappresentante del Governo che pur vole- 
vasi ancor mantenere. 

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè 
quelli che escivano venivano surrogati da nuovi cu- 
riosi. Osservata dall' alto queir onda continua di po- 
polo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella ra- 
pida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era. 
nella corte con quella già salita al primo ed anche ai 
secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più 
non si dimenticano. Ma non andò guari che si apri 
l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte 
Carlo Taverna colla notizia della prima concessione. 

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di 
sancta sanctorum; io lo riferisco sulla fede dello stesso- 



ÓO CAPITOLO TERZO. 



conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una 
volta mi narrò i particolari di quel fatto. 

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto 
tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva 
che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si 
affidasse la polizia, per di più instava per 1' immediata 
libertà di stampa. 

L' O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze 
intorno alla gravità delle domande, osservando pure, 
che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni 
potevano venir disdette; ma i membri di quella Com- 
missione insistevano sull'impossibilità di poter altri- 
menti frenare quel moto popolare che già aveva preso 
il disopra. Or siccome egli era solo, né alcuno veniva 
in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande 
anzidette una dopo l'altra. 

Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad 
annunciarla il conte Carlo Taverna. 

Immediatamente uno degli astanti che aveva una 
voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava 
sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva 
in petto: Signori: il Governo ha fatta la concessione 
di . ■ Ma per quanto forte gri- 
dasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che supe- 
rava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere si- 
lenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse 
lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. Scriviamo la 
concessione, disse taluno, e poi gettiamo il foglio nel cor- 
tile. Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova 
nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un ca- 
lamaio, ma non carta, non penne. La caria la troverò 



CAPITOLO TERZO. 6f 



io, grida uno, probabilmente un impiegato. Qui ci sono 
dei bollettini (delle leggi) che hanno sempre qualche foglio 
in bianco. Detto, fatto: si prendono i primi bollettini 
che capitano sotto la mano , e si estraggono quanti 
fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma 
si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed 
io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e 
scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che 
calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo 
i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si sparges- 
sero meglio fra la gente sottostante. Si può immagi- 
nare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi 
capisce, chi non capisce; ma le parole: Il Governo ha 
conceduto colle quali cominciava il testo, fecero capire 
all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte 
voci si alzavano più forti delle altri gridando : Evviva 
la concessione — evviva il municipio. 

Questa scena si ripetè tutte tre le volte , ossia per 
ogni singola concessione W, Il chiasso divenuto mag- 
giore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazi n'e- 
rano letteralmente stipati , non nel cortile solo , ma 
per le scale e per gli uffici stessi ov' eravamo noi a 
fronte della sentinella ch'era stata impotente a tratte- 
nere 1' onda del popolo. Miste agli evviva si udivano 
le esclamazioni: Vogliamo armi. Vogliamo armi! Si toc- 
cava proprio 1' apice del caos e del chiasso , quando 
una gravissima notizia viene a metter fine a quella 
singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a 



(1) Guardia Nazionale — Libertà di stampa — Garanzie personali. 
/ 



62 CAPITOLO TERZO. 



quelle trattative per un ravvicinamento divenuto im- 
possibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia 
era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa 
dal bastione di Porta Romana* / Tedeschi... i Tedeschi! 
sì udì presto ripetere , ed allora cominciò la folla a 
fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non 
ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona 
sorte , oltre 1' uscita principale , il palazzo comunica 
con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via, 
tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono 
sgombri. La deputazione eh' era intenta a completare 
la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto 
anch' essa , conducendo seco quale ostaggio lo stesso 
vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della 
rivoluzione che volevasi prevenire. 

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigio- 
niero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Na- 
poleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo 
Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto 
il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori 
andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed 
il Municipio stesso. 

Allorché cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini 
per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto 
il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono 
ad alta voce che vi era tutto il tempo, poiché i Tede- 
schi non erano che a un tal luogo che nominarono, 
ma ora non rammento. Io prestai loro fede , tanto più 
che rimasero anch'essi, sicché partimmo fra gli ultimi, 
sgombre che furono le scale. 

Traversando il cortile considerai un istante la biz- 



CAPITOLO TERZO. 63 



zarra scena che presentava, coperto com'era tutto di 
carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, 
e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor 
più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi 
una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire 
in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove 
giacevano sotto il materasso le sventurate due senti- 
nelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse 
in quel luogo , non saprei dirlo di certo ; ma strana 
spettatrice di quel tramestìo , essa fu veduta da mille 
e mille , moltissimi de' quali certo vivranno ancora e 
rammenteranno, con quella fedeltà con che posso ram- 
mentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo. 

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, 
erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo 
era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono 
le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano 
già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della 
città; il grido barricate! barricate! aveva risuonato, e 
come per incanto già ne erano sorte in gran numero. 

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi 
ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al 
ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte. 
Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso 
principalmente con un gran carro carico di botti vuote 
che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: 
indi con panche, usci, legnami, era stato formato un 
ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo 
da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arci- 
vescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò 
in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a 



6 4 CAPITOLO TERZO. 



mano sinistra prima d' arrivare al ponte venendo dal 
palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro 
giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo 
alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse 
stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non 
pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano 
ancora affatto sgombri allorché arrivò la truppa. 

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè 
venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella 
detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lascia- 
rono sorprendere nello spazio ancor libero prima di 
arrivar alle barricate. 

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furi- 
bondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vede- 
vano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra 
tutti furono due giovani di civil condizione che, fug- 
gendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa 
che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano 
e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La 
porta era stata levata per formar la barricata sul ponte 
e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tede- 
schi videro i fuggenti entrar in quella casa e li segui- 
rono. Allora i due giovani salirono su quante scale tro- 
varono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure 
s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati, 
e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del 
tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi 
gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno 
presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà ri- 
masero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano tal- 
mente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi 



CAPITOLO TERZO. 65 



fossero ; solo dal modo di vestire , dalla calzatura ri- 
cercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che 
appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso 
dall'uccisione delle sentinelle e già erano qssq state 
vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano 
le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in 
siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. 
Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Mon- 
forte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia 
ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non 
credevano che potesse scoppiare un moto di tal por- 
tata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri 
mentre si trovavano in città, ignari di quanto era av- 
venuto. 

Allorché io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo 
sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero 
affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni na- 
scoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta 
Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini , palazzo 
allora di recente costruzione e notabile per la sua ar- 
chitettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio , caricai 
in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo. 
Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle 
fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel 
combattimento; non pertanto io volli discendere nella 
via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare. 
Vuoto completamente era il corso; le porte presso la 
barriera, alla quale fa capo il corso stesso , erano già 
occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso 
l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, 
scòrsi in poca distanza } a circa metà del tratto che 

Ricordi, ecc. 5 



66 CAPITOLO TERZO. 



corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso 
il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai 
e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età, 
ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte 
ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito 
dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve 
tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel 
cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel 
vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora 
dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre 
persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro 
quello strettissimo vicolo, che primo si incontra pas- 
sato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, 
perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si 
trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua 
d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano conche 
del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esi- 
stenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi 
ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè apris- 
sero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il 
cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi 
fossimo, che cosa volessimo , assicurare che tutto il 
corso era libero di soldati, che non chiedevamo asso- 
lutamente altro se non che si desse ricovero a quel 
cadavere , affine di non lasciarlo in una strada sotto 
l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in 
quel modo, una delle persone che mi avevano dato 
mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che 
era un povero cuoco , la persona più innocua che ci 
fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Fi- 
nalmente aprirono , e , deposto il cadavere nel primo 



CAPITOLO TERZO. 6j 

luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tor- 
nare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri, 
ma giunto allo sbocco del vicolo , vidi avanzarsi da 
Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci 
cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la 
causa. Retrocedettero essi andando giù verso il mo- 
lino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fer- 
mai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere 
inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a 
declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannoc- 
chiale , stava attendendo d' un momento all' altro che 
passasse quella pattuglia. Trascorso più d' un quarto 
d' ora , mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che 
essa si era fermata un po' più addietro del palazzo 
Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne stac- 
cava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla si- 
nistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava. 
Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, 
impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti 
osservando. Quel soldato era un granatiere , avvolto 
nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma 
sicuro, sino a casa Castiglione , che è quella colle fi- 
nestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della 
fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso 
verso il principio del corso presso San Babila ov' era 
una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per 
tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo 
tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quel- 
l'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si 
vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira 
e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; 



68 CAPITOLO TERZO. 



finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette 
andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un 
dietro-fronte , s' avviarono verso la barriera di Porta 
Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che 
la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire 
da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure. 
Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio or- 
dinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano 
d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io 
conoscevo troppo il maneggio delle armi per non ri- 
maner persuaso della pochissima efficacia che avreb- 
bero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvici- 
nava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era 
evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione 
ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi 
delle campane a martello risuonavano da ogni parte, 
e davano segno che si voleva dai cittadini continuare 
la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il 
formar un piano preciso, perchè era chiaro che il do- 
mani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I 
Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orien- 
tale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per 
custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fe- 
cero una barricata anche presso il ponte fra casa Ser- 
belloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato 
a casa mia, passai buona parte della notte a far car- 
tuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero 
forzate e si avesse un colpo meno incerto. 



" 



CAPITOLO QUARTO 



Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo 
col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila — 
Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca 
al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli. 



Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, riso- 
luto a recarmi nell'interno della città. Or qual fu la 
mia sorpresa allorché seppi dal portinaio che la casa 
era tutta circondata da Tedeschi. Per quanto l'acqua 
fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte, 
avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso 
sera presso il ponte e si erano appostati in assai nu- 
mero e con cannoni, a poca distanza da quello. Dal- 
l'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto 
che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso 
pure di soldati, sì che 1' uscire era assolutamente im- 
possibile; anzi era pure occupato un piccolo atrio aperto 
al pubblico dal lato del corso, ove si erano ricoverati 
nella notte quei pochi che avevano avuto la fortuna 
di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta rico- 



70 CAPITOLO QUARTO. 



gnizione mi contrariò molto, poiché sentivo la fucilata 
lontana che cominciò prima ancora che albeggiasse, 
ma mi fu giuocoforza il rassegnarmi ad attendere il 
giorno per verificar meglio la possibilità di uscire, l'at- 
titudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che 
potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abi- 
tava un primo piano del palazzo, ma interno e senza 
finestre sul corso; m'era quindi necessità recarmi da 
qualche vicino il cui alloggio desse sulla pubblica via, 
ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì 
anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta 
Orientale (ora Porla Venezia). Abitava nella stessa casa 
al terzo piano, ma con appartamento sul corso, il di- 
stinto pittore Carlo Bossoli, mio amico; deliberai re- 
carmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto al basso. 
Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio, 
mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava 
sui circostanti tetti per lungo tratto, non essendo ancora 
eretta quella gran mole di caseggiato rosso, alla fine 
di quell'isolato di case, che più tardi venne costrutta 
dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino vidi tutta 
la scena e potei giudicare del combattimento in quelle 
parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseg- 
giava, era a S. Babila, ove vi era lotta colla truppa, 
padrona della strada di S. Damiano, non che con quella 
padrona del corso di Porta Orientale, la quale compo- 
nevasi di più battaglioni comandati da un colonnello che 
avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mi- 
traglia ed a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era 
sempre nuvolo, sebbene la pioggia fosse cessata. L'ispe- 
zione mia fu completa, e la feci con un buon cannoc- 



CAPITOLO QUARTO. 71 

chiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poiché 
appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto 
a muoversi una persiana, subito tiravano, ed erano stesi 
in catena lungo il corso dall'una e dall'altra parte col 
fucile sempre montato. Per quanto non pensassi anch'io 
che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri sol- 
dati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle 
eransi accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua 
caduto durante la notte; gli aiutanti andavano e veni- 
vano di gran carriera. Di quando in quando si vede- 
vano soldati portar indietro un ferito, appartenente a 
quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco con- 
tro le barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano 
bene dacché erano al coperto; ma dallo scarso numero 
dei feriti austriaci, giudicai che avessero ben poche 
buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poiché se 
anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi com- 
battevano colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi 
un grande andirivieni di truppe; le porte della città 
erano chiuse, ma lo stradone detto di Loreto, che da 
quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva pieno 
zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati 
da quello spettacolo. Di quando in quando udivasi uno 
schioppettìo che veniva da lontani e diversi punti della 
città, onde era evidente che si eseguiva un piano con- 
certato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo 
esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni 
cosa, discesi sconfortato, riconoscendo l' impossibilità 
di poter uscir di casa da quel lato. Mi recai allora al- 
l'opposto, ossia da quella parte di casa Ciani che guarda 
sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar nes- 



72 CAPITOLO QUARTO. 



suno poiché poteva fare ogni esame dal mio apparta- 
mento. I soldati avevano abbandonato il Boschetto, ma 
non già per lasciarlo libero, sibbene per dominarlo 
meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati nel giar- 
dino del palazzo reale detto la villa Bonaparte. Tutto 
il fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto, 
dal quale è diviso per mezzo d'un fosso ove scorre 
acqua perenne che viene dalla Zecca; al di là del fosso 
havvi il muro di cinta del giardino stesso che era tutto 
guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una 
persona, tiravano immediatamente, e così contro ogni 
finestra o persiana che desse segno di movimento. Ri- 
conosciuto impossibile 1' uscire anche da quella parte 
non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le 
sorti volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i ne- 
mici ritirare dall'uno o dall'altro di quei luoghi. Verso 
le dieci antimeridiane infatti il colonnello ordinò che 
la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a schierarsi 
poco avanti a casa Ciani, sicché col suo aiutante fini 
col trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella 
casa andando verso il Da^io, come chiamansi da' Mi- 
lanesi le porte della città. Io che non poteva star 
quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bos- 
soli ed avevo veduto il colonnello parlare con molto 
calore al suo aiutante. Erano essi a cavallo ed i mez- 
zanini di casa Ciani essendo piuttosto bassi, col loro 
capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre, 
distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò 
pensai che entrato nel mezzanino, avrei potuto udire 
quanto dicevano. Fatto il mio piccolo piano, discesi 
per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano allora 



CAPITOLO QUARTO. 73 



tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un 
po' originale. Borghese fattosi ricco col negoziar di li- 
bri, era venuto a godersi tranquillamente la sua pace 
in Milano ; era grande e grosso, non parlava mai e fu- 
mava sempre: la sua famiglia si componeva della mo- 
glie e d'una figlia, ed essendo amatore spasimato dei 
cani, non ne possedeva mai meno di tre. Io non aveva 
mai stretta relazione con lui, ma avendo un piccolo 
tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente 
e ci salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in 
que' momenti nei quali non si fanno complimenti, io 
mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era nella corte a pas- 
seggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere 
ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il 
motivo che il lettore già conosce. Ben voloniieri, mi 
rispose. Ma allora abbia la bontà, ripresi io, di chiù- ' 
dere i cani in altro luogo ove non mi possano vedere. 
Giusto, rispose, giusto, e precedendomi andò a racco- 
gliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi 
venne a dirmi : La camera è a sua disposizione. Siccome 
però io non era stato mai in que' mezzanini, lo pregai 
di nuovo di voler essermi guida sino alla stanza, an- 
che perchè desiderava che vedesse qual fondamento 
aveva la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella 
volta la pipa, andò avanti con gran precauzione onde 
non far rumore di sorta e mi condusse ad una stanza 
che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto 
un terrazzino del piano superiore. Le persiane, inter- 
nate nel muro, erano chiuse e chiusi erano anche i 
vetri. Questi bisogna aprirli, dissi al belga, ed egli che 
li aveva iti pratica, con mirabile pazienza li aprì senza 



74 CAPITOLO QUARTO. 



fare il benché minimo rumore. A traverso delle griglie 
vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque 
metri da noi distanti. Per qualche tempo stettero si- 
lenziosi e poi il colonnello rivolto all'aiutante : Fediamo 
un po\ disse, che for^a abbiamo ancor disponibile. Io spa- 
lancai, come suol dirsi, le orecchie e rimasi maravi- 
gliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati 
nella stanza. Il belga, benché non conoscesse il tede- 
sco, distingueva perfettamente i suoni e riconobbe che 
io aveva avuto ragione di far quel tentativo. Mi die' 
un saluto colla mano, e non potendo più reggere senza 
fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, la- 
sciandomi padrone della stanza. Il colloquio fra il co- 
lonnello ed il suo aiutante non fu lungo, ma rammento 
in modo esattissimo che l'aiutante disse : Di compagnie 
abbiamo la tale, più me^u compagnia: ed indicò anche 
i luoghi che ora non rammento; in qual senso egli 
parlasse, non seppi ben comprendere, ma interpretai 
quel discorso in senso a noi favorevole, massime che 
lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più 
sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me 
e me, la truppa è stanca, questo colonnello non ha 
più che una compagnia e mezza ancor fresca, ossia 
che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun ten- 
tativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare 
in città! E lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi 
giù nella corte: guardo fuori da ogni buco, ma invano: 
i soldati erano sempre schierati dietro il muro della 
Villa e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la 
cima d'un kepi; né solo era cosa impossibile l'uscire, 
ma il lasciarsi vedere perfino a traverso di un'apertura 



CAPITOLO QUARTO. 75 



qualunque, come era pericoloso il solo muovere una 
persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio pa- 
drone di casa che in quei giorni era gravemente am- 
malato. Una donna che si trovava nella sua stanza che 
dava sui corso in un appartamento del primo piano, 
volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i sol- 
dati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro 
le persiane; immediatamente ebbe un saluto di due o 
tre palle che, perforate le persiane, fecero la loro pa- 
rabola entro la stanza, con grande spavento dell'am- 
malato che non si lasciò pregare a proibire quegli inu- 
tili atti di curiosità. Offendere non si poteva da luogo 
non difeso, poiché se fosse partito un colpo da una 
casa, essa era immediatamente invasa con pericolo di 
vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che 
avevano gli accessi protetti. 

Allorché mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia 
ispezione verso la parte del Boschetto, il pacifico belga, 
che vedeva la mia impazienza, mi si avvicina e con 
tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi annuncia 
che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il 
corso di Porta Orientale verso i Giardini pubblici. 
L'avrei baciato per la buona nuova, ma mi limitai a 
dirgli tnergi, grand merfi, e su di volo da Bossoli dal 
quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi 
ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della 
porta grande d'ingresso nei Giardini pubblici, né si ve- 
devano più pattuglie andar avanti indietro; i canno- 
nieri, benché fossero sempre presso i loro pezzi colle 
miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non 
si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la 



7 6 CAPITOLO QUARTO. 



prima che si incontrava da quella parte, per la ragione 
che dalla detta barricata al punto ove era la truppa 
non corre più la linea retta; la truppa aveva Tarme al 
piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia 
prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi 
e pericoli; l'una, quella di andar di casa in casa lungo 
i tetti guadagnando tutto lo spazio fra il palazzo Ciani 
ed il vicolo che conduce al Boschetto ; l'altra, di uscire 
senz' altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi 
che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo 
partito aveva il vantaggio di allontanarmi ancora quella 
distanza di oltre 100 metri, ma lo svantaggio, per la 
disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio d' esser 
visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare 
delle intenzioni di un uomo che prendeva quella via. 
Il secondo partito era più franco e più risoluto, ma 
mi metteva in maggior pericolo almeno nei primi tre 
o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi 
per questo secondo partito; montai nel mio apparta- 
mento, non dissi nulla a mia moglie alla quale non 
spiaceva che mi fosse impossibile di abbandonar la casa ; 
in questa sicurezza, essa con una certa signora Chiesa, 
era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani, 
dopo quella famosa paura, ed ambedue si alternavano 
nell'opera pietosa con una signora Greppi-Carcano che 
abitava pure in quella casa. Io presi i miei pistoloni e 
la munizione e mi legai tutto fortemente al petto con 
un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato 
su di esso il paletot, discesi risolutamente alla porta. 
Ivi sotto quel piccolo elegante atrio concertai meco 
stesso il piano definitivo e feci gli ultimi calcoli; con 



CAPITOLO QUARTO. JJ 



un piccolo cannocchialino misurai di nuovo la distanza 
delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva 
esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il 
tiro, mi dissi, è incerto, ed hanno le armi al piede; 
prima che si pongano in misura di tirare io avrò già 
fiuto una diecina almeno di passi. Non sono cacciatori, 
e quindi non è probabile che abbiano armi di preci- 
sione. E vero che hanno i cannoni ma, se sono ca- 
richi a palla, non vorranno tirare perchè sarebbe uno 
strano caso se mi pigliassero; se sono carichi a mitra- 
glia, a quella distanza la così detta rosa è già sì grande 
che se quella specie di proiettile può colpire una mol- 
titudine, non è probabile che colpisca un uomo solo. 
Così andava meco ragionando, ma nel medesimo tempo 
non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino stesso; 
un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva 
voluto traversare il vicolo di S. Primo poco lungi 
dalla mia casa, ed era stato steso morto: però il po- 
veretto s' era dato a correre e con ciò naturalmente 
destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano 
allora assai più vicini. 

Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno, 
pensai, per una persona che ha un affare di somma 
importanza, forse per un medico che non può a meno 
di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si 
cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo. 
Del resto scoprii in quest' ultimo istante una nuova 
difesa alla quale fino allora non aveva fatto attenzione, 
quella dei fanali a gas colle loro colonne che poste 
in linea come sono, benché a distanza di circa 25 me- 
tri l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non 





78 CAPITOLO QUARTO. 



ispregevole. Fatto un ultimo appello a me stesso, stac- 
cate bene le braccia dal petto e colle mani sciolte 
onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo 
ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le 
case ed i fanali. Io aveva troppa pratica del maneggio 
di armi per non sapere che non sarebbe stato mai il 
colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe offeso ; 
ma supposto poco probabile il caso di venir colpito 
tosto, avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi 
falliti; epperò io mi aspettava quel segnale dopo i 
primi dieci o dodici passi, poiché tanti e non meno io 
calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero 
in grado di tirare. 

Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto 
mi spingeva ad affrettare il passo, ma la ragione mi 
diceva adagio, ed io ascoltai la ragione e non solo pro- 
seguii con passo ordinario , ma , oltre il contento di 
aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di 
veder confermato il mio giudizio intorno alla difesa 
che potevano offrire i fanali, poiché da casa Ciani al 
ponte tre ne contai ch'erano stati schiantati dalle palle 
di cannone e giacevano fracassati a terra. Giunto al 
ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si pre- 
sentò una scena stranissima. 

Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e 
non meno, era tutto pieno di mobili gettati alla rin- 
fusa , e nel bacino stesso non si scorgeva che poca 
acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta e 
fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si no- 
tavano più vetture di quelle dette cittadine , una delle 
quali per caso singolare era caduta, direbbesi, in piedi, 



CAPITOLO QUARTO. 79 



ossia trova vasi nel naviglio nella sua posizione nor- 
male. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un sottil 
velo d'acqua copriva la vernice del cielo della cittadina, 
e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che 
aveva attirato la mia attenzione. Le altre vetture meno 
fortunate erano colle gambe per aria in mezzo a panche, 
scranne, usci, legnami, travi e travicelli d'ogni dimen- 
sione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo, 
che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo, 
poiché era sempre sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi 
fermai un istante a contemplarlo; e dico un istante, 
poiché il passar quel limite sarebbe stata stoltezza e 
quasi un voler tentare la fortuna ; ma bastò quel mo- 
mento perchè la scena mi rimanesse vivamente im- 
pressa nella memoria. Però se quello spettacolo mi 
dovette colpire per le bizzarre combinazioni che of- 
friva quell' ammasso di tanti oggetti diversi , non tar- 
dai a riconoscere la causa che l'aveva prodotto, giacché 
ravvisai subito che quello non era altro che il mate- 
riale della- barricata che gli abitanti di Porta Orientale 
avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a tra- 
verso il corso. Ma altro è costruire una barricata ed 
altro poterla difendere, e se ciò è difficile in qualsiasi 
luogo, quando si abbia avanti un nemico risoluto, assai 
più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano 
presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel 
naviglio; la cosa che allora non sapeva spiegarmi era 
la mancanza di acqua, ma seppi poi che precisamente 
in quei giorni era stata tolta , affine di procedere a 
quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi 
che richiede quel canale artificiale , e l' acqua gialla e 



80 CAPITOLO QUARTO. 



sporca che aveva veduto, era la poca limacciosa del 
fondo mista a quella caduta nella notte. 

Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il 
mio cammino, ma non più sul medesimo lato, bensì 
piegando a sinistra sul ponte stesso mi recai al lato 
opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel 
punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea 
rimane al coperto, difesa dal gran palazzo Serbelloni- 
Busca, da qualsiasi colpo diretto che venga dalla parte 
superiore del corso. Nel traversare il ponte diedi una 
occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane, 
e non è a dire con quanta compiacenza, dopo pochi 
minuti secondi, m'accorgessi ch'erano fuori di vista. Il 
pericolo era allora pienamente superato; il primo passo 
adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene 
anche il secondo, il quale consisteva, non già nell'an- 
dare da quel luogo a S. Babila, ma sibbene nel pene- 
trare nella barricata, affine d' avervi riparo dai colpi 
dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano. 

Io doveva avvicinarmi al punto più vicino -della bar- 
ricata non ancora esposto e poi, approfittando d'un 
momento in cui non si sparasse, darvi la scalata colla 
massima celerità possibile. Non mi pareva che il pe- 
ricolo dovesse esser grande perchè non sentiva colpi, 
e pochi secondi potevano bastare per mettermi in 
salvo, mentre se i Tedeschi non erano già pronti a 
tirare, difficilmente mi avrebbero colpito tirando di 
furia. Del resto avevo già quella baldanza che suol 
dare il buon successo ed il sentimento di aver pro- 
pizia la fortuna. 

Avviatomi pertanto con passo accelerato, non aveva 



CAPITQLO QUARTO. 



forse fatto un centinaio di metri allorché, oltrepassata 
di poco la porta di ca6a Castiglione , precisamente la 
stessa già descritta a proposito del granatiere tedesco 
che il giorno innanzi si era inoltrato sino a quel 
punto prendendo di mira la barricata di S. Babila, 
ecco presentarmisi dal lato opposto del corso un nuovo 
interessante spettacolo. Di fronte a quel luogo havvi 
il Seminario grande, o per meglio dire si vede la porta 
barocca ma colossale , che dà accesso al vasto cortile 
interno in fondo al quale poi sta il Seminario. Il por- 
tone era spalancato ed il cortile pieno di chierici e di 
mucchi di materassi, cuscini e pagliaricci; erano i ma- 
teriali d'una barricata che i chierici stavano combinando 
per attraversare con essa il corso, ed erano tutti affac- 
cendati nell'opera patriottica: chi andava di qua, chi 
andava di là; alcuni erano perfino in manica di ca- 
micia. Era impossibile il non fermarsi a quello spetta- 
colo ; non dirò d'essermi fermalo molto, ma certo assai 
più che avanti quello del naviglio, dacché potevo farlo 
impunemente. Del resto non era solo la singolarità di 
quello spettacolo che lo rendeva caro a' miei occhi , 
ma anche la considerazione della parte che già pren- 
deva il clero al nazionale movimento. Se coloro che 
tanto si affacendavano erano i giovani chierici del Se- 
minario, era evidente però che non agivano senz'essere 
di pieno accordo coi loro superiori. 

Continuando il mio cammino passai avanti a casa 
Arese, e veduto un servitore sulla porta, mi fermai e 
lo richiesi se il padrone era partito: mi rispose di sì 
e che era partito il giorno innanzi uscendo dalla città 
pochi minuti prima che venissero chiuse le porte. Que- 

Ricordi, ecc. ^ 



CAPITOLO QUARTO. 



sto mi fece gran piacere, poiché nessuno in quel mo- 
mento poteva dire come sarebbe finita la sollevazione ; 
certa invece era la guerra ed a' miei occhi ogni giorno 
che si fosse potuta anticiparla era un gran guadagno. 
Da casa Arese si giunge ben presto a San Babila, e 
mano mano che mi avvicinava, riconosceva che il sup- 
posto pericolo andava sempre più diminuendo per causa 
della configurazione del terreno e della disposizione 
della barricata. Questa era stata costrutta in modo op- 
portunissimo: partendo dalla prima casa sulla linea che 
volge a S. Damiano, andava in isbieco a raggiungere 
l'angolo del caffè delle Colonne, includendo la via Ba- 
gutta, il qual punto era interamente coperto dalla 
chiesa di S. Babila e dalla colonna detta del Leoncino 
di Porta Ren^a, mentre la parte esposta era soltanto 
quella che si trovava di fronte alla via di S. Romano. 
Il mio ingresso fra i combattenti venne quindi fatto 
senza che incontrassi alcun pericolo. Non 'pertanto fui 
accolto festevolmente; era indubbiamente il primo che 
dal mattino di quel giorno aveva attraversato il corso 
nella sua lunghezza. Fino al ponte tutte le porte e le 
finestre erano chiuse; dal ponte in giù dal lato destro 
ancora esposto, benché in via di sola possibilità, tutto 
del pari era chiuso; dal lato sinistro vedevasi aperta 
qualche finestra e taluno si affacciava , ma sulla via 
non un'anima. I compagni futuri di combattimento 
mi avevano scorto da lungi allorché era arrivato al 
ponte, e si erano rallegrati vedendomelo traversare, e 
riconoscendo che era fuori di pericolo. Si fece subito 
un cerchio attorno a me e cominciarono le dimande 
a furia : d'onde veniva e che cosa sapeva. Io dissi loro 



CAPITOLO QUARTO. 83 

tutto ciò che il lettore già conosce intorno alla forza 
e posizione de 5 Tedeschi e narrai l'affare dei chierici 
che fece molto piacere. Alla mia volta chiesi conto dei 
combattimenti in città e se il fuoco era cessato da 
molto : mi risposero ch'era da oltre un'ora che stavano 
tranquilli; di quanto avveniva nelle altre parti non 
sapevano se non che si combatteva di certo a Porta 
Nuova ed a S. Vicenzino. Chiesi ov'era il podestà e 
se eravi un capo che dirigesse la sollevazione. Mi ri- 
sposero che il podestà e i membri del municipio, an- 
dati dapprima in casa Vidiserti, eransi trasferiti in casa 
del conte Carlo Taverna nella contrada de' Bigli, come 
ho già accennato, e che a capo militare era stato scelto 
un certo Anfossi, emigrato piemontese che veniva dal- 
l' Egitto, uomo arditissimo. 

Dopo che reciprocamente avemmo soddisfatta la no- 
stra curiosità , io volli visitare minutamente la barri- 
cata , della quale ora è difficile il farsi un concetto 
esatto per i molti cambiamenti seguiti in quella loca- 
lità. In luogo di quella casa alta con architettura ve- 
neziana, che sta ora sull'angolo fra il corso e la via 
di S. Damiano, eravi allora una casa ben più modesta 
ma che sporgeva assai, restringendo il corso, tanto che 
a chi veniva dalla via del Durino non si affacciava 
la colonna del Leoncino se non dopo oltrepassata quella 
stessa casa d'angolo. La via in quel punto era d'un 
terzo almeno più stretta dell'attuale, e la barricata che 
ho già descritto, e che partendo da quell'angolo an- 
dava per isbieco ad appoggiarsi alla casa dove havvi 
il caffè delle Colonne, era molto solida, poiché oltre 
le travature era rivestita d'un rialzo di terra e ciottoli. 



84 CAPITOLO QUARTO. 



Durante il mattino del 19 essa sostenne l'urto de' pro- 
iettili che venivano da Porta Orientale, finché le truppe 
coll'artiglieria rimasero nelle vicinanze del palazzo Ser- 
belloni-Busca. Per dare un' idea della forza che avevano 
taluni proiettili, mi basterà l'accennare un fatto solo. 
Sull'angolo di quella casa, ora scomparsa per far luogo 
all'allargamento, eravi un negozio di vino con ispaccio 
al minuto, cioè una bettola che era aperta anche in 
quel giorno. Or bene una palla da cannone attraversò 
netta tutta la parete, ma all'altezza di due metri e cadde 
nell'interno; di guisa che gli avventori si affrettarono 
a sgomberar la bottega. 

Dopo aver ben visitato tutto, stimai opportuno di 
recarmi al municipio per comunicare quanto io aveva 
veduto, ed anche udito, dagli stessi Tedeschi a loro 
non saputa. Ben presto arrivai a casa Taverna e venni 
tosto introdotto dal conte Casati che trovavasi con 
altri assessori in una stanza del primo piano. Narrai 
quanto aveva veduto dal mattino in poi, e mi fermai 
sulle parole testuali del colonnello che fecero un gran 
senso. Assai domande mi vennero dirette da parecchi, 
i quali in ispecie volevano sapere se la moltitudine 
che avevo veduto era armata, è se potevasi sperar da 
essa un qualche aiuto. Risposi che la massa era grande 
di certo , ma che per quanto io avessi guardato col 
cannocchiale non aveva potuto scoprir armi e che la 
maggior parte mi erano sembrati curiosi. Seppi dap- 
poi che il colonnello annoiato da quella massa di 
gente, allorché sul tardi della giornata si era ritirato 
fin presso alle porte, le fece aprire d'un tratto e or- 
dinò una cannonata a mitraglia. Fuggirono tutti d'ogni 



CAPITOLO QUARTO. 85 



parte; alcuni rimasero feriti, e per quel giorno non 
si lasciò più veder nessuno. 

Fra i presenti in casa Taverna la persona colla quale 
avevo maggior confidenza era il Giulini, quello che 
mandava per mezzi sicuri le mie lettere in Piemonte 
e che allora fu de' più insistenti ad assediarmi d'in- 
terrogazioni. Compiuto quell'atto di dovere, io tornai 
alla barricata di S. Babila deliberato di rimanervi. Il 
numero dei difensori non era grande potendo salire 
a quindici soli e male armati, taluni avendo fucili da 
caccia ed altri alcune delle armi tolte ai corpi di guardia 
disarmati che erano le migliori. Durava tuttavia una 
specie di sospensione di ostilità, onde vi erano fram- 
misti a combattenti molti curiosi, quand'ecco odesi ad 
un tratto di nuovo il cannone da Porta Orientale. I 
curiosi disparvero, i combattenti si avvicinarono alla 
barricata, ed io scelsi il mio posto mettendo in ordine 
gli enormi miei pistoloni , arma più sicura dei fucili 
da caccia. Qual fosse la causa precisa , per cui dopo 
una lunga sosta venissero allora riprese le ostilità, non 
saprei dirlo in modo esatto , ma è probabile che sia 
stata la molestia che veniva alla truppa da un famoso 
tiratore che armato d'ottima carabina svizzera era an- 
dato sino a casa Serbelloni seguendo precisamente quel 
cammino sicuro che aveva fatto io venendo, ossia ri- 
montando a destra il corso da S. Babila sino al ponte. 
Quella casa, che merita nome di grandioso palazzo, fa 
angolo fra il corso di Porta Orientale sul quale ha la 
fronte principale e la via lungo il naviglio; ma quella 
fronte non si unisce alla prima ad angolo retto, bensì 
l'angolo stesso è tagliato, evidentemente a lasciare un 



86 CAPITOLO QUARTO. 



maggiore spazio per accedere alla via lungo il naviglio ; 
onde resulta una piccola terza fronte e tale che in 
essa si praticarono due finestre. Colà erasi posto quel 
bravo tiratore per nome Broggi. Egli era al sicuro di 
ogni colpo diretto ; caricava la sua carabina e poi avan- 
zandosi verso la fronte del palazzo e sporgendo solo 
quanto era necessario per prendere la sua mira , tirava 
sulla truppa , per quanto lontana. Convien dire che 
non lo facesse sempre indarno , perchè fu allora che 
venne ripreso il fuoco che non poteva esser diretto 
alla barricata, la quale più non vedevasi dal punto ove 
si erano collocati i Tedeschi. Essi tiravano a palla e 
le palle battendo, sul selciato facevano scherzi stranis- 
simi deviando a destra ed a sinistra, infrangendo sti- 
piti ed arrivando coi loro salti sino ai secondi piani. 
Ma dopo qualche tempo si avanzarono sino a che due 
cannoni si trovarono sulla linea retta dalla parte della 
barricata che si appoggiava all'angolo della via Bagutta. 
Noi rispondemmo alla meglio col nostro fuoco, che 
però era innocuo per la troppa distanza, ma anche il 
loro non ci cagionò danno alcuno essendo noi difesi 
dalla barricata. Però un risultato funesto lo ebbe pur 
troppo, e fu la caduta del povero Broggi. Dopo un'ora 
circa il fuoco cessò, e noi eravamo ancora al nostro 
posto, quando seguendo quella via coperta già da me 
descritta, arrivò un giovane piuttosto alto e che, se 
non erro, udii chiamare col nome di Rusca. Io non 
lo conosceva, né dopo quel giorno più lo vidi; egli 
teneva in mano una carabina tutta intrisa di sangue. 
Che c'è? chiesi io che era tra i primi da quel lato: 
// povero Broggi è morto, mi rispose: una palla di can- 



CAPITOLO QUARTO. 87 



tiunc di rimbalzo deviando a sinistra lo colse in quel 
luogo ove si credeva sicuro e lo tagliò netto in due. Il 
Rusca ch'era poco lontano accorse, ma per vedere 
quello spettacolo e per raccogliere la carabina. Grande 
fu in tutti il dispiacere per quella morte, il Broggi 
valeva solo ben più di molti assieme, pieni di buona 
volontà ma inesperti all'uso dell'armi; egli univa tutte 
le qualità del buon tiratore; polso fermo, occhio eser- 
citato e pratica della sua carabina. Il Rusca andò al 
Municipio a narrare l'accaduto, e poco dopo vedendo 
ch'era subentrata una nuova calma, vi andai io pure 
per apprendere che cosa avveniva nelle altre parti della 
città. 



. - : ■ , ; : ; ^ : - : i . ■ . ; : ^ ^' i J : n ; : : : ^ : : ; : ; ; : ; : : : : . m i ; ; : i : i ; ■ n ; . ; m : : f ì i i ; ■ 1 1 : ; , j , . ; : : . : . i : ' ; ; : . i . . ^ . i : ^ - : , 



CAPITOLO QUINTO 



L'autore con Augusto Anfossi, capo dei combattenti, si recano al 
Comando Generale nella via di Brera per intimare la resa ad 
un battaglione di Ungheresi, ma senza frutto — Alla sera del 1 9 
l'autore è chiamato a giudicare uno scritto del vice Presidente 
O' Donelì, ritenuto prigioniero in casa Taverna, sede del Mu- 
nicipio — Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed 
il Duomo; l'autore reca la prima bandiera tricolore sul Duomo 
— Il Municipio si trasforma in Governo Provvisorio. 



Amico del padrone di casa, il conte Taverna, e del 
Giulini, conoscente di buona parte degli altri, non solo 
venni lasciato passare , ma fai introdotto nella sala 
principale, ove stavano riuniti i membri del Municipio, 
ed era una stanza piuttosto grande che dava sul giar- 
dino. Era quasi piena di gente, con un continuo andi- 
rivieni ; animatissimi erano i discorsi : chi narrava una 
cosa, chi l'altra, allorquando, forse un quarto d'ora e 
non più dopo il mio arrivo, entrano due cittadini, an- 
nunciando che sul piazzaletto avanti al Gran Co- 



CAPITOLO QUINTO. 



mando ( l \ a Brera, eravi una quantità di soldati che 
venivano ad atti fraterni colla popolazione, e soggiun- 
gendo essere essi certi che se alcuno rivestito di qual- 
che autorità si fosse presentato, ed avesse intimata la 
resa, il colpo non falliva. Parlavano con tale convin- 
zione che non mancarono di far tosto un grande ef- 
fetto su tutti. Ma come possono dir questo? chiese, non 
rammento se il Casati od altro, ma certo uno del Mu- 
nicipio; da quali fatti lo arguiscono? 

Lo dicono, risposero essi, i soldati stessi. 

Ma sono Italiani? 

Sono Ungheresi ed Italiani. Ritengano che si arrendono ; 
ma converrebbe che andasse uno che conosce il tedesco, 
perchè gli ufficiali sono tedeschi. 

Erano momenti nei quali tutto si credeva possibile; 
da un giorno e mezzo si erano già vedute tante cose, 
dapprima giudicate impossibili, che si cominciò ad ac- 
cogliere anche quell'idea. 

Mi dicano , chiesi io, sono molti? 

Molti ; e pieno tutto il pia^jaletto avanti al Gran Co- 
mando. 

Sono mescolati i soldati alla popolazione ? domandai io 
di nuovo. 

Questo no , perche hanno paura degli ufficiali ; ma al- 
cuni che hanno girato il canto di casa Castelbarco parlano 
coi cittadini. 

Davvero, se riuscisse, dissi io, sarebbe un bel colpo. 



(i) Gran Comando è il termine allora molto usato a Milano per indicare il 
grande palazzo, nella via di Brera, che, fino dai tempi di Napoleone I, servi sem- 
pre, come serve tuttora, di residenza al Comando Superiore militare. 



90 CAPITOLO QUINTO. 



Or siccome io aveva dovuto stare inerte mezza gior- 
nata, credetti che spettasse a me l' arrischiarmi a far 
qualcosa di segnalato; onde rivolto al Casati: Signor 
podestà, gli dissi, vado io. Dapprima v'ebbe un momen- 
taneo silenzio, ma tosto fu rotto da diverse esclama- 
zioni di bravo, bene ! Io mi apparecchiava ad andare 
senz'altro; quando, fra la folla si fa largo una per- 
sona che non avevo veduta mai, grande, con volto 
abbronzito e pieno d'espressione, che mi dice: Vengo 
anch'io. Uno del Municipio me lo presenta e mi dice : 
Questo è il signor Anfossi; e presenta me a lui. Gli 
stendo la mano, e dico: Andiamo. Quando appresi che 
vi erano Ungheresi, pensai che sarebbe bene rivolger 
loro il saluto sempre caro all'orecchio ungherese, di 
Eljen Madjar, che significa: Evviva l'Ungheria; ma, 
temendo di non pronunciarlo bene, mi rivolsi ad un 
Litta Modigliani, ivi presente ch'era stato a Vienna, 
ed in diplomazia, e gli chiesi se il mio modo di pro- 
nunciarlo andava bene. Mi rispose che si, ed armato 
di quel solo talismano , confidando nella fortuna , ci 
ponemmo in cammino io e l' Anfossi; nessun altro ci 
seguì. Usciti dalla via de' Bigli, ed avendo appreso che 
tutta la via di Brera era occupata dai Tedeschi , an- 
dammo per le vie di Croce Rossa , Borgo Nuovo e 
Fiori chiari, e sboccammo sulla larga via avanti al pa- 
lazzo di Brera. Colà arrivati, io trassi il fazzoletto 
bianco che teneva alto in segno che venivamo con 
intenzioni pacifiche, ed andammo diritti verso il fitto 
della soldatesca, che, del resto, era totalmente separata 
dai cittadini. Al primo arrivare io pronunciai, con 
tutto l'entusiasmo possibile, V Eljen Madjar, gettandomi 



CAPITOLO QUINTO. 91 



in mezzo agli Ungheresi che in realtà formavano la 
grandissima parte di quella truppa, e, per verità, v'ebbe 
un istante che credetti che il colpo andasse bene. Eljen, 
eljen! risposero non so quanti, e mi stringevano la 
mano. Rivoltomi ad un maggiore che comandava 
quella truppa, ch'era un battaglione intero, lo salutai 
col miglior garbo possibile, e quindi entrai in argo- 
mento, dicendogli che, al punto in cui erano le cose, 
mi pareva che l'umanità esigesse di non fare inutili 
sacrifici, e perciò si arrendesse , e stesse certo che se 
gli avrebbero avuti tutti i riguardi possibili. Il mag- 
giore si trovava precisamente presso la prima porta , 
sempre chiusa, che si incontra venendo dal centro della 
città; piovigginava, ed egli era chiuso in un gran man- 
tello impermeabile. Mi ascoltò con mirabile freddezza, 
senza far gesto o movimento di sorta , guardandomi 
con un'espressione piuttosto di curiosità che altro e 
quand'ebbi finito: No, rispose, non lo posso: non fate 
ostilità voi e non ne faremo noi. 

Io rimasi sorpreso di questa risposta e la partecipai 
all'Anfiossi. Un gran cerchio di soldati s'era fatto at- 
torno a noi. Rimanemmo alcuni istanti perplessi, quando 
l'Anfossi si curva su di me e mi dice a bassa voce: 
Caro mio, andiamo ; ci potrebbero condurre in castello. 

Nulla di certo avrebbe potuto impedirlo; ma non 
solo a me non era passato pel capo quel pericolo, ma 
anche dopo che l'Anfossi mi rese avvertito , non lo 
temetti, e ciò per la ragione che l'ufficiale aveva pro- 
nunciate quelle parole con un'inflessione di voce quasi 
dolce. L'Anfossi, che non conosceva il tedesco, non 
poteva trarne la conseguenza trattane da me, che, in 



92 CAPITOLO QUINTO. 



fondo, non solo non fosse ostile, ma quasi desideroso 
di componimento. Voglio tentare ancora , dissi all' An- 
fiossi ; ma egli non aspettò, e se ne partì. Avvicinatomi 
di nuovo all'ufficiale, cominciai con un argomento che 
parevami della più chiara evidenza: È impossibile, gli 
dissi, che possiamo rimanere in tale stato di cose: con- 
viene che si venga ad una conclusione; e tornai al solito 
argomento de' poveri soldati sacrificati inutilmente, ma 
tutto fu inutile. Ascoltò di nuovo la mia omelia, colla 
stessa freddezza, e poi rispose: Non fate nulla a noi, e 
e noi non faremo nulla a voi; ma questa volta in modo 
più risoluto. Compresi che non mi rimaneva che d'an- 
darmene col mio fiasco. Salutato il maggiore, che ri- 
spose al mio saluto , ripresi la stessa via che aveva 
fatto venendo. La piazzetta avanti al Comando gene- 
rale, fiancheggiata ora da una casa nuova alta, lo era 
in allora da una chiesa o cappella intitolata a S. Eu- 
sebio ed unita a casa Castelbarco, ed aveva arroton- 
dato il canto , fra la stessa piazza e la vicina di Brera. 
Girando quel canto, quasi di nascosto, alcuni soldati 
si erano recati sul davanti di casa Castelbarco , ove 
più non erano veduti dagli ufficiali. Io mi tenni presso 
quel lato, e appena mi trovai fuori dallo sguardo degli 
uffiziali mi vidi avvicinato da quattro soldati; uno ita- 
liano, gli altri Ungheresi. Mi balenò un lampo di speranza, 
che almeno una conquista in piccolo io la potessi fare, 
inducendo que' soldati a venir meco; ma, quale illu- 
sione! essi mi chiesero tabacco. Io non ne aveva, per- 
chè non fumo; epperò loro dissi fra lo scherzo ed il 
serio: Venite con me, e ve ne darò quanto ne volete ; ma 
non vennero; solo l'italiano voleva che tentassi ancora 



CAPITOLO QUINTO. 93 



di persuadere l'ufficiale , ma gli risposi ch'era tempo 
perduto. Quel piccolo fatto però accaduto a me stesso, 
mi spiegò come que' cittadini, venuti colla piena con- 
vinzione che il colpo potesse riuscire , erano in buona 
fede, e sbagliavano solo nel giudicare la condotta pas- 
sibile degli ufficiali. Tornando malinconico su' miei 
passi, pensava all'efficacia della disciplina. Non pertanto, 
volli render conto della mia missione ai membri del 
Municipio, che fino allora non avevano altra veste. Il 
Gasati mi ringraziò , e mi comunicò che mi avevano 
nominato aiutante dell'Anfiossi, il quale faceva da capo: 
eravi anche un altro aiutante, del quale ho dimenticato 
il nome, ma che vidi, dopo il 1860, maggiore nella 
guardia nazionale di Milano. Benché il colpo andasse 
fallito, non aveva mancato di fornirmi una prova che 
il morale de' nostri sì potenti nemici era scosso; la 
risposta datami dal maggiore non voleva uscirmi dal 
capo; una sospensione delle ostilità, senza che 1' una 
o l'altra parte rimanesse padrona della situazione, era 
inconcepibile. Nel fondo io ci vedeva l'irresoluzione , 
e mi pareva già molto. 

La giornata del 19 volgeva alla fine; era stata im- 
portante; sopratutto per il successo a Porta Nuova, 
dovuto principalmente all'Anfossi. Quegli archi che i 
Milanesi chiamano Portoni, rappresentano, o, diremo 
meglio, richiamano una delle conquiste più felici di 
que' giorni; padroni di essi, noi avemmo una linea 
decisa di difesa. Dopo essere uscito di nuovo, e fatta 
non mi rammento bene quale ispezione, tornai a casa 
Taverna, ed entrato nella prima sala che trovasi dopo 
il piccolo corridoio che s'incontra al primo piano, sentii 



94 CAPITOLO QUINTO. 



il Giulini che esclamava: È qui il Torelli; ci rimettiamo 
a lui. Come è facile il supporre, io non compresi nulla 
di quella frase, ch'era evidentemente la conclusione 
di qualche discussione ; or ecco che cosa vi aveva dato 
origine. Io ho già narrato come il Municipio, ritiran- 
dosi dal palazzo di Governo, conducesse seco ostaggio 
il Vice Presidente conte O'Donell; in casa Taverna 
gli era stata assegnata una bella stanza al primo piano 
con prospetto sul giardino attigua a quella ove se- 
deva il Municipio stesso. Quantunque non potesse uscire 
era vigilato anche colà da una guardia e questa aven- 
dolo veduto a scrivere, mise il campo a rumore e pro- 
vocò osservazioni e consulte. Tosto taluno propose di 
impadronirsi dello scritto ; altri reputava il passo troppo 
duro, dacché qualunque cosa avesse scritto, non ne po- 
teva sorger guaio non comunicando egli con nes- 
suno. Si insisteva da una parte e dall'altra; finalmente 
si venne ad una specie di compromesso e fu questo, 
che si mostrasse lo scritto a persona di confidenza del 
Municipio, e se questa assicurava che nulla conteneva 
da tornare a nostro danno, si restituisse senza chieder 
conto dell'argomento. Lo scritto era in tedesco, e fu 
giuocoforza andar in cerca di qualcuno che conoscesse 
tal lingua. Io arrivai a caso in quell'istante e veduto 
dal Giulini, gli diedi causa di uscire in quell'esclama- 
zione che al momento doveva essermi inesplicabile. Io 
era così lontano dall'attendermi quell'incarico, che sino 
a quel punto ignorava completamente che V ostaggio 
fosse colà e per di più non aveva veduto mai quel 
personaggio. Accettai però l'incarico, che infine era la 
mitigazione di un atto veramente duro, quale sarebbe 



CAPITOLO QUINTO. 95 



stato quello di togliergli senz'altro lo scritto. La stanza 
assegnata al prigioniero era prossima ad un gabinetto 
stretto stretto che serviva da studio air ottimo Carlo 
Taverna, diviso solo per una scala interna, da quella. 
Il prigioniero che il giorno innanzi era ancora il capo 
del Governo di tutta la Lombardia e di diritto lo era 
ancora, fu fatto passare in quel gabinetto ov' ebbe 
luogo il mio incontro con lui; egli era accompagnato 
dal conte Casati che doveva presentarmi. In quali ter- 
mini fosse prima stata annunciata all'O' Donell quella 
determinazione, io lo ignoro; ma rammento in modo 
preciso che entrando nel gabinetto disse al Casati queste 
parole: Veggo che mi trattano proprio da prigioniero. Il 
buon Casati gli rispose protestando ed insinuandogli 
che volesse far ragione alle circostanze ed alle diffi- 
coltà della sua posizione; poi, molto commosso, se- 
dette su un piccolo sofà. Io ed il prigioniero ci avvi- 
cinammo ad un tavolino presso la finestra sul quale 
eravi una lampada, ed egli estrasse il manoscritto che 
cominciò a leggere: ma io lo interruppi dicendo: Non 
permetto ch'ella si scomodi; la scrittura è chiara; voglia 
favorirmela. Il tono col quale pronunciai quelle parole, 
esprimeva spiccatamente il rispetto alla sventura e lo 
rincorò; sicché a sua volta mi consegnò lo scritto 
con tale atto che significava: Vi ringrazio del vostro 
contegno. Lo scritto era una narrazione degli avveni- 
menti, un rapporto diretto al Ministero di Vienna; ma 
in esso non era cosa alcuna in aggravio del Municipio 
e dei cittadini, e invece ei si lagnava amaramente della 
polizia, asserendo che essa non aveva mai conosciuto 
lo spirito pubblico, correndo dietro a dicerie su tali e 



96 CAPITOLO QUINTO. 



tali persone ed a pettegolezzi. Il racconto giungeva 
sino al momento dell'abbandono forzato del palazzo 
di Governo , e faceva precisamente menzione anche 
dell'arrivo dell' arcivescovo, notando come avesse una 
coccarda tricolore sul cappello (io l'aveva veduta alla 
bottoniera, ma 1' O' Donnell diceva positivamente sul 
cappello: credo che l'avesse in entrambi i luoghi). Letta 
che ebbi quella relazione, dichiarai che conteneva as- 
solutamente nulla che potesse comprometterci ; al mo- 
mento non volli però dar conto a nessuno del conte- 
nuto; lo narrai più tardi, finita la lotta, non essendovi 
più ragione alcuna di farne un segreto. La soluzione 
venne comunicata all' O' Donnell , al quale fu resti- 
tuito il manoscritto me presente, e parve esilararsi ; 
era una bella persona e sopportava con dignità la sua 
sventura. Uscito di nuovo coll'Anfossi, facemmo una 
ispezione; poi, essendo già la notte molto avanzata, 
rientrammo e ci coricammo nell'angolo di una sala e 
prendemmo alcune ore di riposo. Il domani (20) era- 
vamo in piedi prima dell'alba; io andai ai Portoni di 
Porta Nuova ed a S. Babila, diedi alcune disposizioni 
e ritornai a casa Taverna sempre di buon'ora. Al mio 
arrivo vidi un agitarsi insolito nell'atrio e nel cortile, 
ove si udivano le parole polizia, duomo: affrettatomi 
a salir le scale trovai la prima sala piena ed appresi 
che i Tedeschi durante la notte avevano abbandonato 
la Polizia ed il Duomo; tutti però non vi prestavano 
fede, e molti la credevano una finzione, un'astuzia per 
attirare i cittadini e farne poi man bassa. La Polizia 
ed il Duomo erano due punti essenzialissimi. Qui è 
d'uopo però spiegare la parola Polizia. La gioventù e 



CAPITOLO QUINTO. 97 



le persone in genere che non hanno oltrepassato i 40 
anni W non possono averne un' idea esatta. Chiamavasi 
Polizia tutto il complesso dei fabbricati nella via Santa 
Margherita ove si trovavano gli uffici che in oggi si 
chiamano di Sicure^a pubblica, non che le carceri pre- 
ventive e correzionali; ma il concetto che il popolo 
aveva di quell'insieme, le idee che destava il nome di 
polizia erano ben diverse da quelle che desta la mo- 
derna denominazione. Oggi tutti sanno che nelle car- 
ceri ovunque siano, non si conducono che quelli i 
quali attentano alla vostra proprietà ed alla vostra vita; 
ma allora!! Si figuri il giovine lettore che la frase: 
L'hanno condotto in Santa Margherita, equivaleva a dire : 
Per un pe^o quell'uomo non vede più luce, — è scom- 
parso, — starà a Milano, verrà condotto lontano, nessuno 
lo sa. Prima del 1848 non si andava però sino a te- 
mere della vita : nessuno venne ucciso, come direbbesi, 
alla sordina, ad uso del medio evo. L' Austria aveva 
fatto processi politici più o meno regolari, prima d'al- 
lora; vi erano state condanne a morte, ma nessuna 
esecuzione; più tardi vennero anche queste, ma fino 
al 1848 il patibolo non era stato asceso di fatto da 
nessuno; non pertanto l'essere messo in prigione per 
ragioni politiche, l'esser condotto a Santa Margherita 
era cosa che faceva spavento. Fra gli agenti di polizia 
i più detestati erano gli Italiani. Il popolo col suo buon 
senso comprendeva ch'era impossibile che i Tedeschi 
ci potessero amare o potessero ammettere il nostro 
diritto di voler comandar noi a casa nostra; ma non 



(1) S'intende a partire dal 1876 quando io scriveva. 
Ricordi, ecc. 



->cS CAPITOLO QUINTO. 



poteva tollerare che gli Italiani fossero più zelanti perse- 
cutori de 5 Tedeschi stessi. Vi erano commissari di po- 
lizia che avevano accumulato sul loro capo un odio 
indescrivibile; i nomi del Bolza e del De Betta erano 
popolarmente esecrati, né ci aveva classe di persone 
che non li conoscesse. Era allora capo della polizia 
il barone Torresani Lanzenfeld, tirolese. Non credo che 
personalmente fosse un cattivo uomo ; ma aveva usur- 
pata la fama di uomo molto abile, non essendolo punto, 
come osservò lo stesso O' Donell. Il caseggiato ma- 
teriale di Santa Margherita si estendeva molto addentro 
dalla parte ove erano le carceri; non eravi una divi- 
sione precisa fra carceri comuni e politiche; nella 
prima che si trovava esser libera si metteva 1' uno o 
l'altro arrestato, senza però mescolare i detenuti, al- 
meno per norma generale. Comunque sia, in tutte le 
sfere della società il nome di Santa Margherita era co- 
nosciuto e temuto. Allo scoppiar della rivoluzione quel 
locale, già sempre ben munito, era stato rinforzato con 
truppe e si era difeso con danno non piccolo dei cit- 
tadini; all'udire che lo avevano abbandonato volonta- 
riamente durante la notte, sorse quel dubbio d'un tra- 
nello, diviso dalla grande maggioranza degli accorsi a 
dare la notizia. Quanto al Duomo era la stessa cosa. 
Il Duomo, quella meravigliosa cattedrale, che è il vanto 
secolare di Milano, e s'identifica talmente con tutto il 
suo essere passato e presente, che volendosi rappresentar 
la città per mezzo d'un monumento, si sceglie sempre 
quella mole marmorea cotanto caratteristica perchè gi- 
gantesca e gentile ad un tempo; il Duomo, dico, ebbe 
una larga parte nella rivoluzione del 1848. Allorché 



CAPITOLO QUINTO. 99 

scoppiarono i primi moti, il posto del Palazzo reale ai 
fianco sinistro del Duomo, venne rinforzato con truppa 
ed artiglieria. Vicino al Palazzo reale havvi l'Arcive- 
scovado, che i Tedeschi occupavano del pari, tenendosi 
così padroni del vasto tratto compreso fra la via dei 
Restelli, la via Larga, Piazza Fontana ed il fianco si- 
nistro del Duomo. Dall'Arcivescovado si entra in Duomo 
per mezzo di un passaggio sotterraneo comodissimo, 
aperto, se non sempre, in molte occasioni festive al 
pubblico ; i Tedeschi entrarono per quel passaggio nella 
chiesa e sbarrarono le porte, con che trasformarono il 
Duomo in una vera fortezza. La parte superiore, che 
forma un seguito di vie, di piazze, di androni di marmo 
lavorato con l'arte più squisita, divenne la loro rócca, 
il loro campo principale, il centro del loro fuoco. Le 
innumerevoli guglie erano le loro barricate, e giammai, 
dacché si combattè dietro barricate, ve n'ebbero di così 
preziose. Non si ha che a gettare uno sguardo su quel 
gigante che domina Milano, per comprendere che cosa 
si poteva fare essendo padroni di quell'altura, ove si 
può circolare con tutta sicurezza e che si presta egual- 
mente all'offesa ed alla difesa. Vi salirono cacciatori e 
fecero molto male, sopratutto il primo giorno. Nella 
notte dal 19 al 20 abbandonarono non solo quella po- 
sizione ch'era fortissima, ma tutto il circuito in loro 
possesso, ossia il Palazzo reale e l'Arcivescovado. Se 
non che per la stessa ragione adotta per la Polizia 
non si voleva credere alla sincerità dell'abbandono. Si 
discuteva in casa Taverna sul da farsi: taluno voleva 
che si accertasse subito il fatto; altri consigliava la 
prudenza, dacché presto la cosa si sarebbe chiarita senza 



100 CAPITOLO QUINTO. 



sacrificar nessuno; ma l'Anfiossi, perduta la pazienza : 
Finiamola, disse, io vado alla Polizia e Torelli andrà al 
Duomo. Detto fatto ci poniamo in cammino. Ei volge 
a destra per la via S. Vittore 40 martiri W ed io prendo 
la via S. Pietro all'Orto, perchè era la meno ingombra 
di barricate. Essa sbocca sul Corso, che legalmente al- 
lora doveva chiamarsi Corso Francesco, ma che il pub- 
blico chiamava sempre, come dissi, col nome antico 
e storico di Corsia de' Servi. Durante la traversata della 
via di S. Pietro all'Orto, pensai che sarebbe stato utile 
il munirmi d'una bandiera, onde arrivando sulla grande 
guglia ove aveva deliberato di salire , potessi dar con 
quella un segnale anche ai lontani, che i cittadini erano 
padroni del Duomo. Allorché sboccai sulla detta Corsia 
mi si presentò una scena molto animata; quasi tutti i 
terrazzini, e non havvi casa che colà non ne abbia, 
erano pieni di gente, uomini, donne, giovani, vecchi; 
parlavano forte, gesticolavano, mostravano il loro tri- 
pudio; la notizia dell'abbandono del Duomo era corsa 
ma congiunta ancora al sospetto che l'abbandono fosse 
simulato ; chi credeva, chi non credeva. Nella via vi 
era pochissima gente. Recatomi sotto uno dei terraz- 
zini, tappezzato di bandiere tricolori e credo in vici- 
nanza dell'Uomo di Pietra, pregai che mi si desse una 
bandiera annunciando che voleva portarla sul Duomo. 
Subito , mi rispose una signora molto gentile, e mi 
porse una bandiera. Era di discreta grandezza con la 
sua asta proporzionata. Allorché mi avviava sempre 
solo, incontrai un giovine che aveva conosciuto alla 



(1) Ora via Pietro Vtrri. 



CAPITOLO QUINTO. 101 



barricata di San Babila: gli dissi che andava sul Duomo 
e se voleva accompagnarmi. Accetto, rispose, e conti- 
nuammo assieme; il Duomo ci era sempre in vista e 
già divorava cogli occhi la cupola, quando arrivato allo 
sbocco della via di S. Radegonda sentii alcuni a dire: 
Ma dove va? — Sul Duomo , risposi io. — Ma badi 
che ci sono ancora i Tedeschi. A quel punto noi eravamo 
arrivati al fianco stesso del Duomo, ed io studiava il 
passo perchè ero impazientissimo; ma giunto a poca 
distanza dal Coperto dei Figini alcuni cittadini, accor- 
tisi ch'ero risoluto ad entrar in Duomo mi gridarono: 
No, no, per carità, vi i tradimento... vi e tradimento ! 
Badi alla mina. — Frattanto io aveva percorso tutto 
il fianco e, giunto alla fronte, vidi aperta la porta della 
chiesa e qualcuno sulla soglia. Ebbene, dissi ai cittadini 
che dal portico dei Figini mi gridavano di non andare, 
io dico che sul Duomo non vi è più nessuno. Era evidente 
che chiunque vi fosse stato poteva dirsi un uomo per- 
duto; ora i Tedeschi sapevano far troppo bene la guerra 
per commettere simili errori. Pienamente persuaso che 
nessuno più non vi fosse, e pressato dall'ansia di dare 
il famoso segnale, salii di corsa la gradinata ed entrai 
in Duomo per la seconda porta. 

A quel punto eramisi aggiunto un terzo compagno, 
precisamente al momento che girato il fianco del Duomo 
giudicai ch'esso era libero; ed era un mio fratello per 
nome Giovanni Battista, il quale dimorava nel borgo 
Monforte, e avendo preso parte al combattimento, ve- 
niva a veder che cosa accadeva nel centro della città. 
Vieni anche tu, gli dissi, e venne. Io precedeva i com- 
pagni colla bandiera e salii il primo la stretta scala 



102 CAPITOLO QUINTO. 



granitica che riesce al vertice del Duomo con intermi- 
nabili piccoli ripiani ove a stento possono darsi il cambio 
due persone. Non so quanto tempo impiegassi, ma di 
fermo ben poco. Io aveva una certa famigliarità col 
Duomo, perchè non passava mai anno che in qualche 
limpida giornata non mi recassi sulla maggior guglia 
a contemplare il bellissimo panorama che da quella si 
gode; il che mi tornò utile assai, poiché chi non ha 
pratica, può perdere ben molto tempo prima di trovar 
la via a superare tutti quei piani che si incontrano 
dopo che dalla stretta scala interna si arriva al primo 
ripiano. 

Oltre l'ansia ben naturale di recare quel famoso se- 
gnale, aveva in mira di persuadere al più presto pos- 
sibile del loro errore i gridatori al tradimento; alla mina. 
Giunto sul primo ripiano accennato, traversai di corsa 
quella specie di corridoio o galleria marmorea che si 
estende da un capo all'altro quanto è lungo il fianco 
verso la Piazza Reale, e salii la lunghissima scala sco- 
perta che conduce al piano superiore. Siccome eravi 
chi stava all' erta se mi vedevano arrivare, così non 
aveva ancor finito di traversar la galleria che comin- 
ciarono gli evviva; io non mi fermai un istante, ma per- 
venuto alla sommità della vòlta, andai ritto alla guglia, 
e salito per quelle scale a chiocciola, quasi aeree, ar- 
rivai ben presto all'ultimo ballatoio fin dove era pos- 
sibile di giungere. Quivi feci il giro sventolando la 
bandiera, fermandomi poi dalla parte verso la Corsia 
de' Servi, ove molti, conoscendo lo scopo della mia 
missione, stavano sull'avviso. Uno scoppio prolungato 
xli evviva salutò l'apparire della bandiera. Io avevo pre- 



CAPITOLO QUINTO. IOJ 

ceduto di qualche poco i miei compagni che tosto mi 
raggiunsero su quel pinacolo, e insieme assicurammo 
a quell'altura la bandiera come meglio si potè dal lato 
della Corsia menzionata. Dopo breve riposo discen- 
demmo, ma con calma, perchè eravamo stanchi. Al- 
lorché dopo rifatto il cammino "allo scoperto, stavamo 
per discendere per la scala incassata nello spessor del 
muro, osservai, a poca distanza dalla porta, frantumi 
di bottiglie e tizzoni spenti. Di questi la provenienza 
era chiara; i soldati avendo freddo si erano evidente- 
mente riscaldati accendendo fuoco, al che le molti travi 
d'ogni dimensione usate per i ponti de' vari lavori in 
costruzione avevano loro somministrato il materiale; 
non così chiara mi riusciva la presenza di quelle bot- 
tiglie, ma seppi poi la provenienza anche di quelle. Io 
conosceva certo signor Angelo Tavola, il quale, im- 
piegato di Corte, avendogli io narrato quel fatto, mi 
disse, che il giorno 19 i soldati mandarono a dire che 
avevano sete e si inviasse loro da bere. Per far questa 
mandarono loro delle bottiglie di Bordò, non ram- 
mento bene in qual numero, ma non poche. Disceso 
dal Duomo andai a far la mia relazione, ben s'intende, 
verbale. Seppi all'Ufficio che anche all'Anfiossi era av- 
venuto la stessa cosa ; si gridò anche a lui di non av- 
venturarsi, ma non diede ascolto, e trovò il fabbricato 
interamente sgombro dai Tedeschi. Frattanto in quello 
stesso giorno la Congregazione Municipale , che fino, 
allora non aveva mai parlato che come tale, fece il 
passo ardito di trasformarsi in Governo Provvisorio 
di fatto, benché nella sua notificazione non adoperasse 
ancora quel termine, ma dicesse solo che viste le tir- 



104 CAPITOLO QUINTO. 



costante.... assumeva in via interinale la direzione di ogni 
potere allo scopo della pubblica sicurezza. Ai membri or- 
dinari della Congregazione, dei quali rammento aver 
visti in casa Taverna, oltre il conte Gabrio Casati, 
podestà, gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare 
Giulini, aggiunse in via provvisoria i signori Vitaliano 
Borromeo; Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro 
Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico 
Guicciardi e Gaetano Strigelli. 

Il Governo Provvisorio aveva creduto bene di no- 
minare un Comitato di guerra per coadiuvarlo, e l'in- 
domani ne nominò altri , uno di difesa , uno di pub- 
blica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per ul- 
timo uno di sussistenza. 

Fra i primi atti del Comitato di guerra vi ebbe quello 
della pubblicazione d'un ordine del giorno annunciante 
come il signor Luigi Torelli di Valtellina ed il signor 
Scipione Baraggi di Treviso avessero recato la prima 
bandiera tricolore sul Duomo. Non posso dire di certo 
che la cosa mi spiacesse ; ma sino d'allora e dal primo 
momento dichiarai che non dava nessuna importanza 
a quel fatto, non essendo persuaso che vi fosse a com- 
pierlo alcun pericolo ; epperò lo ritenni, più che altro, 
un favore della fortuna che volle far cadere su di me 
quella missione che era stata certo utile, ma non pe- 
ricolosa e tale da meritar tanto premio. La sua utilità 
poi era stata di far noto anche ai lontani come i cit- 
tadini fossero padroni del Duomo. Io credo che quanti 
cannocchiali esistevano nella cerchia di molte e molte 
miglia intorno a Milano , tutti erano rivolti verso la 
città ove da due giorni tuonava il cannone, ove nes- 



CAPITOLO QUINTO. IO 5 



Simo poteva né penetrare, né uscirne. Allorché videro 
quella bandiera, dovettero concludere naturalmente che 
la fortuna piegava in favor dei cittadini, poiché se mai 
vi ebbe fuoco visibile anche da lontano dovette esser 
quello fatto dai cacciatori dall'alto del Duomo. 

Ma alla gioia della popolazione per i due fatti ac- 
cennati dello sgombro della Polizia e del Duomo, onde 
€ra avvenuto che già cominciassero a popolarsi le vie, 
sottentrò presto un grande sgomento, allorché comin- 
ciarono a piovere bombe e granate. Di nuovo si videro 
le strade deserte. Il piano dei Tedeschi era chiaro ; essi 
si erano ritirati appunto perchè volevano bombardare 
la città; ma o fosse che la polvere avesse sofferto o 
per qualsiasi altra causa, il fatto è che poche granate 
scoppiavano, talché lo spavento non durò a lungo. Fatti 
speciali degni di menzione non avvennero nella cerchia 
ove io mi trovava, solo a notte avanzata l'Anfiossi mi 
propose una spedizione che merita essere ricordata. 



il iiliillliilÉita iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiifiiiiiiiiìiiiiHiiiiiiuninii il 



CAPITOLO SESTO 



La sera del 20 marzo l'Anfossi coli' autore e con tre altri com- 
battenti, si recano sui campanile di S. Bartolomeo — È insti- 
tuito un Comitato di difesa, e l'autore è chiamato a farne parte 
come Capo delle pattuglie; sue osservazioni in contrario; sua 
accettazione — Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo. 



I 

Al di fuori de' Portoni di Porta Nuova eravi una 
chiesa detta di S. Bartolomeo con un campanile non 
molto alto, ma sì perfettamente isolato che dominava 
a grande distanza; era di forma quadrata e piuttosta 
stretto, il che gli dava una certa eleganza. Su quel 
campanile eravi un corpo di guardia di quattro indi- 
vidui, la cui posizione era ottima per esplorare, ma pe- 
ricolosa perchè non erano protetti dalle barricate che 
finivano ai Portoni. Quel posto era anche dei più in- 
stancabili per il continuo suonare delle campane a stormo, 
che dava ai nervi ai Tedeschi in modo insopportabile. 
L/ Anfossi volle dimostrare anche il conto che faceva 
di quei giovani andando a trovarli sul posto. M'invitò 
ad andar con lui, il che accettai di buon grado, e di- 



CAPITOLO SESTO. IO7 



scendemmo nel cortile di casa Taverna; quivi eranvi 
molti giovani, gli uni per riposarsi, altri venuti a sen- 
tire le notizie della giornata. Vedendoci uscire con quel 
passo risoluto di chi deve andar diritto ad uno scopo, 
venne ad alcuni la curiosità di unirsi a noi. Io chiesi 
all' Anfossi se poteva dir loro dove andavamo ; ei ri- 
spose di no, perchè un bisogno non vi era e chi vo- 
leva venire avrebbe visto dove si andava. Benché ri- 
spondessi in questo senso a quanti mi domandavano, 
alcuni vollero unirsi e ci trovammo in dieci o dodici 
alla fine della contrada de' Bigli; ma allorquando colà 
giunti si piegò . a destra e si prese la via del Corso di 
Porta Nuova lungo il palazzo d' Adda, e cominciò a 
chiarirsi dove si andava , cioè che trattavasi di uscire 
dai Portoni fuori dalle barricate, il numero andò di- 
minuendo sì che giunti all' ultima di queste ci tro- 
vammo in cinque. I Portoni conquistati il giorno in- 
nanzi non avevano ancora che una barricata provvi- 
soria, fatta in fretta e in furia, che passammo senza 
stento, e presso alla quale mi cadde sotto lo sguardo 
un oggetto che mi fece allora una dolorosa sensa- 
zione. 

Gli attuali Portoni sono bensì gli stessi di allora, 
ma il loro contorno è affatto diverso; non esistevano 
allora le due porte per i pedoni; le case a destra e 
sinistra si avanzavano assai più, e pedoni e vetture 
escivano ed entravano dai soli due archi centrali divisi 
dal largo pilastrone coevo alla loro costruzione. Ora, 
precisamente al centro di quel pilastrone eravi una 
panca sulla quale stava disteso il cadavere di un un- 
gherese. Io che sognava sempre insurrezioni in Un- 



I08 CAPITOLO SESTO. 



gheria e calcolava sull'aiuto reciproco d'un movimento 
contemporaneo, non poteva vedere un ungherese morto, 
senza che mi contristasse l'animo, e tuttavolta al pa- 
lazzo di Governo i primi cadaveri che aveva veduti 
erano d'Ungheresi; altri ne aveva veduti il 19, ed al- 
lora tornava ancora a veder nuove vittime di quella 
nazione, cadute combattendo contro una causa che pur 
era vagheggiata nello stesso loro paese. 

La chiesa di S. Bartolomeo era il primo fabbricato 
clie incontravasi a sinistra uscendo dai Portoni. Era 
costrutta non parallela ai medesimi ed al naviglio, ma 
in isbieco, in linea che piegava verso il nord-est. Aveva 
una fronte stracarica di ornati e con colonne ognuna 
delle quali portava una statua; era barocca assai, ma 
non senza una certa grandiosità; attigua alla stessa 
eravi la canonica che presentava una linea in senso 
opposto, talché ove si univano le due linee, formavano 
un angolo acuto con un piccolo piazzaletto quasi na- 
scosto, opportunissimo per proteggerci, poiché, come 
già dissi, noi eravamo allo scoperto, fuori delle barri- 
cate. In un istante fummo tutti riuniti in quel luogo, 
ed uno de' giovani che si erano uniti a noi andò a 
battere con precauzione , ma tanto da farsi sentire, al 
portone della canonica. Poco dopo si udì una voce 
che chiedeva chi si fosse e che cosa si volesse. Rispose 
il giovane in pretto milanese, ch'era il naturai passa- 
porto fra ignoti , esserci il capo dei combattenti che 
voleva visitare il posto sul campanile; aprisse pure 
senza paura e facesse presto. Il sagrestano che era la 
persona che parlamentava, aprì allora e noi entrammo 
nella canonica. Chiedemmo del signor parroco avanti 



CAPITOLO SESTO. I0 9 



al quale tosto ci condusse; trovammo un buon sacer- 
dote che ci accolse con gran gentilezza, ed a cui spie- 
gammo lo scopo della visita. Ordinò tosto al sagre- 
stano di accendere la lanterna , ma poi rivolto a noi : 
Ma e impossibile, disse, che ci stiano in tanti; il campa- 
nile non offre che un piccolo spazio già in parte occupato 
dai giovani che stanno sopra. Mi pare che basterebbe che 
vi andassero due. Siccome in realtà non eravi ragione 
alcuna per andare in cinque: Ebbene, rispose l'Anfossi, 
anderemo noi due , rivolgendosi a me. La casa del cu- 
rato communicava colla sagristia, e questa col campa- 
nile. Salivasi sul medesimo dapprima per una scala 
stretta ma in vivo, e ciò sino all'altezza della chiesa, 
ma poi conveniva passare per una scala a piuoli non 
molto lunga ma ertissima; superata quella si trovava 
di nuovo una scala eguale alla prima, ma coi gradini 
in legno e tanti piccoli ripiani, ove la scala faceva il 
giro, e ciò sino in cima ov' era il castello delle cam- 
pane. Precedeva il sagrestano col lume. Sì tosto la vi- 
gile sentinella udì del rumore , gridò dall' alto il Chi 
va là? Il sagrestano da loro ben conosciuto, anche 
alla voce, rispose: Amici, amici, e poi aggiunse in mi- 
lanese : Sono io con due signori. 

Sia per effetto di grande stanchezza o perchè si do- 
veva andar cauti e dietro quello scarso lume, il fatto 
sta che quella salita ci parve interminabile. Finalmente 
si arrivò in cima. Io precedeva l'Anfossi, ed annunciai 
a que' bravi giovani la sua visita. Essi cercarono su- 
bito di far un po' di posto. I finestroni del castello 
delle campane dove si trovavano , erano attraversati 
per il largo da due sbarre di ferro; si accollarono 



HO CAPITOLO SESTO. 



stretti stretti a quelli ed anzi uno di essi per fare an- 
cora un po' più di posto, si pose a cavallo d'una di 
quelle sbarre. L'Anfossi li lodò, li incoraggiò, e ben lo 
meritavano , perchè in realtà erano', come dissi, i più 
esposti , e ben volentieri registrerei i loro nomi se li 
conoscessi. Io non dimenticherò mai lo spettacolo di 
quella notte da quel punto elevato; il cielo era bensì 
nuvoloso ma rotto, e siccome splendeva la luna, quel 
misto d'ombre e di luce era d'un effetto sorprendente. 
Da quell' altezza si vedeva nell' interno dei cortili del 
Castello, ove ardevano fuochi che l'immaginazione tro- 
vava di luce sinistra, perchè erano corse voci di cru- 
deltà commesse sino dal primo giorno. Un cupo si- 
lenzio dominava in quel momento sopra tutta la città. 
Volli romperlo, e siccome era vicino ad una delle cam- 
pane, preso il batacchio, diedi quattro o cinque colpi 
concitati ad uso di campana a martello; immediata- 
mente non saprei dire da quanti altri campanili venne 
risposto con egual segno per dimostrare che si vigilava. 
Poco dopo prendemmo congedo da que' bravi gio- 
vani e discendemmo. Precedeva il sagrestano colla pic- 
cola sua lanterna; veniva quindi l'Anfossi, ed io per ul- 
timo; il sagrestano era di già arrivato in fondo alla 
scala in legno che ho descritto con tanti piccoli ripiani, 
allorquando io ch'era ancora indietro di una ventina 
circa di gradini, essendomi curvato di troppo, lasciai 
cadere il gran pistolone che portava sempre nella sac- 
coccia del petto per minor incomodo, atteso il suo gran 
peso. Povero me, esclamai, perchè essendo carico a palla, 
poteva esplodere cadendo, e ferir l'uno dei due che mi 
precedevano; il pistolone batte e ribatte con gran fra- 



CAPITOLO SESTO. 



casso , cadendo da un gradino all' altro , e finisce in 
fondo presso al sagrestano con suo grande spavento ; 
ma fortunatamente tutto finì lì. Ritornati nel salottino 
a piano terreno, dove ci aspettava il parroco cogli altri 
nostri compagni, trovammo che il buon uomo ci aveva 
apparecchiato dello zibibbo e del vino , e con cortese 
semplicità : Siamo in quaresima, ci disse, non posso offrir 
di più. Noi lo ringraziammo, ma non accettammo. Egli 
ci accompagnò nel tratto dalla sala alla porta di strada. 
E qui voglio rammentare una particolarità per sé di 
nessuna importanza , ma che dà un' idea delle fatiche 
di quei giorni; l'Anfossi qscì il penultimo ed io dopo 
di lui; l'Anfossi barcollava, per effetto della gran stan- 
chezza, aumentata probabilmente dalla discesa del cam- 
panile con tanti piccoli giri sulla stessa linea; il par- 
roco si fermò alla, prima idea che suol presentarsi 
quando si vede un uomo a barcollare, e mi guardò 
senza proferir verbo ? ma coli' espressione chiara della 
sua meraviglia. Io risposi alla sua idea: Oh no, dissi, 
e la gran stancherà ed il gran sonno. — Oh povero uomo, 
esclamò allora il parroco a mezza voce , ma con ac- 
cento ed atto tale del capo che voleva dire: Che giu- 
dizio fu il mio ! come si può essere ingiusti ! Ed avvici- 
natosi all'Anfossi nel piccolo tragitto dal punto ove 
eravamo alla porta per cui si doveya traversare un 
cortile, gli disse molte gentilezze e s'accomiatò da lui 
con profondo inchino come per emendare l'erroneo suo 
giudizio avanti a sé stesso ed avanti a me ch'era l'unico 
che lo conosceva. Rientrati in città, i tre compagni 
giunti presso la Croce Rossa si divisero da noi, io vo- 
leva che andassimo a casa Taverna, ma l'Anfossi mi 



112 CAPITOLO SESTO. 



chiese di condurlo in piazza del Duomo; cercai di per- 
suaderlo ch'era inutile, ma, insistendo egli, dovetti an- 
dare, e discendemmo lungo il Monte Napoleone e la 
corsia dei Servi. Arrivato al Duomo non fu ancora 
contento : E di là dove si va ? mi richiese, accennando 
alla via del Cappello : Verso il centro, risposi. Vediamo 
anche quella strada, soggiunse; indi volle andare ancor 
più in là, finché arrivammo all'osteria del Falcone. 

A quel punto gli dissi risolutamente: Non vado più 
avanti; non vi è scopo alcuno; voi siete stanco e lo sono 
anch'io, ritorniamo. — Avete ragione, mi rispose, e ri- 
tornammo. Si noti che anche quelle vie erano più o 
meno irte di barricate. Al ritorno, nello sboccar sulla 
piazza del Palazzo Reale, venendo dalla via del Cap- 
pello, ci si presentò il fianco sinistro del Duomo in 
tutta la sua maestà, illuminato dalla luna, essendo in 
quel momento, ed in quel punto, il cielo limpidissimo. 
Ci fermammo un istante. — Oh, è proprio imponente, 
esclamò. — Andammo quindi difilati a casa Taverna. 
Era già passata la mezza notte : al nostro arrivo tro- 
vammo la prima sala tutta coperta di dormenti stesi 
a terra su materassi. Si alzò uno di essi e ci fece pas- 
sare nella seconda sala, ove ci indicò un posto capace 
per due persone. L'Anfossi giunto avanti quello, si la- 
sciò cadere pressamente come fosse colpito da una 
palla, e come cadde si addormentò immediatamente. Io 
mi coricai vicino a lui. All'alba eravamo di nuovo in 
piedi. Uscimmo assieme , ma poi ci dividemmo; io 
andai a far un' ispezione verso Porta Tosa W 9 non 

(i) Ora Porta Vittoria. 



CAPITOLO SESTO. II3 



rammento ove andasse l'Anfiossi, ma ci demmo appun- 
tamento verso le io in casa Vidiserti , che già prima 
era un luogo di convegno dei combattenti. 

Nulla di essenziale in quel mattino avvenne nel cer- 
chio ove trn trovai io, ben s'intende, dacché non parlo 
che di avvenimenti dei quali sono stato testimonio 
oculare. 

All'ora convenuta io mi recai in casa Vidiserti. Poco 
dopo viene un signore da parte del Governo Provvi- 
sorio e mi annuncia che io sono nominato membro 
del Comitato di Difesa, colla missione speciale di Di- 
rettore delle pattuglie e delle ronde. Ci penso un istante 
e poi dico che mi è impossibile accettare quell'incarico. 
Per farsi obbedire, dissi, conviene esser conosciuto od aver 
tali distintivi esterni già noti, che indichino il grado, l'au- 
torità, sen^a di che ognuno ha diritto di dire : Chi è lei ? 
Con qual diritto comanda? In questi momenti bisogna pren- 
dere persone note alle masse delle popolazioni, sicché non 
sia necessario spiegare anzitutto la propria individualità. 
L' altro insisteva ed io teneva fermo , quando arriva 
l'Anfiossi puntuale al suo convegno. Io gli espongo la 
richiesta di quel signore e come io non accettassi. 
Dapprima l'Anfossi: Fate bene, disse, state con me; pa- 
role che mi rallegrarono, ma poi rimasto un poco sopra 
pensiero, soggiunse : No, dovete accettare. Allora io ri- 
presi i miei ragionamenti; Credetemi, io sarò nell'im- 
possibilità di agire ; ma come volete che io sia conosciuto? 
Credete voi possibile chi la notizia di questa nomina si 
spanda tosto per Milano, che la gente ci badi? E poi qual 
distintivo indica tale autorità? Come ordinerò io ad un 
combattente di venir con me? L'incaricato del Governo, 

Ricordi, ecc. 8 



114 CAPITOLO SESTO. 



incoraggiato dall' aiuto dell' Anfossi , insistette , e sog- 
giunse, che trattandosi appunto di fare l'organizzazione, 
il Governo si doveva rivolgere a quelli che aveva im- 
parato a conoscere. L'Anfiossi troncò la questione con 
uno di quelli argomenti che sono irresistibili: Voi do- 
vete accettare, disse, perchè infine e ano dei posti più pe- 
ricolosi. Quella ragione non cambiava punto la sostanza 
delle mie obbiezioni, ma, come ripeto, metteva innanzi 
un argomento irresistibile. Vedrete, dissi, che non potrò 
far di più M quello che faccio ora, ma dovetti accettare. 
L'Anfossi venne chiamato dal Governo Provvisorio, e 
partì. Io meditai tosto sulla possibilità di pur organiz- 
zare qualche cosa anche per le pattuglie , ma toccai 
subito con mano, quanto fosse cosa difficile. Le vie 
che facevano capo ai luoghi occupati dai Tedeschi erano 
tutte coperte di barricate; la lotta era ridotta alle fu- 
cilate e cannonate ; avveniva in punti lontanissimi l'uno 
dall'altro, a Porta Tosa, a S. Vicenzino, a Porta Ti- 
cinese; tutte le vie di communicazione erano chiuse dalle 
barricate, sì che bisognavano ore e molte per andare 
dall'uno all'altro luogo; la lotta generale nei primi 
giorni si era resa locale, come richiedeva la stessa sua 
natura. Non pertanto io ravvisava indispensabile un 
centro, e l'avere a disposizione un nucleo d'armati, una 
specie di riserva certa, che non esisteva e che non si 
poteva improvvisare. Tuttavolta mi tracciai un abbozzo 
di ciò che si sarebbe dovuto fare; ma che? Il messo 
del Governo, sì tosto eh' ebbe avuta la risposta affer- 
mativa, se ne era andato. Era colà un altro membro 
del Comitato, certo signor Ceroni, che fu poi uffiziale 
superiore nell'esercito, ed anzi era stato nominato di- 



CAPITOLO SESTO. 1 1 5 



rettore in capo , ed eravi pure un altro membro del 
nuovo Comitato. Io avrei voluto che fra noi ci inten- 
dessimo, ma fu impossibile. L'uno fu subito chiamato 
per una ragione , 1' altro aveva da trovarsi in un tal 
luogo per un'altra; si che nulla si potè concertare, e 
la cosa sola che fu possibile combinare fu di far capo 
sempre lì in quella stanza , e se non ci veniva fatto 
d'ivi incontrarci, scrivere. Andai quindi a casa Taverna 
che è vicinissima, poiché la casa Vidiserti ha una fronte 
sul Monte Napoleone e un'altra sulla via de' Bigli, la 
medesima dove si trovava la ''casa Taverna ove sedeva 
il Governo Provvisorio. 

Ivi appresi una notizia importante, quella che l'eser- 
cito piemontese si metteva in moto. Questa notizia era 
stata portata dal conte Enrico Martini che veniva da 
Torino ed era penetrato in Milano coli' aiuto di un 
impiegato di dogana (come mi narrò più tardi egli 
stesso) che lo fece passare per un varco fra i più 
bassi del bastione di Porta Ticinese. Quale effetto do- 
vesse fare su di me quella notizia è facile l' indovi- 
narlo. Io era stato sorpreso dalla rivoluzione di Milano, 
che non entravo punto in tutto quel complesso di pro- 
getti, di scritti, di concerti intorno a cui mi affaccen- 
davo da sì gran tempo, non risparmiando spese, fati- 
che , viaggi. Certo al punto al quale eravamo allora 
arrivati, la rivoluzione si appalesava come un sublime 
episodio, ma non cambiava le mie convinzioni che solo 
sul campo di battaglia si sarebbero decise le sorti del 
paese e nulla di serio poteva conchiudersi senza un 
esercito regolare. 

Il 5 marzo, prima di abbandonar Torino, io aveva 



Il6 CAPITOLO SESTO. 



avuta l'assicurazione dal conte di Castangeto che Carlo 
Alberto era risoluto a far la guerra; io dunque non 
sognava, non sospirava che la calata dell'esercito pie- 
montese : ma per quanto mi facessi a sollecitar quel 
passo, non ignorava le difficoltà che si incontrano nel 
riunire un esercito, nel determinare bene tutte quelle 
disposizioni che precedono l'entrata in campagna e la 
formale dichiarazione di guerra. Il piccolo Piemonte 
doveva sfidar la potentissima Austria; il che oggi an- 
cora sembra un ardimepto sì sconfinato da toccare alla 
follìa. Infatti un giovine d'oggigiorno che non cono- 
scesse per tradizione, e per gli studi fatti, lo stato degli 
animi d'allora, le condizioni strane, inattese, nelle quali 
si trovò quel potente impero minacciato non già solo 
in Italia, ma in Boemia, in Ungheria e nella stessa 
Austria, anzi, nel suo cuore, a Vienna; quel giovine, 
dico, pel quale que' tempi sono già lontani, durerebbe 
fatica a spiegarsi il fatto, considerandolo isolato. Ma 
que' periodi nella vita de' popoli durante i quali tutto 
si sposta o minaccia spostarsi, non durano a lungo, e 
fortunati coloro che sanno approfittarne volgendoli a 
benefizio di una grande causa! Noi eravamo allora in 
uno di que' periodi; le autorità supreme a Vienna 
erano incerte e smarrite; la disciplina delle milizie era 
scossa, e se forse lo era meno di quello che si credeva, 
ad ogni modo, quella persuasione contribuiva a dar co- 
raggio. Dall'altro lato, ossia dal canto nostro, tutto pa- 
reva che accennasse a concordia ed abnegazione: non 
si parlava che di pace e fratellanza, e le popolazioni 
parevano pronte a sacrifici d'ogni maniera; da ogni 
ordine di persone si voleva contribuire alle necessità 



CAPITOLO SESTO. I17 



della patria. Con queste ragioni, che altro non sono se 
non uno dei raggi della luce che rischiara quel periodo, 
si spiegano que' moti arditi e quelle infuocate speranze. 
Dal momento che ebbi la certezza dell'arrivo dell'eser- 
cito piemontese, io non titubai un istante a credere che 
gli Austriaci si sarebbero ritirati verso la base naturale 
delle loro operazioni , verso le fortezze , nel famoso 
quadrilatero. Come italiano non amava certo il Radetzky, 
ma avevo stima de' suoi talenti militari, e sopratutto 
della sua fredda calma; come giudicassi lo Schònhals, 
ch'era il suo capo di stato maggiore, lo prova la mia 
lettera anteriore allo scoppio della rivoluzione; io era 
dunque persuaso che uomini simili non si sarebbero 
lasciati cogliere a Milano da un esercito regolare. La 
certezza del fatto m'aveva infuso nuovo ardore, andai 
a più d'una barricata annunciando la buona nuova e 
commentandola. Quand'ecco spandersi per la città la 
notizia di stragi seguite nella canonica di S. Bartolomeo 
precisamente dov'ero stato la sera innanzi coll'Anfossi. 
Io vado al mio ufficio e sento che quel luogo era 
stato invaso, e vi si era ucciso un sacerdote. Ma del 
posto sul campanile che avvenne ? chiesi tosto. Crediamo 
siasi salvato per i tetti, mi risposero. Pensai allora che 
al Governo dovevano aver notizie più esatte, ed andai 
a casa Taverna. Seppi colà che i Tedeschi stanziati alla 
Zecca, erano venuti in numero di cinquanta circa, gui- 
dati da un ufficiale, fino alla canonica di S. Bartolomeo, 
non già per la pubblica via , ma attraverso i giardini 
ed orti che occupavano grande parte di quello spazio 
che stendevasi aa quella chiesa alla Zecca dietro la 
linea dei caseggiati della contrada allora chiamata la 



Il8 CAPITOLO SESTO. 



Cavalchina CO. Giunti inosservati alla canonica, annesse 
alla quale erano altre abitazioni di privati, fecero pri- 
gionieri quante persone trovarono, e le condussero 
in chiesa quali ostaggi; lo scopo principale della spe- 
dizione era il posto sul campanile, per far cessare quel 
continuo scampanìo a stormo. Ma fortunatamente i 
giovani da quella sommità avevano veduto i soldati 
allorché davano la scalata all'ultimo muro divisorio ed 
erano stati in tempo per salvarsi passando, dicevasi 
allora, sui tetti delle case che si collegavano al cam- 
panile. Gli ostaggi, dopo essere stati tenuti in chiesa 
qualche tempo, erano stati messi in libertà; ma intanto 
alcuni soldati sì erano introdotti nelle case , ed uno 
d'essi aveva ucciso un povero prete, il predicatore qua- 
resimale a S. Bartolomeo. Il fatto era poi stato ingran- 
dito, come avviene, e si parlava di eccidii di più per- 
sone e di minacele speciali ai preti , ma in realtà si 
limitò a quell'invadimento e a quell'uccisione. La storia 
non finiva con quell' avvenimento, e si parlava anche 
d'un soldato ferito portato ih chiesa ma in modo cosi 
confuso da non poterne cavare alcun costrutto. La sorte 
del povero predicatore era certo deplorevole, e quel- 
l'aggressione ebbe un carattere veramente selvaggio. Io 
mi consolai che l'ucciso non fosse il parroco, e che i 
giovani del posto sul campanile avessero potuto sot- 
trarsi. I Tedeschi erano ritornati per la stessa via al 
loro posto della Zecca, né potevano andarvi altrimenti 
perchè la via della Cavalchina era dominata dal corpo 
dei tiratori posto sopra i Portoni, che rimase sempre 



(i) Oggi via Manin. 



CAPITOLO SESTO. 



ben guarnito. Io mi trovava precisamente in casa Ta- 
verna allorché arrivò il maggiore croato, latore della 
famosa proposta di Radetzky di sospendere per tre 
giorni l'ostilità. Egli ignorava il fatto di S. Bartolomeo 
venendo da tutt* altra parte, ma si può facilmente im- 
maginarsi come venne ricevuto. Il presidente Casati si 
lamentò di quelle barbarie: l'ufficiale cercò di scusare 
la cosa come meglio potè , assicurando che sarebbero 
dati ordini severi perchè non si rinnovassero simili 
scene. 



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CAPITOLO SETTIMO 



Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki; si 
chiami a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di Difesa — 
Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere a dovere 
la direttrice dello stabilimento d'educazione di S. Filippo — 
Sua visita allo stabilimento Castiglione. 



Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da 
Radetzky fu uno dei fatti più notevoli in quella me- 
morabile lotta di cinque giorni, come fu uno di quelli 
intorno ai quali più si occupò la stampa per la cir- 
costanza che un uomo ragguardevole e certo di ingje- 
gno non comune, il noto pubblicista Carlo Cattaneo, 
volle appropriarsi il merito d'aver esso provocato il 
rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla pre- 
senza di molti testimoni, non pochi dei quali vivono 
ancora, non possa annoverarsi fra quelli che sia diffi- 
cile l'appurare, non pertanto io confesso che mi sen- 
tirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza che 
provo nel combattere chi più non è in grado di di- 
fendersi. Tutti, ma sopratutto gli amici d' un defunto, 



CAPITOLO SETTIMO. 121 



possono sempre dire: Scrivereste voi queste cose se vi- 
vesse ancora? Quand'anche si volesse rispondere: le 
scriverei tali e quali, a nulla servirebbe, essendo impos- 
sibile la prova; ma io volendo restringermi alla par* 
sostanziale di quel fiuto posso dire che non mi trovo 
in tale imbarazzo. Per una combinazione meramente 
fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano 
nel 1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche 
di quell'anno. Fra i candidati del primo collegio eravi 
il Cattaneo e si venne al ballottaggio fra esso e l'egregio 
•cav. Giovanni Visconti-Venosta. La lotta fu viva ; i 
fautori della candidatura del Cattaneo per mettere sempre 
più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di nar- 
rare quel fatto nel senso accennato, come fosse la cosa 
più certa e che nessuno potesse avere l'ardire di porre 
in dubbio. Quel linguaggio provocante m'irritò, e ri- 
chiesto dal direttore della Perseveranza se non avevo 
difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, ri- 
sposi non aver difficoltà di sorta , e gli diressi la let- 
tera che ora ricopio da quel foglio &). Nulla aggiungo 
a quanto allora scrissi lui vivente, e credo sia il modo 
più delicato di rispettare la sua memoria, senza celare 
la verità. 

Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale 
•che precede la lettera stessa perchè i due scritti si 
collegano. 

« Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cat- 
taneo da sé, e tanti altri gli danno, d'aver egli impe- 
dito l'accettazione dell'armistizio proposto da Radetzky, 



(1) Perseveranza del 17 marzo 1867. 



122 CAPITOLO SETTIMO. 



nella -terza delle Cinque Giornate, abbiamo voluto in- 
terrogare una persona che era presente, il signor To- 
relli , quel medesimo che portò il primo la bandiera 
sufi Duomo, e venne posto all'ordine del giórno du- 
rante le Cinque Giornate stesse. 

Egli ci ha risposto colla seguente lettera: 

ce Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso 
« darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non 
«minore al certo di 14 o 15, poiché oltre il Governo 
ce Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il Comi- 
« tato di difesa W, il presidente Casati espose la domanda 
ce di sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi pren- 
ce desse primo la parola non rammento; certo, il signor 
ce Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma su 
« quel numero di presenti tre soli opinarono per l'accet- 
« tazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di retto- 
« rica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè 
« era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzky 
ce che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere 
« le ragioni degli altri, aggiunsi solo : che nella mia qua- 
cc lità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si an- 
ce dava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si 
« avesse accettata la sospensione, i combattenti l'avreb- 
« bero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l'oni- 
ce bra. Inoltfe potrei anche appellarmi ai molti che spero 
« ancora esistano, per rammentar loro come, durante il 
ce breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gri- 

(1) Del quale io faceva parte. 



CAPITOLO SETTIMO. 12} 



<( dasse ad alta voce, no, no, non accettiamo sospensione, e 
« questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa 
« Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio. 
a Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito 
« reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che 
« si può addurre come di gran servizio reso al paese. 

« Tutto vostro 
« Luigi Torelli. » 

Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel 
Consiglio, trovai un signore che veniva a chiedere mano 
forte contro la direttrice di uno stabilimento d'educa- 
zione, certa madama Enrichetta Smith , superiora del 
collegio detto di S. Filippo , dove venivano educate 
giovinette d'ogni parte della Lombardia, appartenenti 
a famiglie distinte ; il Governo vi aveva ingerenza nella 
nomina della superiora, dei professori e delle fanciulle 
ammesse ai posti gratuiti ; passava per aristocratico, ma 
avevt credito di buon istituto di femminile educazione. 

Ora quel signore era venuto ad avvertire che il col- 
legio era esposto ad una possibile invasione de' Tede- 
schi accampati a poca distanza sul bastione , ma che 
essendosi fatta la proposta alla direttrice d'allontanarsi, 
essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto pericolo. 
La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di 
alunne di quel collegio , i quali insistevano per lo 
sgombro di esso; e già era la seconda volta che ve- 
niva quel signore a tal uopo, dacché la prima volta 
non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo. 
Il fatto di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo 



124 CAPITOLO SETTIMO. 



aiuto; e come la città era piena di racconti di inva- 
sioni, io al quale quel signore si era rivolto, non potei 
a meno di riconoscere che se quell'istituto era real- 
mente così esposto, la cosa meritava seria attenzione. 
Venga lei, venga lei, mi disse allora quel signore. Dav- 
vero è una spedizione ben poco marciale , risposi scher- 
zando; tuttavolta mettendomi nei panni dei genitori 
lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere 
se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella 
parte che veniva notata come molto esposta. La per- 
sona ch'era venuta a chiedere un atto di autorità contro 
madama Smith , partì tosto che ebbe la mia risposta , 
per communicare la notizia ai parenti che lo avevano 
spedito. Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio, 
ma ignorava il luogo preciso dove si trovava; epperò 
recatomi nel vicino ampio corritoio e visti alcuni gio- 
vani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo 
ove voleva recarmi per quella missione. Si presenta- 
rono subito due giovanotti e si partì senza indugio. 
Strada facendo combinammo il piccolo nostro piano. 
Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei giovani, 
col maggior garbo possibile, a voler accontentar i pa- 
renti che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più 
che essa non ci perde nulla, né vorrà darci ad inten- 
dere che le fanciulle studiano. Se poi non si arrende, 
l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove, per- 
chè in queste circostanze non si possono fare compli- 
menti e bisogna sbrigarsi presto. I due giovani eran o 
contentissimi; quella spedizione si presentava loro come 
una piccola avventura lieta in mezzo a tanti fotti serii. 
Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del 



CAPITOLO SETTIMO. 12 £ 



ponte di Porta Tosa, passato il palazzo Sorniani presso 
l'istituto della Guastalla, ma per arrivare alla fronte del 
collegio conveniva passare innanzi a queir istituto e 
piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava il fab- 
bricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo 
già nella via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco, 
quando uno de' miei giovinotti : Ma eccole, esclamò, 
escono di già, e lo disse quasi con rammarico, perchè 
tutta l'avventura andava evidentemente in fumo. 

Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal 
centro , e precisamente quasi di contro alla chiesa di 
quell'istituto, si apre una via interna rinserrata fra muri, 
che direbbesi un viale piuttosto lungo che riesce al lo- 
cale di S. Filippo, ma al lato opposto della fronte. Era 
probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizi 
che richiede un grande stabilimento; la porta che mette 
sulla via era spalancata, e quel viale presentava la scena 
la più allegra ed animata , dacché stavano ivi racco- 
gliendosi le giovinette alunne saltellanti e giulive che 
abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo 
sui due piedi a contemplare quello spettacolo. A me, 
che tutto il giorno era stato sempre compreso d'idee 
gravi, torbide, tristi, parve d'essere trasportato in un'oasi 
tranquilla e gioconda; trovava anzitutto naturale quel- 
l'allegria nelle giovinette. Per qssq la prima buona con- 
seguenza di quel grande trambusto era la sospensione 
d'ogni studio e lavoro, non potendosi pretendere che 
in simili occasioni si abbia lena e calma per attendere 
alle occupazioni consuete. 

Del timore di un'invasione quelle non se ne davano 
pensiero, sicure che se pericolo vi fosse, altri avrebbe 



126 CAPITOLO SETTIMO. 



provveduto: sentivano invece la propria importanza. 
Come poi fosse avvenuta la conversione della direttrice 
non saprei dirlo, poiché quando io vidi che lo scopo 
era ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler cono- 
scere madama Smith. Evidentemente o essa, senza at- 
tender altro, erasi impaurita del pericolo ed aveva dato 
l'ordine della partenza anche prima di sapere che ve- 
niva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era 
affrettata a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più 
probabile, atteso il poco tempo che io aveva posto fra 
la determinazione di andare e la sua esecuzione. Erano 
lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua 
moglie , e credo che per opera loro fossero condotte 
quelle fanciulle nel centro della città. Se taluna di 
quelle giovinette, che ora saranno mamme di altre con- 
simili giovinette, avesse per avventura a leggere questo 
scritto , non durerà fatica a richiamarsi alla memoria 
quella scena di tripudio che allora tanto mi esilarò. 
Ma l'allegria doveva durare ben poco. 

Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si pre- 
senta un signore che si era informato della mia mis- 
sione, e salutatomi con molta deferenza: Signore, disse: 
Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste giovani 
che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso 
havvi un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto. 
Non crederebbe di provvedere anche per quelle? — Io 
ignoro completamente, risposi, l'esistenza di questo stabi- 
limento, ma non può esservi dubbio che bisogna pensare 
anche ad esso. Favorisca di condurmi. Preso commiato 
con le debite grazie dai due giovani eh' erano venuti 
meco per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova 



CAPITOLO SETTIMO. 127 



guida. Fra i molti stabilimenti di carità die annovera 
Milano, havvene uno destinato a raccogliere orfane e 
figlie di poverissimi genitori che s'intitola, dal suo fon- 
datore, Ospizio Castiglione. È situato in vicinanza della 
citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di 
Porta Tosa , da cui non era allora diviso che per un 
muro, il quale separava un terreno posseduto dal detto 
stabilimento da altro terreno annesso allo stabilimento 
di alienati, detto la Senavretta, che spingevasi precisa- 
mente fino al bastione. 

Quel signore , per far più presto , mi trasse a tra- 
verso gli orti , e giunto colà , mi presentò alla supe- 
riora come uno del Comitato di difesa che veniva per 
prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora trovai 
un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero 
titolo di economo. Ambidue erano abbattuti; la supe- 
riora invece donna piccola, ma piena di spirito, non 
dava segno di turbamento e rispose con calma e pre- 
cisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo 
a cui quello stabilimento fosse esposto , basti il dire 
ch'era di gran lunga maggiore che a S. Filippo. La su- 
periora mi chiese se volessi vedere le allieve. Ben vo- 
lentieri, risposi. 

Mi condusse allora in un locale a pian terreno am- 
pio, con gran finestroni tutto all'ingiro che scendevano 
sino a terra ; si vedeva a prima giunta eh' era stato 
fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente edifizio, 
né poteva essere più opportuno allo scopo, dacché era 
agevole dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria 
ad ogni istante. 

Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute 



128 CAPITOLO SETTIMO. 



su panche, -'poste in linea orizzontale a traverso della 
gran sala con un largo spazio nel mezzo. Al mio en- 
trare colla superiora, si alzarono; io pregai le maestre 
che le facessero sedere , e cominciai a percorrerne le 
file. Il loro aspetto inspirava tristezza , perchè si ve- 
deva che le poverine erano comprese dallo spavento , 
e pallide per notti insonni presentavano un contrasto 
strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco 
prima le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero: 
Noi poverine, noi siamo di nessuno. Vi erano giovinette 
di sei e sette anni , altre più adulte. Accarezzando le 
più piccole, cominciai a dirigere loro delle parole di 
conforto , e prima di partire tenni un breve discorso 
a tutte. Dissi loro che le cose andavano bene, che si 
facessero coraggio, che non si credessero abbandonate, 
che si pensava anche ad qssq. Mi parve che si riani- 
massero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi 
quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi: 
condurle via era impossibile pel troppo numero; ma 
avendo osservato certo muro di cinta verso la città , 
pensai che praticando in esso un' apertura , si poteva 
andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbre- 
viando il cammino, e collocandosi all'estremità del 
fondo verso il bastione una sentinella, si poteva esser 
sicuri d'aver il tempo di fuggire. Cotesto partito lo 
suggerii , ed ella mi disse che il medesimo consiglio 
erale stato dato da non so quale ingegnere , e che 
1' avrebbe seguito. La consigliai anche di non tenere 
le alunne immobili, ma di svagarle col farle movere, 
al che pare annuì. Dopo dati quei consigli, dissi alla 
superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi 



CAPITOLO SETTIMO.. I29 



dovessero venire, ma ch'io credeva la cosa poco pro- 
babile, perchè il fatto ch'essi avevano lasciato volon- 
tariamente posizioni forti, dava indizio che si concen- 
travano per ritirarsi, onde era probabile che altro non 
seguisse. E lo stabilimento della Senavretta? mi disse, 
non so se l'economo od il sacerdote che erano pre- 
senti. Oh! io non saprei che farci, risposi; se i Tedeschi 
vogliono pigliarsela coi malli, sono padroni, ma non lo 
credano, E preso commiato da quella brava donna piena 
di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della 
città andando difilato a casa Vidiserti. 



Ricordi, ecc. 



CAPITOLO OTTAVO 



La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte 
il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento 
nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo 
abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano 
anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome 
del Governo. 



Qual fu il mio stupore, allorché, entrato nel cortile 
dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte 
le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle 
piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure acco- 
vacciati nel cortile stesso ! Compresi tosto che doveva 
essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i 
soldati che si trovavano nel locale del Genio situato 
nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione 
aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedi- 
zione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io pro- 
vassi d' essermi trovato assente, ma una notizia più 
crudele, mi attendeva. U Anfossi venne gravemente ferito, 
mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con 



CAPITOLO OTTAVO. I3I 



lui. — Ma dov'è? Dove l'hanno portato? chiesi tosto: 
voglio andare a vederlo. Egli tacque; ma un altro si- 
gnore: A che serve celarlo? soggiunse; non sono mo- 
menti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è 
morto. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il 
mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un an- 
golo volli rimaner solo per qualche istante; ma non 
vi era rimedio , e 1' unico mezzo per onorar la sua 
memoria era quello di crescere di zelo e di attività 
nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi 
se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire 
nulla ; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che 
nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo. 
La notte era già vicina, sicché andai subito a far una 
ispezione ai Portoni di Porta Nuova. 

Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; 
quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria, 
sì che la passammo facilmente, io, l'Anfiossi ed i tre 
altri compagni, era stata sostituita da una delle più so- 
lide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte 
della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa 
angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costru- 
zione ; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e 
là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali 
e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva 
fatto una barricata che andava quasi fino alla volta di 
ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e 
molto; enormissimo poi era lo spessore di quella bar- 
ricata , né si avevano palle di cannone che potessero 
trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già 
inoltrata tornai all' ufficio, ove appresi che avevano 



132 CAPITOLO OTTAVO. 



mandato a dire di curare anche il Genio di fresco 
conquistato. Ma come mai, dissi, si troveranno ora com- 
battenti ancor disponibili? Farò il possibile. 

Uscii ed andai di nuovo dal Manara , la cui posi- 
zione era fortissima e difesa da un buon numero di 
uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non 
volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai 
nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due 
soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si 
esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che 
avrei potuto trarne partito col mandarli al piano su- 
periore del locale del Genio per difenderne da colà 
P ingresso con sassi e mattoni , benché non sapessi 
troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in 
luogo tutto cinto da barricate. 

Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai sol- 
dati delle stesse palle ; ogni casa che si credeva in pe- 
ricolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Ta- 
verna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in 
una delle stanze che danno sulla via de' Bigli un gran 
cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser 
più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il 
mio divisamente, entrammo nel locale del Genio. Oc- 
cupava esso un vasto spazio, ossia all' incirca quello 
ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva 
la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, esten- 
dendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari 
che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel 
lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale 
pure era stato dato il fuoco, come alla porta princi- 
pale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato 



CAPITOLO OTTAVO. 1 3 3 



mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo co- 
nosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo 
al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma 
quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14 
in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato 
di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in di- 
retta comunicazione con un atrio ampio ma basso, 
nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a 
sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto 
il locale nel suo insieme era disadatto , con un sol 
piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto. 
Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho 
accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo 
per una scala situata al lato orientale sotto il portico. 
Al nostro arrivo trovammo un individuo eh' era stato 
posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano 
superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione 
e lo richiesi di aprirmi. Ho lasciato le chiavi a casa, 
mi rispose , ma abito vicino e vado tosto a prenderle. 

Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile 
che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà. 
Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far 
fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo 
non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in 
onta alle mie raccomandazioni , ch'erano sempre di 
andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si 
esaurivano. Allora né dissi nulla né chiesi spiegazioni, 
perchè tale e tanta era la mia stanchezza che rispar- 
miavo anche le parole. Convinto che al momento nulla 
eravi da temere , ritornai presso i miei colleghi , ma 
prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra 



134 CAPITOLO OTTAVO. 



sulla sua spalla, dissi: Bravo, bravo. Il locale era oscu- 
rissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi ad- 
dentro dalla porta principale; non rispose motto, solo 
avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere 
qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di 
pennacchio. Notai questo incidente nel modo più po- 
sitivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia, 
perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano 
cappelli e berretti d' ogni forma possibile. Ritornato 
a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sen- 
tinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di 
S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggia- 
mento; cannoni postati a poca distanza della contrada 
dell' Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe , con 
grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle an- 
davano a battere contro la barricata che chiudeva la 
via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed 
il custode che aveva detto di essere vicino, non viene; 
dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, per- 
chè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui 
aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto 
d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause 
possibili di tanto ritardo , quand' ecco ad un tratto si 
presentano due armati al- lato opposto del porticato , 
spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritiran- 
dosi immediatamente. / Tedeschi, esclamammo tutti. Per 
una di quelle strane combinazioni che si spiegano col- 
l'oscurità e con la furia, benché ci facessero fuoco ad- 
dosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fos- 
simo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. Usciamo, 
■dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale era- 



CAPITOLO OTTAVO. 13 > 

vamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo 
incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro par- 
tito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa, 
è facile l'argomentarlo. / Tedeschi nel Genio! Ma d'onde 
ventili? e come? Per prima cosa, dissi ai miei compagni, 
conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere. 
Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce 
Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. 
Allora uno dei giovani annunciò il fatto. Oh, impossi- 
bile! fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e 
finalmente gli volge queste precise parole (s' intende 
in dialetto) : ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno spa- 
rato sul muso in questo momento ! Io aveva troppa fretta 
per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che 
dei due non armati non poteva più trarre partito al- 
cuno, dissi loro: Io credo che il meglio per essi sia che 
vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il 
Monte di Pietà. Li salutai e m'incamminai subito, e solo, 
per detta via, che da quel lato ha principio precisamente 
al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di 
passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del 
colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata; 
colà giunto dissi loro : / Tedeschi sono nel Genio. 

Oh lo sappiamo, e già da un po' , e vogliamo ripren- 
derlo. 

Benissimo, replico io. 

Ma non erano tutti di questo avviso : non sappiamo 
nulla sul numero, dicevano i dissidenti; è oscuro; aspet- 
tiamo l'alba. 

Allora io dissi loro chi era e come io venissi pre- 
cisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della 



I56 CAPITOLO OTTAVO. 



sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere 
molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte 
di dietro non erano passati, perchè prima vi era il 
custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne 
qualcosa rispetto alla parte anteriore. Io sono d'avviso, 
conchiusi, d'andar subito a riprender quel locale. Ma gli 
oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei 
più risoluti, troncando la questione, si avviarono a 
corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii. 
In un momento superammo il brevissimo tratto , che 
sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal por- 
tone del Genio s' odono due colpi , P uno viene dal 
piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' no- 
stri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli 
assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io 
che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci racco- 
gliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma en- 
trando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo 
capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che 
è precisamente il primo dalla parte opposta al porti- 
naio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai 
ad insistere per un nuovo assalto. Dio mio! sono po- 
chissimi, dissi loro ; ma sorsero molti a gridare : No, no, 
a domani, a domani; e un'imprudenza, a domani. In realtà 
essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso 
parte nella giornata alla fazione del Genio , mi faceva 
una specie di punto d' onore di riprender quel posto , 
che aveva costato la vita al mio capo; e quando pe- 
rorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti 
io, poiché giammai in vita mia chiamai altri a dividere 
pericoli che non affrontassi pel primo. 



CAPITOLO OTTAVO. I 37 



Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il par- 
tito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono 
grida di soccorso, di aiuto, che provenivano dal ferito 
caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al 
partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di an- 
dare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso 
di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita , ma 
gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione 
di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia 
rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi 
sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che 
aveva anch' essa le sue difficoltà, quando ci venne ad 
entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo : 
Son qui anch' io. La cosa divenne allora facile ; pren- 
demmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove 
si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su 
d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una 
completa oscurità, poiché la notte era nuvolosa e ven- 
tosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un 
buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nem- 
meno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il 
fatto è eh' io non vidi distintamente la persona che 
trasportammo colà , né mi sono curato mai di sapere 
chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! dav- 
vero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e 
di quell'ora. 

Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla 
panca, mi sento chiamare distintamente e per nome, 
da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì 
nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede 
se son io il signor Torelli: Per appunto, risposi. — 



138 CAPITOLO OTTAVO. 



Ebbene, replicò d'essa, vi e un giovine qui in una porta 
vicina che chiede di lei. 

A Milano chiamasi porta non solo l'apertura che da 
accesso alla casa, come si dice da per tutto ; ma anche 
il locale che serve di abitazione al portiere. 

La giovine guida mi fece traversare la via e mi 
condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene 
precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, an- 
dando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del 
portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla bar- 
ricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede im- 
merso in un catino d'acqua tinta di sangue. Sono tra 
quelli, mi disse, che andarono all' assalto del Genio, ma 
nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che parti 
dal piano superiore. — In sostanza ei non voleva che 
farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto 
con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva 
l'aria ilare, come volesse dire : Non si dubiterà che mi 
sono battuto anch f io 7 e me la sono cavata ancora a buon 
mercato: poteva esser peggio. Allora conoscevo anche il 
nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo 
però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro, 
in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era 
grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al 
pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ri- 
tenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, 
avrebbero da sé stessi sorvegliato il Genio che si do- 
minava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà. 
Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giu- 
seppe, risolvetti andar verso quella parte affine di sco- 
prire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza. 



CAPITOLO OTTAVO. I39 



Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giar- 
dino Wj discesi lutigli' essa verso il locale del Lotto. 
Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti 
combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i 
lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta^ 
e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta 
Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da 
casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa 
i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa sop- 
pressa di S. Maria del Giardino , che quantunque di 
stile barrocco , aveva la particolarità di una vòlta ar- 
dita e larghissima, ed era stata convertita in un depo- 
sito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale 
erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio 
cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ul- 
timo dopo quello veniva il Casino, 1' unico di tutti i 
fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era 
in allora e chiamavasi il Casino dei Lions, servendo a 
convegno delle persone del ceto signorile , che paga- 
vano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori 
erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto 
sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi 
membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti 
(in linea politica). Ne faceva parte anche io e soleva 
recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali 
v'era copia. Il Casino era 1' ultimo limite al quale si 
poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, cosi 
chiamato dal nome del suo proprietario anche allora, 
che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giù- 



(i) Ora via Alessandro Manzoni. 



140 CAPITOLO OTTAVO. 



seppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto 
quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano 
di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando 
avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine 
grande di statura che teneva nell'una mano il berretto 
e coli' altra agitava furiosamente la sua capigliatura, 
prorompendo in esclamazioni di dolore. 

— Che cosa ha? chiesi io. 

— / Reisingher, i Reisingher (era il nome d'uno dei 
reggimenti tedeschi); mi rispose. 

— Ma io non li vedo ! 

— Si y i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del 
giardino Confalomeri. 

— Ma io vengo da quella parte ; ne sono penetrati nel 
locale del Genio alami pochi } non so come; ma esso ora 
è ben sorveglialo. 

Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avan- 
zarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della 
porta, due giovani con in mezzo un' altra persona. 
L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso 
dell'individuo da loro condotto, mi chiari tosto ch'essi 
traevano seco un prigioniero. 

— Chi e ? chiesi al giovine desolato, ma che si era 
molto calmato vedendo una persona suppergiù tran- 
quilla e che non partecipava punto al suo spavento. 

— È il consiglier Pagani, rispose, un austriaco marcio. 
Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani, 

ma non lo conosceva nemmeno di vista; epperò ga- 
rantisco la risposta datami, ma non garantisco che fosse 
realmente il consiglier Pagani e tanto meno che questi 
fosse un austriaco marcio. 



CAPITOLO OTTAVO. 14* 



Il giovane' menzionato si unì al gruppo che condu- 
ceva il prigioniero ed era evidente ch'era con loro, e 
rimasto a far guardia alla porta. 

Quanto ai Reisingher altro non era che la conse- 
guenza della voce corsa che fosse stato ripreso il Genio, 
alla qual fazione s'era fatto intervenire un reggimento ; 
quanto poi all'arresto del Pagani, o di chiunque fosse, 
era un atto di precauzione contro un sospetto di tener 
mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ri- 
tennero la possibilità di un'intelligenza e vollero assi- 
curarsi della sua persona. Non occorre nemmeno dire 
che non gli venne torto un capello. 

Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rap- 
porto ai Reisingher, non pertanto siccome il fabbricato 
del Lotto confinava colla via degli Andegari, che fiancheg- 
giava in parte anche il giardino Confalonieri, rimasto 
solo volli andare a verificare se in quella strada vi 
fosse qualche novità, e traversato tutto quel porticato 
pel quale erano venuti i giovani col prigioniero, salii 
la scala che conduceva al piano superiore eh' era in 
fondo a destra del detto corritoio. Al primo o secondo 
ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si 
apriva precisamente su quella via e si trovava quasi 
di fronte alla porta abbrucciata, per la quale eravamo 

ma entrati e poi usciti precipitosamente dopo quei 
tale saluto. La via era completamente deserta, non 
eravi anima vivente, né udivasi rumore alcuno. Rassi- 
curato che assolutamente nulla era seguito all' infuori 
dal fatto dei pochi che erano penetrati nel locale del 
Genio, pensai andare al Governo e rassicurarlo se mai 
quelle esagerazioni del reggimento Reisingher fossero 



142 CAPITOLO OTTAVO. 



giunte a sua notizia. Benché fosse già assai tardi nella 
notte, trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai 
l'accaduto e come già fosse stato esagerato. Ne erano 
già edotti, e l'uno dei due, non rammento bene quale, 
ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue 
freddo : Non ci staranno a lungo. 

Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per ripo- 
sare alcune ore. Ai primi arbori era di nuovo in piedi; 
corro difilato al Genio, dalla parte del Monte di Pietà, 
e trovo alcuni curiosi sulla porta. 

— Mal e i Tedeschi? chieggo loro. 

— Non vi e più nessuno^ mi rispondono. 

— Non basta, soggiunse uno di loro, hanno abban- 
donato anche il Comando Militare. 

Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso 
è vero, ed allora torno al Governo Provvisorio; altri 
erano pur venuti a narrare la stessa cosa , ed io la 
confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il Governo 
mi pregò di andar colà io a prendere possesso del lo- 
cale in suo nome, scegliendo qualche persona a cui 
affidare l'incarico di compilare un inventario regolare, 
quanto era possibile in quelle circostanze. Vi ritornai; 
il piano terreno era già pieno zeppo di gente, che fa- 
ceva un gran baccano; i primi si erano accontentati 
di entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni 
facchini con mazze di ferro, cominciarono ad abbattere 
le porte chiuse, irrompendo in tutte le camere, e dietro 
ad essi la folla. Allorché arrivai io, il luogo presentava 
già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal 
gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze 
destinate allora ad uffici; il suolo era già gremito di 



CAPITOLO OTTAVO. 143 



carte , ed un ritratto dell' imperatore era già fatto a 
pezzi. 

Mentre ero colà, odo alcuno che dice : Vanno in can z 
fina, e laggiù vi sono Tedeschi. Io non aveva manifestato 
la mia qualità, perchè, non avendo distintivi, era inu- 
tile il farlo se non si presentava una circostanza che 
lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si presentò fu 
quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tede- 
schi avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio 
durante la notte; per qual motivo si sarebbe taluno 
nascosto nei sotterranei? Non pertanto essendosi colà 
diretti quei facchini colle loro mazze, e già rivoltan- 
domi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai 
alla possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi 
fra loro. 

La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a 
sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato 
che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala 
che salendo mette capo al piano superiore e discen- 
dendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non dura- 
rono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali 
servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed 
erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benché 
bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si fa- 
cevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando 
con grossolani improperi quegli atti. La faremo veder 
noi a questi Tedeschi; e giù colpi tremendi, con cui dis- 
facevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. Ah 
se li troviamo! Uno di questi venne fuori con una sin- 
goiar espressione : Che non vi fosse anche qui qualche 
tradimento come al Genio? 



144 CAPITOLO OTTAVO. 



— Ma che tradimento! esclamò uno della folla che 
compatta seguiva, entrando da ogni parte. 

. — Si, il tradimento del Genio, di questa notte. 

— La faremo veder noi. 

Si ppteva scommettere con tutta sicurezza che non 
uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti 
selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno 
si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da co- 
loro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di 
farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad im- 
pedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si 
presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo. 
Allorché si abbattè l'ultimo scompartimento sulla de- 
stra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il 
sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un 
cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un 
grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e, 
raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata 
in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci 
guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane 
da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo 
giorno della lotta e pressoché morto dalla fame. Quando 
vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui 
lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaci- 
glio. La folla eh' era subito entrata dietro di noi , co- 
minciò ad esclamare: Oh che bel cane! Si sparge la 
voce: Si e trovato. 

— Cosa? Cosa? chiedono molti dei lontani. 

— Un cane. 

Una risata generale accolse la notizia. La folla non 
divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa 



CAPITOLO OTTAVO. I45 



subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e 
quando vide il risultato della spedizione si vendicò ri- 
dendo e con motti arguti. Ben contento anch' io che 
così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro 
tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona 
alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione 
dell' inventario , e mi venne indicato l' ingegnere Re- 
schisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo 
esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per 
annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa VK 
diserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poiché 
ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato. 
I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avve- 
nimenti principali della notte; l'abbandono del Comando 
Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la riti- 
rata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spie- 
gava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere 
convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano, 
essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe 
aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si 
sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per con- 
servare le loro posizioni e libera la circolazione sui 
bastioni. 



Ricordi, ecc. 



CAPITOLO NONO 



Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — - 
Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto 
che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Al- 
tra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione 
di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di sommi- 
nistrarne per tale scopo. — Progetto d'una sorpresa a S. Eu- 
storgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si 
avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza 
de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà. 



Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a 
Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in 
attività le barricate mobili, l' idea delle quali veniva 
allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato 
il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste 
in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una lar- 
ghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre 
un metro. Riuscirono gssq opportunissime in quella 
località , perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo 
e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si 



CAPITOLO NONO. I47 



estendessero dall' una all' altra parte. Si collocavano 
quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio ar- 
rivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che 
da una legnaia d'uno stabilimento *o Luogo Pio, detto 
dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad 
arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta 
Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande 
fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non 
erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al 
detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, 
ma i colpi riuscivano completamente innocui. 

Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi ca- 
merotti con finestre del pari molto grandi,, che erano 
munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno, 
precisamente di fronte alla parete contro la quale ve- 
nivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho 
accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella, 
mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro 
e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva 
così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva 
innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un 
momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete 
per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni 
genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un 
mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione con- 
chiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano 
esaurito i proiettili a palla. 

Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente 
parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni gio- 
vani che volevano parlarmi. 

— Entrino pure, risposi io. 



148 CAPITOLO NONO. 



Entrarono allora tre giovani di quella classe che 
si chiamano barabba, e che, per darne un'idea a co- 
loro ai quali suonasse nuovo questo termine, corri- 
spondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che 
una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano 
beceri. 

L'oratore di que' tre giovani mi disse senza pream- 
boli che essi con altri loro compagni si proponevano di 
prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eu- 
storgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire. 

L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavo- 
revole; ma nessuno poteva essere trovato in una po- 
sizione più fortunata di me per uscirne senza andare 
incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato, 
come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di 
un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: II 
Governo Provvisorio non mise a mia disposinone un sol 
centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro 
proposta direttamente al Governo. Ma non pensai a quella 
scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar 
la cosa in sé stessa, precisamente come se non dipen- 
desse che da me l'aprire un cassetto e dir loro : Ecco, 
qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste 
sono per loro. Trattando dunque la cosa come se fosse 
in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustifica- 
zione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che 
i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva 
inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei ba- 
rabba sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi 
entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno 
scopo di lucro in contraddizione con l'indole che 



CAPITOLO NONO. l\9 

fino d' allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto 
quel formale rifiuto, i barabba si ritirarono mormo- 
rando. Compresi che aveva commesso un errore a 
non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei 
quali T uomo dovendosi pronunciar sui due piedi , 
si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quel- 
T assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta 
dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era 
fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, al- 
lorché, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra 
una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice 
d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci 
ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò 
col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino, 
che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e 
che credeva che in un dato luogo si potesse collocare 
della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi pas- 
sassero sopra. L'intensione è ottima, risposi, ma badi che 
sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi 
anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del ba- 
stione. 

Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa ; 
ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io com- 
presi che si trattava d'un passaggio esistente da parte 
a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le 
acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di 
contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a 
poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande 
che poteva passare per esso un uomo; sicché nel suo 
concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi 
introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa, 



150 CAPITOLO NONO. 



darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco 
alla miccia si desse un minuto prima od un minu|p dopo 
del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà 
già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più 
seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si 
trattava di collocar della polvere in un vero corritoio 
con due lati aperti, chiudendoli alla meglio ; ma come 
mai supporre che la polvere accesa trovando due lati 
che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza 
di far saltare un bastione di più metri d' altezza e di 
enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero ma- 
gazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa 
in una mina fatta secondo le norme della scienza, 
avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione, 
collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo 
danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti 
mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e 
nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica 
ad un mercante di vino, in quei momenti ! D' altra 
parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non 
chiedeva nulla per sé, e la credeva possibile; epperò, 
senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nes- 
suna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi 
questa volta di salvar me dalla responsabilità del ri- 
fiuto, e: Senta, gli dissi, ella converrà che per far sai- 
lare il bastione occorre tuia buona quantità di polvere : ora 
io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove 
havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia. 

Io dubitava assai che vi fosse , ma poi non cre- 
deva che l'avrebbero data per un esperimento così 
incerto. 



CAPITOLO NONO. I 5 I 



Et trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile 
rassicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere. 

A canto al locale destinato al Comitato del quale 
io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo 
al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvi- 
sato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo pic- 
colo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei 
che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere 
quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'ado- 
peravano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato 
che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno 
dei più utili. 

Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio 
pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel 
tale della barba nera ci rispose secco: Non ho polvere 
da gettar via. Nel fondo io era contento; non solo era 
quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava, 
e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli 
prese la cosa per suo conto e partì malcontento, 
ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi me- 
ravigliato di quella risposta cosi poco garbata, di 
cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa* 
I barabba del famoso progetto delle trentamila lire 
erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori, 
e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo 
il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor 
più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro 
la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era 
qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che 
parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro; 
ma di questo non si davano pensiero, facendo asse- 



I5 2 CAPITOLO NONO. 



gnamento i più fra loro che sarebbero morti i com- 
pagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma. 
Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel 
rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo 
per ripararlo, consigliando i barabba ad andare dal Go- 
verno Provvisorio, ma nessuno vi pensò. 

Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi 
che dubitassi della convenienza della risposta. Credo 
oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con 
poca prudenza quanto alla forma. 

Uscito di là e recatomi non rammento ben dove, 
incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che 
s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta, 
ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere 
un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezza- 
notte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè 
fino allora non era stato inquietato. Le barricate 
finivano al naviglio ; egli conosceva il modo di pas- 
sarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, pas- 
sando per le case che si trovavano presso al posto 
dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma 
dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione 
e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di 
S. Lorenzo, avanzo d' un monumento romano che pi- 
glia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime 
al portone che sovrasta al naviglio. 

Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un 
insolito movimento verso i bastioni; la truppa si pre- 
parava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove 
da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e 
Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più 



CAPITOLO NONO. 1$^ 

munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel 
giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione 
le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non ri- 
mase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i 
Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi di- 
rigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la 
porta che mette alla strada più retta verso quella 
città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un 
fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle 
truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove 
erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno. 
Una delle ultime case del corso, e presso la porta 
medesima, era stata incendiata,- onde s'ebbe per qual- 
che tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un 
tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del ba- 
stione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa. 
I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il 
corso; dalle ultime barricate presso i Martinitt sì ti- 
rava da noi sulla truppa, benché con poco effetto, 
a causa della forte distanza ; le campane all' ingiro 
suonavano tutte a stormo ; era un fine degno di 
quel grandioso dramma che furono le Cinque gior- 
nate, compiendosi precisamente allora la quinta. An- 
che quell'ultima ora ci costò però una vittima; un 
signore civile , e non più giovine, si avanzò fuori 
dell' ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase 
morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo 
che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai 
il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tet- 
toia di quel luogo che ho più volte citato. 

Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser pun- 



154 CAPITOLO NONO. 

male al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non 
aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora 
una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva 
a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in 
breve tempo, e mi posi in cammino per andare a 
Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Mar- 
tiri 0) e di là per la piazza di S. Fedele e per la via 
S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò 
per la ragione che le piazze erano meno ingombre 
di barricate, e quantunque si allungasse, in appa- 
renza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo. 
In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era 
molto stancato , ma in quel giorno aveva talmente 
abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in 
piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio cosi 
fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però 
non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era 
effetto dell' enorme stanchezza. Ebbene, dissi fra me 
stesso, mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno. 
Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di 
S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra 
e sinistra una panchina di pietra; io m' assisi precisa- 
mente su quella a destra del santo. Tale e tanta era 
la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di 
sentir abbastanza il beneficio del riposo , e decisi di 
pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di ri- 
posar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentis- 
sero sollievo. Dieci minuti, diceva fra me, di simile ri- 
poso bastano per ristorarmi; ma io non credo che ne 



(1) Ora via Pietro Verri. 



CAPITOLO NONO. I55 



passassero cinque che già ero immerso in profondo 
sonno, ripetendo pur sempre finché fui padrone dei 
miei sensi: dieci minuti, dieci minuti. Quanto dor : 
missi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre 
quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una 
ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo 
acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche 
qui è il caso di dover dire che soltanto un mi- 
lanese che conosca la campana di piazza de' Mer- 
canti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere 
l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra 
un addormentato ai piedi della torre. La tradizione po- 
polare vuole che quella campana dati dall' epoca dei 
Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in 
tutta Milano. Ma checché sia di quella campana, certo 
si è che il suono ne è penetrante in modo straordi- 
nario. Essa era stata una delle più instancabili durante 
tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo. 
Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo 
in piedi esterrefatto ; non so raccapezzar nulla sulle 
prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore for- 
tissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno 
stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi 
volessi tenerlo fermo e mi chieggo: Ma dove san ioì 
Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La 
ragione si fece ben presto strada anche a traverso a 
quell'acerbo dolore. — Tu dovevi andare a Porta Ti- 
cinese, mi dissi, e ti lasciasti sorprendere dal sonno. 
Allora battendomi la fronte come se avessi com- 
messa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi vo- 
lessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via 



1^6 CAPITOLO NONO. 



dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle 
mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio, 
piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura 
della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi 
fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea 
da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sol- 
lievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma 
non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piaz- 
zaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armo- 
rari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva con- 
durmi alla meta. Passai la corsia della Lupa , quella 
della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo Cf), e giunsi 
al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle 
colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse 
quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il 
cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di 
capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine 
dal modo violento col quale ero stato destato. Or 
qual fu la mia sorpresa, allorché avvicinatomi alle co- 
lonne di S. Lorenzo , ed avanzatomi fino al portone 
che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno ! La 
barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne 
toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi 
un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione, 
ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo 
state praticate anche colà le portine laterali. Mi ar- 
rampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro 
e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino. 
Che più non avessi a trovare i compagni della spedi- 



(1) Tutte queste vie sono ora surrogate dalla Via Torino. 



CAPITOLO NONO. I 57 



zione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano, 
poiché, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano 
da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di 
quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicché 
era naturale che la spedizione non avesse luogo; ina 
il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve 
troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi 
a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di 
S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo 
dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guar- 
dia esce un individuo armato e mi chiede chi sia e cosa 
faccia li, 

— Io sono , risposi , il capo delle pattuglie nominato 
dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la 
barricata sen^a un sol difensore. 

— Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio? 
Ella verrà con me. 

— Dove? 

— Al corpo di guardia. 

— Non ci ho nessuna difficoltà. 

Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osser- 
vazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo, 
ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo 
e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del 
Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente de- 
luso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di 
far quell'osservazione, giacché se i Tedeschi erano par- 
titi, il fatto era troppo recente perchè alla barricata 
non si avesse da lasciar almeno una sentinella. Noi 
non sappiami chi ella sia, mi si rispose. Noi riceviamo 
i nostri ordini dal Comitato di casa Trivul^io e non dal 



I$8 CAPITOLO NONO. 



Governo Provvisorio , ed ella verrà a quel Comitato e si 
farà conoscere. 

Che fare ! Se io avessi avuta la mente calma e fredda 
come il mattino addietro , allorché io non voleva sa- 
pere di queir incarico , avrei trovato eh' era Y avveni- 
mento più naturale e più comune, dacché si verificava 
precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non 
mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Go- 
verno Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno 
che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pie- 
namente normale, benché il dolor di capo fosse dimi- 
nuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e par- 
lava a stento; oltreché il mio accento non era pretto 
milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e le- 
gittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due 
armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio 
ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto ricono- 
sciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui con- 
tento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di 
capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al 
Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva 
asserto cosa non vera ; lo dissi poi con tanta risolutezza 
che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse. 
Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quel- 
l'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che 
il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine 
del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel 
posto centrale ? Ogni risentimento era già spento in 
me allorché arrivammo a casa Taverna. Io espressi 
brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè 
più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie 



CAPITOLO NONO. I$9 



come non si conoscessero t decreti del Governo Prov- 
visorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo, 
siccome la persona che mi accompagnava vi era com- 
pletamente estranea, così dissi io stesso ch'era conse- 
guenza naturale della posizione nella quale m'era tro- 
vato d'esser ignoto, né più era il caso di parlarne, e con 
questo ebbe termine quella vicenda. 



CAPITOLO DECIMO 



I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo 
— Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — 
L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con 
un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade amma- 
lato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guari- 
gione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa 
dello Stelvio e del Tonale. — Fatti di Como — Sua gita a 
Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano. 



La notte era molto avanzata , il cannoneggiamento 
era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone 
austriaco aveva già abbandonato Milano ; la mia mis- 
sione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per 
riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano. 
Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal 
giorno che aveva abbandonata la mia casa a quei 
punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello 
di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di 
quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non as- 
suefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie 



CAPITOLO DECIMO. 



161 



forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non 
avesse le^<n a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'im- 
possibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran 
fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito 
che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'ec- 
citamento, chiuso, direi , il periodo dell' incertezza in- 
torno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello 
spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agi- 
tatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo 
quattro notti che non mi era spogliato e non m' era 
riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel 
forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un 
forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col do- 
lore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'op- 
posto un dolor cupo, sicché mi sembrava che avessi la 
testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mat- 
tino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe 
giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta; 
veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo 
a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì 
largo : veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta 
Orientale, ne già si accontentavano di portar cose mo- 
bili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono 
di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi 
di quella strana operazione , né da chi poteva venire 
quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno 
si adoperavano a quei lavori: Ma chi vi diede, li ri- 
chiesi, simile ordine? 

— Ma non vede, mi risposero, che lavorano tutti? 

— / Tedeschi sono andati. 

— Le barricate si devono conservare. 

Ricordi^ q.zc, 1 l 



I 62 CAPITOLO DECIMO. 



Una stranezza simile è impossibile, dissi a me stesso; 
infine io sono sempre membro del Comitato di Difesa; 
andrò al Governo Provvisorio per saperne qualcosa di 
preciso. Se quel primo spettacolo doveva riuscirmi inat- 
teso, non fu così il contegno generale della popolazione; 
si vedevano i parenti e gli amici che si incontravano 
per la prima volta, abbracciarsi, baciarsi, si sentivano 
narrarsi le vicende reciproche; ad ogni tratto si udiva 
l'espressione: Sono proprio andati; intanto che altri ri- 
feriva dov' erano le ultime colonne dei Tedeschi. Av- 
vicinandomi più al centro, cominciai a veder figure che 
non aveva veduto mai durante il combattimento, per- 
sone tutte coperte d'armi, con sciabole enormi, spade, 
pistole alla cinta, stili da ogni parte, che procedevano 
con un'aria di fierezza, come uomini pei quali ciò che 
rimaneva da farsi per annichilare i Tedeschi fosse cosa 
piuttosto da scherzo che seria. Io già così mal disposto 
di salute , cominciai intraveder la verità e sentir av- 
versione per quella gente. Erano infatti persone che 
non avevano preso parte alla lotta nei giorni passati, 
e sbucavano dai loro nascondigli, cercando mostrarsi 
in quel giorno sì vicino ancora a quelli dell' azione, 
perchè il pubblico credesse che avevano combattuto 
anch'essi. 

Arrivato a poca distanza da casa Taverna incontrai 
una persona di molta distinzione, mia amica e che non 
era estranea al Governo Provvisorio; ci stringemmo la 
mano. 

— Ebbene, sono partili, diss'io, ma hai tu notizia del- 
F arrivo dei Piemontesi? 

— Troppo tardi ! 



CAPITOLO DECIMO. 163 



— Ma come troppo tardi? che cosa mi dici? 

— Che vuoi ? non fa più effetto. 

— Ma Dio buono! la guerra ha ancora da cominciare! 
E chiaro che Radet^ky e partito quando fu certo che ve- 
niva l'esercito piemontese. 

— Per carità non dir questo; ti saltano agli occhi! 

— Ma a che giuoco giuochiamo? credi tu fórst che si 
possa far la guerra senza un esercito regolare ? 

E qui s' impegnò un lungo discorso che io non ri- 
produrrò, perchè non lo potrei garantire nelle sue par- 
ticolarità come garantisco l'esordio che ho citato.. 

Pur troppo , nel Governo Provvisorio non era solo 
quel mio ottimo amico e bravissimo uomo , ad avere 
quell' opinione; né io esprimo cosa nuova, ma accer- 
tata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in 
atti pubblici più o meno velatamente. 

Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve 
tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar 
seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni 
del fine pel quale mi era avviato al Governo. 

— A proposilo, gli dissi prima di accomiatarmi, chi 
ha dato ordine che si costruissero ancora barricate? 

— Nessuno di noi, mi rispose. 

10 gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta 
Orientale , e come importasse di metter fine a quella 
stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose 
che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che 
era un' esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però 
bisognava lasciare sfogo. 

11 colloquio col mio amico mi addolorò. Che la po- 
polazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era 



164 CAPITOLO DECIMO. 



facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente 
Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano 
batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni 
ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai 
soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà 
che potevano presentare le fortezze, e come ben altra 
cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere 
in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto 
che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per 
essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato. 
Con 'altra direzione che le venisse data, poteva forse 
rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso 
che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini. 
Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei 
primi essi stessi la calma necessaria a giudicare fred- 
damente la posizione, se avessero annunciato che la 
guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il 
sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto 
essere il principio di guerra ben più fortunata di quello 
che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta. 
Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla 
faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli 
ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pro- 
nunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto 
di eroico, e si finì a credere sul serio che la parte più 
essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che 
non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu 
da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo), 
s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si senti- 
vano dire: Che venite a farei- 

Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i 



CAPITOLO DECIMO. 165 



soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la 
storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso 
cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo venti- 
sette aaaiX 1 ), non intendo aggravare la parte che può 
spettare a que' reggitori , alcuni dei quali erano gi;\ 
allora miei amici, e gii altri lo divennero quasi tutti 
in appresso; dirò invece che la loro posizione era tut- 
t'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opi- 
nione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi al- 
l'impero di quelle circostanze che s' imposero a tutti. 
Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale, 
già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire : 
Questo non è che un primo principio ; pensiamo alla guerra, 
t a nuli 'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia se- 
condario. 

Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo 
Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime, 
dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivo- 
luzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del 
Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, al- 
lorquando il Municipio , come narrai , si era trasfor- 
mato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pe- 
ricolo di essere le prime vittime nel caso che la rivo- 
luzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo 
invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col 
rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto 
morale, dacché nessuna retribuzione mai ne ritrassero. 
Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice 
che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia 



(1) Al 1S75, epoca della prima edizione. 



l66 CAPITOLO DECIMO. 



trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque 
fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente 
a resistervi. 

Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini 
di buona fede ed amanti della causa pubblica che pre- 
messero sul Governo al primo suo esordire ; già erano 
sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero 
quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la 
vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del 
Governo, o per la vanità personale, e costoro per 
primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo. 
Non erano corse 48 ore, dacché gli Austriaci ave- 
vano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano 
predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali, 
fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riusci- 
vano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Prov- 
visorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli 
eroi armati d'a capo a piedi, improvvisatisi dopo la 
partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto ar- 
guto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di eroi 
della sesta giornata. Essi facevano a gara a chi più adu- 
lava la popolazione, ed il tema immancabile era che 
l'essenziale per l'indipendenza era fatto ; si trattava ora 
di raccoglierne i frutti, ed i volontari bastavano; la 
truppa era un di più. 

Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto 
deplorassero quella piega dell' opinione pubblica e si 
sentissero rivoltare a quei deliri, ma non ardivano tam- 
poco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi 
dire: Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto mi- 
racoli e ne faranno ancora, e simili frasi. 



CAPITOLO DECIMO. 167 



Quanto a me, che non avevo ritegno a dire quello 
che sentiva, fui presto fuori d'azione appunto in quei 
primi giorni , perchè il mio male fisico si aggravò 
anziché diminuire. 

La curiosità mi aveva spinto a girar quasi tutto il 
giorno; uscito di casa verso sera, nel passare per la 
via del Durino, mi vien chiesta la parola d'ordine. 

— Ma che parola d' ordine ? Chi ha ordinata questa 
impunta ? 

— Che vuole ? mi risponde la sentinella ; hanno dato 
questo ordine! 

In quell'istante passa un signore di mia conoscenza, 
mi saluta e mi comunica la parola d'ordine, celiando 
su quella mostra di postumo zelo e raccontandomi che 
vi erano perfino signorine le quali facevano sentinella, 
e domandavano la parola d'ordine, emulando gli eroi 
della sesta giornata. Le notizie recavano che i Tedeschi 
erano già a Lodi, e si poteva perciò far la sentinella 
senza pericolo. Tutte quelle disposizioni mi indispetti- 
vano, perchè se talune, come l'ultima, era solamente 
ridicola, l'altra, relativa alle barricate, era dannosa, e già 
parevami intravedere poca fermezza in chi comandava, 
onde aumentava la mia avversione per quella parodia dei 
giorni della lotta. L'indomani, ossia il 24 marzo, arrivò a 
Milano il mio amico commendatore Maurizio Farina, pie- 
montese, e venne difilato da me. Ho già fatto cenno di lui 
e detto come fosse la persona che mi aveva procurata 
la conoscenza del conte di Castagneto, ed indiretta- 
mente, posto in communicazione col re Carlo Alberto. 
Fedele alla sua missione, era venuto colla truppa a 
Novara; la dichiarazione di guerra era stata pubblicata 



I 68 CAPITOLO DECIMO. 



il giorno innanzi, ed ei veniva per assumere informa- 
zioni esatte dello stato delle cose, affine riferirne al 
conte di Castagneto ed al re. Mi trovò abbattuto, ma 
io non volli confessare quanto male mi sentissi, ed 
entrai tosto in argomento. Egli si era già accorto, ed 
aveva già avuto prove delle illusioni che si nutrivano 
intorno alla guerra; ed io, deplorando quella strana cecità, 
non mancai di far presente come la guerra non poteva 
a meno di essere ancora difficile , padroni coni' erano 
i Tedeschi delle fortezze. Se fosse possibile raggiun- 
gerli prima che vi entrino, diceva io, quella sarebbe 
la più felice delle combinazioni che si potesse dare. 
Per carità che non si illudano almeno i Piemontesi! 
Ei volle ripartire la sera stessa per Novara, ed io, 
che per tutto quel giorno non ero uscito di casa pel 
male che mi opprimeva, volli accompagnarlo. Dirigen- 
dosi egli verso Rhò, si andò al così detto Portello, 
ma colà si seppe che non si poteva uscire, e conve- 
niva andar al corpo di guardia ch'era al Comando Ge- 
nerale , farsi conoscere, ed ottenere il permesso. Si 
andò, e trovammo un tale che si dava una grande im- 
portanza. Chiese che mi facessi conoscere. — Probabil- 
mente non avrò bisogno di andar lontano per questo, risposi 
io. Domandai se eravi nel locale l'ingegnere Reschisi. 
Vi era infatti, ancora sempre occupato a compilare 
quell'inventario, del quale l'aveva incaricato io stesso. 
Ei venne, ed allora tutto fu appianato; l'amico partì 
ed io ritornai a casa; ma non reggeva più in piedi, 
talché mia moglie mi fece chiamar un medico che giunse 
a sera inoltrata. Mi visitò, trovò che aveva una gran 
febbre ed una forte infiammazione, e meravigliatosi che 



CAPITOLO DECIMO. 169 



avessi tardato tanto a chiedere i soccorsi dell'arte, mi 
prescrisse una copiosa sottrazione di sangue, dicendomi 
che per una settimana almeno, non pensassi ad abban- 
donare il letto. Egli stesso si diede premura di man- 
darmi tosto il chirurgo che eseguì l'ordinazione del dot- 
tore. L'indomani, ritornato il medico, rimase sorpreso di 
trovare il male diminuito in grado insolito nel volgere 
di sole 9 in io ore. Io che il giorno innanzi non ri- 
spondeva che a monosillabi, gli spiegai allora come non 
fossi stato mai ammalato, e non avessi saputo persua- 
dermi di esserlo, finché potei star in piedi; ma il ri- 
medio aveva colpito giusto, era stato proprio come 
gettar acqua sul fuoco, di guisa che quantunque fossi 
ben lungi dal chiamarmi guarito, perchè sentiva la de- 
bolezza per causa della forte sottrazione sanguigna, pure 
pensava che non avrei passata in letto una settimana. 
Il buon dottore , che in questa seconda visita era 
stato edotto dal portinaio o da qualche vicino ch'io era 
quello della bandiera sul Duomo, come mi chiamavano 
per brevità , volle farmi i suoi complimenti, e si feli- 
citò meco che le cose andassero sì bene ; mi confessò 
che il giorno innanzi era stato molto in pensiero sul conto 
mio, e mi raccomandò la pazienza, per l'indispensabile 
settimana. L'indomani, ch'era il terzo giorno di cura, mi 
perviene una lettera dal Comitato di guerra, colla quale 
mi dà l' incarico di andare in Valtellina a provvedere 
alla difesa dello Stelvio, non che a quella del Tonale, 
nella vicina Valcamonica; l'incarico mi fece piacere, 
perchè parvenu un indizio che si prendessero le cose sul 
serio. Tuttavia deliberai di non dir nulla al momento, 
d'aspettar la visita del giorno dopo, del dottore, e poi an- 



I7O CAPITOLO DECIMO. 



darmene. Frattanto cominciai ad affermare che già stava 
bene, e volli alzarmi, almeno per qualche ora, ma se la 
guarigione procedeva celere, nondimanco mi sentiva an- 
cora debole. Il giorno dopo, alla solita ora, venne il me- 
dico e fu soddisfatto; io gli dissi che già avevo salute da 
vendere, ei non volle convenirne, e raccomandò ancora la 
pazienza. Partito che fu, io mi alzai, e diedi parte a mia 
moglie della risoluzione d'andare in Valtellina per la mis- 
sione avuta. Ella fece le sue objezioni, e trovò ch'ero 
ancora troppo debole, ma io la persuasi che il poco 
che mi mancava a ricuperar la primiera salute l'avrei 
trovato per istrada, e che sarei guarito più presto e 
meglio che stando a Milano, anche perchè la missione 
mi andava genio. Infine si arrese, ed io partii per Como, 
ove arrivai verso sera. Giunto alla Camerlata , trovai 
che il cammino, da quel punto alla città, era sbarrata 
da barricate; arguii che vi era stato combattimento an- 
che a Como, ed infatti, arrivato all'albergo, appresi i 
particolari del combattimento che vi aveva avuto luogo 
il 22 e 23, e più specialmente, in vicinanza della ca- 
serma di S. Francesco, che si trova fuori di Porta 
Torre, a sinistra di chi esce dalla città. Vi erano state 
più vittime anche da parte dei cittadini, ma i soldati, 
accerchiati da ogni parte, avevano finito coli' arren- 
dersi. 

L'indomani, di buonissima ora, andai a visitar quei 
luoghi, e vidi anche alcuni prigionieri, ch'erano rinchiusi 
in una chiesuola presso il Duomo, sul suo fianco destro ; 
erano Croati. Salito sul vapore alla volta di Colico, es- 
sendo io conoscente del capitano, fui tosto messo a con- 
tribuzione per soddisfare la sua curiosità, poiché l'affare 



CAPITOLO DECIMO. 171 



della bandiera aveva fatto il giro di tutti i giornali, e 
tutti volevano sentir qualche particolare della rivolu- 
zione di Milano; taluni di quelli coi quali non aveva 
relazione di sorta, per farsi perdonare la loro curiosità, 
cominciavano a guisa d'introduzione, ad esaltar l'atto 
della bandiera, il che mi obbligava a protestare che 
non era stato accompagnato da pericoli, come si sup- 
poneva; ad ogni modo dopo quel complimento, non 
poteva esimermi dal rispondere qualche cosa, e si può 
immaginare che le dimande si succedevano le une alle 
altre senza interruzione. Alla mia volta però chiedeva 
anch'io informazioni sugli avvenimenti di Como e lungo 
il lago, e sullo spirito che colà dominava. Questo non 
poteva esser migliore. La confidenza nell'avvenire era 
grande, e con retto buon senso udii dire da molti: — 
Ci vorranno grandi sacrifici, ma si faranno. Avanti al- 
l' isola Comacina, il vapore si fermò, e vidi cosa 
che mi fece gran piacere. Dalla parte della prora vidi 
venir due facchini con due enormi ceste piene di carne. 
Era la provvigione destinata ai soldati prigionieri, re- 
legati nell'isola Comacina; non rammento quanti fos- 
sero, ma non pochi , perchè la quantità di carne era 
ingente e di ottima qualità; mi rallegrò il vedere quel 
trattamento, e come dietro il soldato che aveva fatto 
il suo dovere, difendendosi, più non si ravvisasse che 
l'uomo divenuto innocuo. Giunto a Colico, dovetti 
sottostare ad altri interrogatorii, ma sbrigatomi presto 
e presa una vettura per Sondrio , vi giunsi prima an- 
cora che cadesse il giorno. Avendo appreso che si era 
costituito un Comitato, andai difilato a quello, e mo- 
strate le mie credenziali, spiegarlo scopo della mia 



I72 CAPITOLO DECIMO. 



missione. — Ci abbiamo già pensato, mi risposero. — 
Perfettamente! ripresi io, e come? Mi narrarono allora 
come il 24 fosse stata insorta tutta la Valtellina; come 
sì facessero prigionieri, senza spargimento di sangue, 
i pochi soldati che vi erano ; come s' installasse a 
Sondrio un Comitato, e due giorni prima (eravamo 
al 29) avessero mandato allo Stelvio una ventina di 
giovani che a Tirano si erano uniti con altri di quel 
luogo, avviati alla stessa meta. Decisi allora di con- 
tinuare il viaggio sino a Tirano e pernottare colà, 
per andar poi l'indomani a Bormio ed allo Stelvio. 
Tardi nella notte arrivai a Tirano, a casa mia, e 
tosto feci accendere un gran fuoco in un certo salotto 
ove da anni girava su e giù pensando alla guerra del- 
l' indipendenza, ed ove aveva tenuto in proposito dei 
colloquii coi due soli amici, ai quali confidava i passi 
che facevo e gli scritti che mandava in Svizzera; col 
commendatore Farina e col più volte menzionato mar- 
chese Giuseppe Valenti-Gonzaga di Mantova, che en- 
trambi erano venuti a trovarmi nel 1847. Non pareva 
vero anche a me che potessi dire : Non vi sono più, ma 
una nube nera traversava subito quell'orizzonte sì roseo: 
Qui non vi sono più, ripetevo, ma sono ancora in Italia. 
Con tutto questo, per altro, in quel momento, e dopo 
quanto aveva veduto sul lago di Como e traversando 
la Valtellina, confesso che anch'io avevo fede viva nel 
successo; l'idea che s'avesse a soccombere nella lotta, 
non voleva entrarmi. Benché già fosse passata la mez- 
zanotte, il parroco seppe del mio arrivo, ed essendo uomo 
caldissimo per la causa nazionale (preposto Zaffrani Carlo) 
venne a visitarmi, e parlò meco a lungo, e mi narrò 



CAPITOLO DECIMO. I7J 



come tatto camminasse bene anche colà, ed il giorno 
innanzi una dozzina, credo, di giovani, fosse andata a 
Bormio e poi allo Stelvio, unendosi a quelli di Sondrio. 
L'indomani all'alba ero in viaggio alla volta di Bormio, 
che dista sei ore, ove giunto, andai diritto ai Manici- 
pio. Anche colà erasi proclamata l'indipendenza dal- 
l'Austria il 26, abbassandone gli stemmi, non essendovi 
nessuno da combattere. Ma non si fermarono a quel- 
l'atto, bensì con un buon senso pratico che encomiai, 
essi pei primi senza aspettare né sapere che venissero 
giovani armati da Sondrio e da Tirano, avevano mandato 
dodici uomini armati alla quarta cantoniera dello Stelvio. 
Risalito in vettura, o, dirò meglio, presa la slitta, 
mi avviai a quella volta, e giunsi fra le 3 e le 4 po- 
meridiane alla suddetta quarta cantoniera. Non dimen- 
ticherò mai lo spettacolo che mi si presentò. Il tempo 
era freddo, ma bellissimo, la slitta scoperta, e non si 
vedeva che neve; que' monti sterminati pareva faces- 
sero pompa d'insolita bellezza; ad ogni risvolto della 
strada appariva qualche nuova lontana cima spiccante 
suli' orizzonte d' un azzurro cupo bellissimo. I cavalli 
usi a camminar sulla neve, andavano celerissimi anche 
in salita. Al mio arrivo, annunciato da un intermina- 
bile schioppettio di frusta che il postiglione maneg- 
giava con abilità non comune , tutta quella gioventù 
venne sul piccolo ripiano che trovasi avanti la canto- 
niera, curiosa di apprendere chi fosse; e riconosciutomi, 
e sapendo che venivo da Milano, cominciarono le al- 
legrie , le interrogazioni reciproche e l' indispensabile 
grido intercalare di Viva l'Italia. Una delle prime mie 
dimande fa come si era provveduto alla sicurezza del 



IJ4 CAPITOLO DECIMO. 



Passo (così chiamasi la vetta che forma confine fra la 
Valtellina ed il Tirolo). 

— // passo è custodito, mi risposero, da cinque in sei 
metri di neve. 

Madre natura ci aveva prevenuti tutti. Si passò al- 
legramente tutta la sera e parte della notte fra il fuoco, 
il buon vino e le chiacchiere; della malattia io non 
me ne ricordava più, benché tutti mi trovassero pal- 
lido, perchè la gioia mi elettrizzava; quell'aria poi mi 
dava nel ridestato appetito, un riparatore straordinario. 
Il mattino seguente, ed era l'ultimo di marzo, volli 
prendermi una soddisfazione, ordinando un saluto uf- 
ficiale alla bandiera tricolore, e posta in linea tutta 
quella gioventù sul piano avanti la cantoniera, che si 
trova a 2546 metri sul livello del mare^, trassi una 
bandiera che aveva meco e che venne festeggiata con 
spari ed evviva che l'eco dei monti ripercuoteva. 

Non volli però abbandonar il luogo senza aver fatto 
assolutamente nulla. La neve ci era buon riparo, per 
allora, ma in maggio e giugno doveva sparire; ora il 
passo dello Stelvio è ad un tempo facile o difficile a 
difendersi, secondo che venga o non venga rispettata 
la neutralità del suolo svizzero che in parte lo circonda. 
Pensai dar io al Governo del Cantone Grigione la 
partecipazione dei fatti di Milano, e dell' avere il Go- 
verno Provvisorio, che dovevasi preparare alla guerra, 
mandato me allo Stelvio , il quale , al momento , non 



(1) In quella cantoniera havvi ora un Osservatorio Meteorologico, fondato dal 
Club Alpino Valtellinese, e da me inaugurato il 2 settemore 1873, in occasione del 
IV Congresso degli Alpinisti Italiani. La sua straordinaria elevazione, lo rende uno 
dei più utili Osservatorii. Venne dedicato al celebre P. Secchi. 



CAPITOLO DECIMO. I75 



presentava pericolo di sorta, ma, scomparsa la neve, 
era possibile che fosse attaccato da quel lato, soggiun- 
gendo che come il soldato nostro avrebbe religiosa- 
mente osservata la neutralità del territorio svizzero, 
così io pregava, in nome del mio Governo, che si 
prendessero le debite cautele onde si rispettasse anche 
da parte degli Austriaci. Non era cotesto un atto di 
diffidenza verso la Svizzera, ma egli è certo che se i 
Grigioni non mandavano i soldati appositamente , il 
confine era senza sorveglianza , ed il passarlo , pren- 
dendo alle spalle il posto che si trovasse all' altura 
dello Stelvio , ossia al vero passo che è ancora 300 
e più metri sopra la quarta cantoniera, poteva esser 
l'affare di poche ore. 

Feci copiare la mia lettera da uno dei giovani che 
possedeva una bella calligrafia, e spedii un messo ad 
impostarla a S. Maria, che è il paese svizzero il più 
vicino, in una vallata detta di Monastero, che comunica 
anche col Tirolo , sboccando nella vallata dell'Adige. 
Preso quindi commiato da que' bravi giovani , mi 
ricondussi a Tirano, ove riposai una giornata , assu- 
mendo informazioni intorno al Tonale, che si trovava 
in analoghe condizioni dello Stelvio. Perciò non stimai 
necessario il farvi apposita visita, sibbene, valendomi 
de' materiali raccolti nei tempi andati, stesi una rela- 
zione particolareggiata de' diversi passi esistenti fra la 
Valtellina ed il Tirolo, nonché fra questo e la Valca- 
monica, facendo risaltare come il Tonale fosse in con- 
dizioni assai più pericolose dello Stelvio, e come, senza 
trascurare quello, convenisse portarvi la più seria at- 
tenzione, potendo divenire valicabile in aprile ed ai 



176 CAPITOLO DECIMO. 



primi di maggio per essere notevolmente più basso. 
Benché fossero corsi sei o sette giorni e non più, 
che io aveva abbandonato Milano, mi pareva un lun- 
ghissimo tempo, ed ardeva dal desiderio di ritornarvi, 
sicché alla sera del 2 aprile era già di nuovo nella 
capitale lombarda. La vita attiva, l'aria salubre, l'ot- 
timo appetito, ma più di tutto la compiacenza di aver 
trovate le popolazioni così ben disposte , mi avevano 
pienamente rimesso, sì che mia moglie convenne che 
aveva avuto ragione quando le dicevo che il viaggio 
mi avrebbe fatto bene. 



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CAPITOLO UNDECIMO 



L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua missione 
— Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate, celebrate 
nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio, Miani, for- 
nisce all'autore lo schiarimento intorno ai Tedeschi che entra- 
rono nel Genio nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora 
quell'avvenimento, che era sempre stato per lui un enigma. 



L'indomani, 3 aprile, dopo aver rimesso al Comi- 
tato di guerra la mia relazione, avendo avuta la com- 
missione direttamente da lui , mi recai presso il Go- 
verno Provvisorio a Fargli pure la relazione verbale. 
Mi trattenni a lungo col presidente Casati e col conte 
Durini, ch'erano assieme; vollero udire tutte le parti- 
colarità, soffermandosi specialmente sullo spinto delle 
popolazioni. Allorché mi accomiatai: — Sappia, mi 
disse il conte Durini, che domani si celebra una messa 
solenne in Duomo per i morti nelle cinque giornate. Ella 
favorisca di venir con noi. Io ignoravo quella determi- 
nazione, ma accettai l'invito, che il buon Casati con- 

Ricorài, ecc. 12 



I78 CAPITOLO UNDECIMO. 



fermò con parole gentili. Il giorno 4 aprile, all'ora 
indicata, io mi trovai al Marino, la sede del Governo 
Provvisorio; mi assegnarono un posto fra gli ufficiali. 
Or volle il caso che, al momento di partire dal palazzo 
del Marino, mi trovassi a fianco del maggiore del Genio 
(poi colonnello) Miani. Era desso un uomo di vaglia, 
che aveva servito nel Genio sotto l'Austria, ma poi si 
era ritirato a vita privata , ed aveva preso parte alla 
rivoluzione. Io lo conosceva, come suol dirsi, di vista, 
ossia sapevo che era un ex ufficiale del Genio e si chia- 
mava Miani, e cosi alla sua volta egli sapeva chi fossi 
io, ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci. 
Avviato il corteo verso il Duomo, entrammo in breve 
nella contrada di S. Raffaello, che allora prolunga- 
vasi assai più verso S. Fedele , essendone stata de- 
molita una parte per formare uno dei grandiosi accessi 
alla grandiosissima Galleria Vittorio Emanuele. Allora 
era ancora in tutta la sua umiltà, ma sboccando sul 
fianco destro del Duomo, la stessa sua ristrettezza fa- 
ceva risaltare ancor più la mole maestosa di quella cat- 
tedrale. Or bene, appena fummo in vista del Duomo, 
il Miani ruppe primo il silenzio per incominciare a di- 
scorrere meco, e, rivoltosi a me: — Ella, mi disse, 
deve provare una gran compiacenza nel vedere il Duomo ; 
quanto la invidio per quella prima bandiera ! E facile 
immaginare che cosa dovetti rispondere, trattandosi 
poi che parlava ad un ufficiale. Per la centesima volta, 
se non più , protestai eh' era stata una spedizione 
senza pericolo, non negava per questo di averne com- 
piacenza, ma come d'un regalo della fortuna più che di 
altro. Dacché però il Miani mi aveva aperto l'adito a 



CAPITOLO UNDECIMO. I79 



parlar seco lui, colsi l'occasione per sapere se mai esso 
fosse in grado di darmi qualche schiarimento intorno 
al guazzabuglio avvenuto nel locale del Genio, nella 
notte dal 20 al 21. — Quello fu un affare ben altri- 
menti più serio, dissi io, e non sono staio mai capace 
di spiegarmelo. Come vi entrarono i Tedeschi? — Eb- 
bene, mi rispose esso, io sono in grado di servirla. 
Ella sa che i Tedeschi nella notte appunto del 20 al 21 
abbandonarono il Gran Comando; essi ignoravano la 
resa del posto del Genio ; credevano che si fosse sempre 
difeso , e mandarono due più risoluti cacciatori ad avver- 
tire quel posto che si ritirasse esso pure come meglio po- 
teva. I soldati vi arrivarono infatti, protetti da tino di quei 
momenti di profonda oscurità che si succedevano in quella 
notte nuvolosa e ventosa , ma trovarono il Genio vuoto. 
Erano ancora colà quando il mio povero servitore tornava 
colle chiavi per aprire il piano superiore a lei ed ai suoi 
compagni, poiché sappia che il Genio era stato consegnato 
a me, ed io aveva posto là il mio servitore, il quale era 
il custode a cui ella si rivolse. Giunto esso a pochi passi dalla 
porta, uno de' cacciatori che vi stava in sentinella sulla 
porta, fece fuoco contro di lui e lo feri in un braccio. Il mio 
servitore tornò allora indietro, dando V allarme ; i due sol- 
dati non poterono più uscire , ed avvenne poi tutta quella 
scena ch'ella conosce meglio di me. 

Allorché il Miani terminava la sua relazione , noi 
eravamo giunti al Duomo; il discorso venne tron- 
cato; io andai al posto assegnatomi e cominciò la fun- 
zione. 

Che preci si cantassero, in che consistesse la ceri- 
monia, io non sarei stato in grado di dirlo nemmeno 



l80 CAPITOLO UNDECIMO. 



10 stesso giorno, perchè quella rivelazione mi occupò 
la mente in modo tale, che non pensai ad altro; ve- 
devo ed udivo , ma senza che nulla mi facesse sensa- 
zione; rammento solo che eravi un posto riservato pei 
parenti delle vittime, e vi erano anche signore in se- 
vera eleganza, e fra queste una signora Guy, di mia 
conoscenza, cognata d'un negoziante Giuseppe Guy, ri- 
masto morto in un combattimento presso Porta Ticinese. 
Non è certo di grande importanza il sapere che cosa 
si cantasse, non avendosi per questo che a consultare 
il rituale, ma io ho voluto accennare quella circostanza 
per dimostrare la profonda sensazione che mi fece la 
narrazione del Miani. La sorte toccata al servitore, fu 
per me la chiave dell'enigma. 

Se eravi stato un avvenimento che mi aveva preoc- 
cupato in modo da avvicinarsi ad una idea fissa, era 
quello della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi. 

11 mio pensiero, ad ogni anche lontano cenno, ricor- 
reva a quel fatto; nella breve mia malattia, inchiodato 
in letto, passavo in rivista tutte le possibilità senza po- 
termi dar mai una chiara ragione del fatto; in viaggio 
ripassai ancora quella ipotesi, ma senza frutto; molte 
erano state le chiacchiere in proposito : chi diceva che 
erano soldati nascosti che sbucarono fuori nella notte; 
chi sosteneva ch'erano alcuni arditissimi, mandati dal 
conte Neipperg per prendere una grossa somma di danaro 
che egli aveva colà; chi, non sapendo come spiegar me- 
glio il fatto, lo diceva effetto d'un tradimento, ed in quel 
senso parlava pure quel facchino delle cui prodezze mi 
toccò essere spettatore nei sotterranei del palazzo del 
Gran Comando. Ma non tenuto conto dell'ultima as- 



CAPITOLO UNDECIMO. l8l 



surda e ridicola ipotesi, anche le altre non si spiega- 
vano, e quindi io mi provava a cercar altre ipotesi , 
ma sempre senza frutto. Per me eravi un punto di 
partenza indubitato, una specie di caposaldo, intorno 
al quale non era lecito il dubbio , ed era quello della 
sentinella. Che quella vi fosse, nessuno lo poteva as- 
serire con maggior sicurezza di me , che 1' aveva toc- 
cata, e gli aveva posto la mano sulla spalla, dicen- 
dogli : 

— Bravo, bravo. Ma che cosa era mai avvenuto di 
quella sentinella? che fece quando arrivarono i Tedeschi ? 
come scomparve senza dir nulla? Era quello il punto 
più oscuro che non era arrivato mai a potermi chiarire. 
Or bene, appena il Miani mi narrò che il suo ser- 
vitore era stato di ritorno un quarto d'ora dopo colle 
chiavi e che era stato salutato dalla fucilata da parte 
della sentinella, 1' enigma si chiarì, tutto si spiegò e 
nel modo più facile. Il Miani non aveva collocato colà 
sentinella di sorta , e quella eh' io credei che fosse la 
nostra sentinella, era il cacciatore austriaco. Forse 
potrà questo far senso a più d'un lettore, ammesso 
eh' io ne possa avere un numero almeno modesto , 
ma si ritenga pure che dalla rivelazione del Miani in 
poi, non solo non fui giammai titubante nell'ammettere 
tale soluzione, ma quanto mi riusciva prima inam- 
missibile ogni altra, altrettanto facile ed evidente m'ap- 
parve quella; e siccome (qualora l'amor proprio non 
mi faccia velo) io credo che non possa dispiacere an- 
che ad altri il toccare intorno a ciò l'evidenza, mi per- 
metterò di riassumere di nuovo quel fatto, ponendolo 
in presenza di quella soluzione. Ho già narrato come 



102 CAPITOLO UNDECIMO. 



io coi miei quattro compagni (0 non entrassi dalla 
porta principale che metteva sul Monte di Pietà, ma 
da una secondaria della contrada degli Andegari, la 
quale, dopo uno stretto corritoio, metteva in un grande 
cortile cinto da porticato. Colà trovai l'individuo ch'era 
il servitore del Miani, il quale, richiesto che aprisse il 
piano superiore, rispose che andava subilo a prendere le 
chiavi, abitando poco lungi. Dopo un quarto d'ora 
circa io udii un colpo di fucile dalla parte verso strada 
che richiamò la mia attenzione, onde vi accorsi immedia- 
tamente; ma nulla vi era che accennasse a lotta; l'indi- 
viduo che aveva fatto fuoco era a circa metà d'un 
atrio basso, oscurissimo. La mia stanchezza era tale, 
che una parola al di là del necessario non la dicevo: 
epperò, visto che nulla eravi, tornai ai miei compagni, 
ma prima, per cortesia, salutai la sentinella con quel- 
l'espressione di bravo, bravo, accompagnata dall'atto 
di toccargli la spalla. Arrivato ai miei compagni dissi: 
— Non è nulla: sono i soliti tiri sciupati. Da quel mo- 
mento in poi noi contammo, direi, i minuti, aspet- 
tando l'arrivo delle chiavi; se dapprima l'impazienza 
era temperata dal riposo, mano mano che passò il 
tempo, essa aumentò, sì che sentendomi poi anche 
riposato , cominciai a parlar forte. Ciò che havvi di 
certissimo si è che dal colpo che ferì il servitore del 
Miani alla scarica che poi fecero i due cacciatori au- 
striaci contro di noi, rimasti miracolosamente illesi, 
benché a soli 15 metri di distanza, non vi ebbe colpo 



(1) Non seppi mai chi fossero: rammento però che allora taluno mi disse che due 
erano figli di un ingegnere Albino Parea, giovani entrambi; ma non posso garantire 
che fossero propriamente essi, dacché lo seppi da un terzo. 



CAPITOLO UNDECIMO. 183 



intermedio, il che era naturale che avvenisse, qualora 
il colpo da me udito fosse partito da una sentinella no- 
stra. Per ultimo havvi un'altra circostanza che, presa iso- 
latamente, è di nessuna importanza, ma n'acquista in- 
vece colla soluzione accennata. 

Ho narrato già, e lo ripeto, che quando io, dopo 
salutata la sentinella mi scostai da lui, vidi , nell' atto 
del ritirarmi , un pennacchio ondeggiante staccarsi al- 
quanto dal cappello del giovine che aveva leggermente 
piegato il capo senza profferir verbo. Al momento non 
mi fermai su quella circostanza, perchè, come dissi, si 
vedevano allora tutte le forme possibili di cappelli e 
berretti; ma si tosto il Miani mi chiarì la cosa, allora 
mi spiegai anche 1' affare del pennacchio , era quello 
che portavano i cacciatori austriaci. Lontanissimo dal 
supporre che la sentinella da me accarezzata potesse 
essere altri che uno dei nostri, la circostanza per sé 
cosi inconcludente del pennacchio non si era mai pre- 
sentata alla mia memoria, perchè era un particolare 
connesso con un supposto, fino allora inammissibile, 
quello della sentinella austriaca; ma dato che il sup- 
posto era invece realtà, mi spiegai anche il pennac- 
chio, sul quale non aveva mai richiamato il mio pen- 
siero. 

Come questa soluzione chiarisce il fatto nella sua 
parte essenziale, cosi ne chiarisce anche altri che po- 
trei chiamare secondari, ma attinenti allo stesso. Al- 
lorché dopo l'inattesa scarica noi uscimmo, credevamo 
essere i primi ad annunciare il fatto della ripresa del 
Genio da parte dei Tedeschi; ma invece ho narrato 
come io trovassi presso la casa del colonnello Arese 



184 CAPITOLO UNDEGIMO. 



uri drappello di dodici quindici persone che discu- 
tevano sul da farsi. La ragione si è che l'allarme era 
stato dato dal servitore del Miani, ferito. In quella 
mezz'ora che noi lo attendemmo invano, la notizia 
si era diffusa, e benché non certo tanto che ancor 
non vi fossero di quelli che l'ignoravano, di che eb- 
bimo noi stessi la prova alla Croce Rossa ; rispetto 
ai primi coi quali parlammo, ciò non pertanto già si 
era diffusa abbastanza, perchè si raccapezzasse anche 
quel numero di giovani eh' io trovai in gran discus- 
sione avanti alla casa summenzionata. 

Per ultimo, la spiegazione Miani mi diede anche la 
ragione di quell'interminabile cannoneggiamento da via 
S. Giuseppe, eh' io non riusciva a comprendere. Ed 
infatti se l'uscire dal Genio per la via Monte di Pietà, 
doveva esser cosa assai scabrosa, lo era invece molto 
meno pigliando la via degli Andegari , ossia precisa- 
mente la porta per la quale entrammo noi. Da questa, 
alla via S. Giuseppe, brevissimo era il tratto; ora, 
tenendosi sbarazzata quella via, e cannoneggiandosi 
sulla destra nella linea del teatro della Scala, come 
facevano gli Austriaci, rimaneva libera la linea op- 
posta rasente la chiesa di S. Giuseppe, linea che do- 
vevano tenere i soldati ritirandosi , essendo i can- 
noni appostati presso allo sbocco della via di S. Gio- 
vanni alle Quattro Faccie to. 

Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma, 
che tale fino allora era stato per me l'avvenimento not- 
turno del Genio, mi fece l'effetto di tornii un vero peso 

(1) Ora via Orianì. 



CAPITOLO UNDECIMO. 185 



dal petto, tanto mi aveva preoccupato il pensiero di cer- 
carne la spiegazione. Dovetti però convenire che la mia 
fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello 
stampo, non fu piccola. La sua condotta non fu solo 
umana, ma non esito a dire che fu generosa. Allorché 
c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio del Genio, 
io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il 
mio equivoco. Non poteva egli esser colà da molto 
tempo, poiché non vi era allorché uscì il servitore del 
Miani , e quindi venne nel tempo che quello impiegò 
per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche 
soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me, 
che venendo dal cortile debolmente rischiarato dalla 
luna, ma pur rischiarato, ed entrando sotto l'oscuro 
atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un uomo. 
Forse io dovetti la mia salvezza all' essere disarmato 
ed alla circostanza di non averlo interpellato. Che sa- 
rebbe avvenuto dell'uno e dell'altro se io mi fossi ac- 
corto allora del mio errore, è impossibile il dirlo, e le 
congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui 
eh' era a peggior partito è della più chiara evidenza ; 
egli non aveva che ad abbassar la baionetta per sba- 
razzarsi di me. Ma non fu quella volta sola che si 
trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe 
poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio 
compagno andammo a rilevare da terra il ferito che 
giaceva al suolo a pochi metri dalla porta del Genio. 
Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate? 
Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre 
raccoglievano un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur 
troppo sono crudeltà che si commettono bene spesso, 



CAPITOLO UNDECIMO. 



e chi in epoche di calma, a mente fredda, e senza aver 
avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa 
sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare,, 
cade in grandi errori ed illusioni. Per convincersi di 
ciò basta pensare agli orrori delle guerre civili, nelle 
quali si sacrificano tanti innocenti e donne e fanciulli, 
persone impotenti all'offesa. A questo paragone che 
è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un 
istante il fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere 
tosto l'arma e venir contro di voi? È vero che nel 
nostro caso di due soli soldati bloccati in quell'edificio, 
il partito più umano verso di noi era anche il più 
utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circo- 
stanze mantenere il sangue freddo ed il ragionare. 
Del resto poi , fra i diversi motivi possibili che pos- 
sono avere indotto quel soldato a così agire, io devo 
dar la preferenza al più generoso , trattandosi di un 
uomo che in meno d'un' ora fu padrone due volte 
della mia vita. 

Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene, 
oggi ancora io farei, senza esitanza, le mille miglia per 
avere con quel soldato un abboccamento di un'ora. E 
quante volte mi sono detto : Oh s'ei vivesse ancora e potessi 
sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo intorno 
al primo incontro ! Che pensò mai quando io ponendogli 
la destra sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne 
e come partì? Molte cose avrei a chiedergli; ma non è 
probabile che con tanti combattimenti che poi ebbero 
luogo, ei viva ancora. 

Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale 
egli ed il suo compagno si sottrassero, poiché anche 



CAPITOLO UNDECIMO. 



questo fu per noi un mistero; sicché taluni, non po- 
tendolo spiegare, ricorsero all'idea del tradimento. Io 
credo che dovettero la loro evasione ai capricci della 
luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta, 
che in quella notte la luna giuocava ad ascondersi; essi 
approfittarono d'un momento di completa oscurità per 
sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via di S. Giu- 
seppe; è l'ipotesi più probabile. 



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CAPITOLO DODICESIMO 



Narrazione particolareggiata dell' avvenimento nella Canonica di 
S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo. 



Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni 
altro mi stava a cuore di decifrare, esso non era però 
il solo del quale desiderassi uno schiarimento. Un altro 
ve n'era al quale non avevo preso parte diretta, ma 
che assai mi stava a cuore per la sua complicazione, 
per le molte e svariate versioni che n'eran corse e 
perchè toccava da vicino persone che avevo appreso 
a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto avve- 
nuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo. 
Che cosa era stato di quei bravi giovani che io vi- 
sitai coli* Anfiossi sul campanile? Si era parlato di 
massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma 
quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva 
accolto con tanta benevolenza, e poi che cosa era vi 
di vero in quella voce di un soldato ferito sul cam- 
panile ? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di re- 



CAPITOLO DODICESIMO. 



carmi direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo 
in proposito. 

L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i 
morti nelle cinque giornate, io andai alla canonica di 
S. Bartolomeo, e chiesi del parroco. — E in casa, mi 
risponde la servente, ed annunciato che vi era una per- 
sona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un sa- 
lottino a pian terreno, e mi invita a passare. Il par- 
roco mi viene incontro, ma io mi fermo sulla soglia, 
e prima di passarla gli chieggo se mi riconosce. 

Il parroco esitava : pareva propendesse più per il no 
che per il sì, quando la servente, miglior fisionomista: 
— lo si, esclama, che io riconosco ; e quello che e stato 
qui coli* Anjossi quella notte che sono andati sul campanile. 

Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale 
atto di confidenza come fossimo vecchi amici, e mi in- 
vitò a sedere. 

— Signor parroco , gli dissi , Ella deve perdonare la 
mia curiosità , ma tante ne dissero intorno ai fatti avve- 
nuti nella sua casa e nella sua chiesa, che io mi sono preso 
la liberta di venire da lei per sapere che cosa havvi di vero. 

Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo 
era chiesa sussidiaria a S. Francesco da Paola), chiama- 
vasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece pienamente alla 
mia curiosità , facendomi un racconto che ascoltai at- 
tonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia, 
fu seguito da non so quante dimande ed esclamazioni 
ed atti di meraviglia. Io credo d'essere rimasto seco 
lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il suo 
racconto, e assieme commentammo quei fatti. 

Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori. 



190 CAPITOLO DODICESIMO. 



Con ciò io faccio, in realtà, un'eccezione alla norma 
fondamentale di questi miei Ricordi, che è quella di non 
narrare che fatti de' quali io posso garantire personal- 
mente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi, ma 
quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, per- 
chè anzitutto il narratore non era persona da alterare 
la verità, né aveva ragione alcuna per ciò fare, ed al- 
tresì pel motivo importante che non si tratta di fatti 
avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon 
numero di testimoni, non pochi dei quali vivono indub- 
biamente ancora e possono fare un sindacato , il più 
competente che idear si possa, del mio racconto. Ben 
duolmi che non posso riprodurre la narrazione dell'ot- 
timo prete che in breve sunto , non volendo narrare 
più di quanto ben chiaramente ancora la memoria ri- 
tenne di quel colloquio. 

Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi 
era quel suonare delle campane a stormo, e fra i molti 
campanili, uno de' più rumorosi, sotto tale rapporto, 
era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla stessa via 
sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via 
della Cavalchina W, eravi la Zecca, vasto locale che 
fu sempre occupato dai Tedeschi. Il capo di quel posto 
deliberò far tacere quel campanile e togliersi quel fastidio. 
Quantunque la via più retta fosse quella da me ac- 
cennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta, 
perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei 
quali stavano i nostri combattenti sempre in buon nu- 
mero, sia per l'importanza del luogo, sia per la feli- 



ci) Ora via Manin. 



CAPITOLO DODICESIMO. 191 

cissima sua posizione, potendovisi far fuoco al coperto. 
Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via, 
e fu quella di traversare, come già accennai, una serie 
di giardini ed orti che si trovavano dietro le case che 
fronteggiavano quella via, e ciò per tutto il tratto dello 
stradone di S. Angelo, ove sorge la Zecca, fino alla 
canonica od abitazione del parroco eh' era unita alla 
chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel 
quale i soldati tedeschi entrarono, fu il giardino del 
duca Melzi, quindi veniva una sequela di orti e giar- 
dini, sì che ebbero a scavalcare non pochi muri. 
Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati 
tutti quegli ostacoli, pervennero alla canonica, la quale 
però aveva comune con altre case di privati, un cor- 
tile ; giunti inosservati sin là, fecero prigionieri quanti 
incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se 
non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed 
il sagrestano. Li condussero tutti nella chiesa presso 
l'aitar maggiore, disposti in semicerchio, e si collocò 
dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò fatto, l'uffi- 
ciale rivolto loro : — Giurate, disse, che non vi è più 
nessuno sul campanile. 

Si può esser certi che non vi era forse un solo che 
ne sapesse qualcosa, ma in quel momento la risposta 
negativa era quella che presentava il minor pericolo, 
epperò giurarono che non vi era nessuno. — Ebbene, 
disse allora l'ufficiale, manderò a verificare; e scelto 
un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagre- 
stano di precederli sul campanile. Si può facilmente 
immaginare lo stato d' animo di quelle persone du- 
rante tutto il tempo che rimasero assenti que' sol- 



I92 CAPITOLO DODICESIMO. 

dati, e che durò poco meno di mezz'ora. Finalmente 
arrivano; ed ecco precedere il caporale, il quale , 
uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima al- 
l'aitar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena 
entrato in chiesa si getta sui gradini dell'aitar mag- 
giore, gridando e dimenandosi orribilmente per dolori 
atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti da una fe- 
rita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mu- 
tilata anche la mano destra, sì che tutta la persona era 
coperta di sangue. A quell'aspetto, l'ufficiale si avanza 
commosso, ed interroga il ferito, ma in tedesco, talché 
nulla compresero i prigionieri, che alla lor volta si cre- 
dettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in 
italiano queste parole: — Sul campanile non vi e nessuno; 
voi non avete alcuna colpa di questo fatto, benché possa 
provenire da -qualche vostro parente. Promettetemi di aver 
cura di questo ferito. 

I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la 
cura possibile del soldato, e vennero rimessi in libertà. 

— Ma, continuò nella sua relazione il Lega, un altro 
fu meno fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il 
predicatore quaresimalista, certo Labaro Lavarmi, ch'era 
nella sua stanca al primo piano. Entrò in essa un soldato 
e V uccise; nulla si è potuto sapere intorno alla particolarità 
di quel fatto, non essendovi stati testimoni: pare che V uccisore 
sia stato un guastatore, e che lo sventurato abbia tentato 
di far resistenza , essendoglisi trovati fra le mani alcuni 
peli di quel grembiale peloso che portavano que soldati. 
Nella stanca non si trovò mancar nulla, si che V'impulsa 
di quelV atto atroce par proprio sia stato uno sfogo della 
natura selvaggia di quel soldato. Era stato ferito al capo y 



CAPITOLO DODICESIMO. 193 



e quando entrammo nella sua camera, partiti i Tedeschi, 
era già morto. 

I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via 
per la quale erano venuti. 

Io non volli interrompere la narrazione del parroco, 
ma finita che l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per 
ischiarimenti e per alcune particolarità relative a quei 
fatti, intorno a che dirò anche a' miei lettori quanto 
ancora rammento di più notabile. 

— - Ma i giovani sul campanile, fu la mia prima do- 
manda, dov'erano andati? 

— Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunata- 
mente, ma proprio solo all'ultimo momento, si accorsero 
dell'invasione dei Tedeschi, prima che scendessero nella ca- 
nonica; tre di essi, discese le scale, uscirono dalla casa: 
il quarto non credette esser pia in tempo, e si nascose sotto 
un trave del tetto della chiesa (ad un terzo circa dell'al- 
tezza del campanile, si trovava una porticina che co- 
municava col sotto tetto), per sua fortuna oscurissimo , 
poiché uno dei soldati; vista aperta la porticina, vi entrò, 
ed osservò qua e là; ma la grande ampiezza del locale e 
V oscurità, impedirono che potesse fare una visita diligente 
e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello. 

— Ma e V affare del caporale? Da chi era stato ferito? 

— Ecco come avvenne. I nostri avevano legato una 
bandiera tricolore al parapetto in ferro , ed essa pendeva 
in fuori del campanile ; allorché il caporale che arrivò in 
cima col sagrestano, vide quella bandiera, volle strapparla; 
ma sul ferraio dei vicinissimi portoni, vi erano i nostri, 
i quali, nulla sapevano di quanto avveniva nella canonica, 
ma visto quel soldato austriaco che strappava la bandiera. 

Ricordi, ecc. 1 x 



194 CAPITOLO DODICESIMO. 

scaricarono i loro fucili contro lo stesso, ed una palla gì 1 
traversò il corpo fra lo stomaco ed il ventre, ed un'altra 
gli recise netta V ultima falange dell' indice della mano 
destra. 

Io aveva all' ora freschissima la memoria di quel 
campanile ; epperò finita ch'ebbe la narrazione non potei 
astenermi dall'esclamare : 

— Ma come mai fu possibile che un uomo in quello 
stato discendesse le scale di quel campanile, e sopratutto 
la scala a pinoli? 

— Eppure, replicò il parroco, ti lo fece; rimasi sba- 
lordito anch'io, allorquando il sagrestano mi narrò i par- 
ticolari di quel fatto. 

— Ma dell'ufficiale che ne dice ? come spiega quel suo 
discorso ? 

— Che vuole! io non posso dir altro se non che noi 
dobbiamo ringraziar la Provvidenza che ci fece capitare 
in un uomo ragionevole che seppe padroneggiare il suo 
impeto; del resto quel momento quando il caporale entrò 
in chiesa gettandosi a terra sui gradini dell'altare, contor- 
cendosi e gridando per gli atroci dolori, fu un momento 
terribile; noi ci credemmo tutti perduti. 

Tali furono i più notevoli particolari che mi narrò 
quell' ottimo uomo intorno al fatto di S. Bartolomeo 
avvenuto nel mattino del 21 marzo. Tutto ora è 
colà cambiato: disparvero la chiesa, il campanile e 
la canonica; e pur troppo è morto anche quel buon 
sacerdote; unici rimangono ora i Portoni. Che quegli 
altri edifizì dovessero sparire per far luogo ad una 
nuova e larga via (Principe Umberto), sta bene, e vi 
ebbe guadagno; ma quanto a' Portoni mi sia lecito 



CAPITOLO DODICESIMO. 195 

il dire che la loro distruzione porterebbe la perdita 
dell'unico ricordo che ancora conserva Milano della 
famosa epoca del Barbarossa. Quali vediamo noi i due 
archi centrali di quei portoni, tali li videro i Milanesi 
del secolo XII e di sette altri secoli successivi; ora 
dovrebbero avere un maggior pregio, dacché più d'un 
ricordo delle Cinque giornate si collega anche ad essi; 
dall'altro lato la generazione attuale e le future godono 
di ben altra comodità e sicurezza, dacché furono aperti 
ai due fianchi i passaggi pei pedoni, talché le due porte 
centrali rimasero per il passaggio esclusivo dei rotanti. 
Or sarebbe egli un chieder troppo per quell'unico ri- 
cordo che si volesse conservarlo, e si cessasse dal met- 
terne in forse la sussistenza a grado del primo venuto 
a cui talenti di chiamare quegli archi inutili, o peggio, 
pericolosi ingombri? Fra l'eccesso di chi vuole con- 
servar troppo, e quello di chi vuole distrugger tutto, 
non so qual sia il più nocivo, certo si è che in Mi- 
lano non è più possibile cadere nel primo, sibbene nel 
secondo; ma, restringendomi a que' Portoni, io nutro 
fiducia che il buon senso e la patria carità dei Mila- 
nesi li salveranno mai sempre da inconsulta distru- 
zione. 



CAPITOLO TREDICESIMO 



L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di Mi- 
lano durante le Cinque giornate rapporto alla circolazione, al 
vitto, alla sicurezza, non che intorno ai contegno del bel sesso. 



Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti av- 
venuti al Genio ed a S. Bartolomeo, che sono un'ap- 
pendice alla narrazione principale, io potrei dire di 
aver raggiunto lo scopo di questi Ricordi. Esso è cir- 
coscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo 
quella piccola eccezione; ma se ristrettissimo è il mio 
campo, almeno è sicuro; ciò non vuol dire che scri- 
vendo dopo ventisette anni senza interrogar nessuno 
né consultar libri di sorta, non possa esser caduto in 
qualche errore forse di data, trattandosi dei fatti di 
minor importanza. Rispetto ai fatti principali escludo 
ogni inesattezza nel modo più assoluto, riè temo con- 
traddizioni. E se questo mio scritto avrà vita, potrà 
essere collocato francamente fra i veridici; ma io non 
intendo fermarmi a questo punto, credo poter aggi un- 



CAPITOLO TREDICESIMO. I97 



gere qualche altra nozione che non sarà senza inte- 
resse, e quando verrò poi alla conclusione, ho qualcosa 
da chiedere al lettore concittadino. 

Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio 
della guerra dell' indipendenza italiana, ed è quello 
della premura ognor crescente di voler apprendere i 
suoi particolari, il che del resto si spiega Facilmente. 
Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità 
venne travisata nel doppio senso che dopo il buon 
successo si esagerarono i fatti e si mescolarono a fa- 
vole, e subentrati i rovesci dell'agosto, si negarono 
anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa 
e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli at- 
tori vanno scomparendo ogni giorno, non è egli na- 
turale che la gioventù senta il bisogno di esser ben 
edotta della verità e voglia conoscere i fatti quali avven- 
nero e non quali si vollero far comparire, e quindi 
interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro 
sopratutto che vi ebbero parte più o meno larga? Quante 
incertezze non lascia anche un libro veridico ? Quanti 
dubbii può sollevare senza che il lettore sia in grado 
di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la 
convinzione che molti libri sono pieni di errori ? Ag- 
giungasi che anche quelle preoccupazioni politiche, le 
quali contribuirono ad oscurare il vero, non hanno 
cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor 
ricevere schiarimenti da contemporanei. 

Allorché, fallito il generoso tentativo di Carlo Al- 
berto, si chiuse, coli' armistizio di Milano del 6 ago- 
sto 1848, quel periodo che aveva avuto principio nella 
stessa città il 18 marzo colla miracolosa rivoluzione, 



I98 CAPITOLO TREDICESIMO 



presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a To- 
rino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici av- 
venimenti del 1859. Poche volte in quel decennio mi 
avvenne di esser richiesto di schiarimenti intorno alle 
Cinque giornate; alla mia volta non ne parlava volon- 
tieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il 
mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'in- 
sieme di quei ricordi. Ma quando la fortuna tolse il 
velo della sventura che copriva gli avvenimenti del 1848, 
li riabilitò e dimostrò il valor pratico che avevano, 
e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine 
di cose, allora li contemplai anch'io con maggior com- 
piacenza, né più mi pesò il parlarne. D'altra parte si 
fecero più frequenti anche attorno a me le domande 
di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto delle ge- 
neralità; chi aver spiegazioni di fotti determinati; ma 
i primi erano in maggior numero ; il che ben si com- 
prende, non essendo cosa facile il farsi un concetto 
vero dello stato di Milano durante le cinque giornate. 
Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni per- 
sona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo 
consentono i suoi mezzi, pensando che ogni comu- 
nicazione col di fuori sarà interrotta; ma una città come 
Milano che contava già allora intorno a duecento mila 
abitanti, che non era preparata, che aveva tante rela- 
zioni, sì estesi commerci, che contava sì gran numero 
di persone viventi del lavoro giornaliero; una città 
simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque giorni 
rimane totalmente segregata da ogni comunicazione 
col di fuori, cosa che da lunghi secoli non era avve- 
nuto, è naturale che abbia dovuto trovarsi in condi- 



CAPITOLO TREDICESIMO. 199 



zioni nuove e tali che danno luogo alla fantasia di al- 
manaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitu- 
dine? Chi vegliava alla sicurezza della città? Come si 
comportò il bel sesso, che non è chiamato a combat- 
tere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte 
questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi ven- 
nero fatte , e certo si fecero e si fanno ai contempo- 
ranei di quell'avvenimento, e sopratutto a coloro che 
in maggiore o minor grado furono anche attori. 

Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità, 
che del resto ben si possono qualificar di legittime, 
poiché tendono anch'esse a dare un'idea più esatta di 
quel grande avvenimento. 

Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo 
fare una dichiarazione, e prego il lettore ad averla pre- 
sente, ed è questa : che io non intendo stabilire con- 
cetti generali, né sostenere che quanto avvenne nei 
luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto 
in ogni altro, dappoiché potrei cadere in errori che 
ho evitato nella narrazione principale. Io seguo anche 
in questo la massima di narrare quanto avvenne sotto 
i miei occhi ; o, per meglio esprimermi, miro a de- 
durre da que' fatti le conseguenze che mi si presen- 
tarono le più ovvie, le più naturali; ma in un avve- 
nimento che si estese su d'una superficie così vasta, 
ove tante e sì diverse potevano essere le condizioni, 
è certo che altri ha potuto venire a conclusioni di- 
verse senza che vi debba essere contraddizione fra le 
altrui conclusioni e le mie nel senso che l'una escluda 
l'altra. 

Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno 



200 CAPITOLO TREDICESIMO. 



al mezzogiorno del 18 marzo, Milano si coprì di bar- 
ricate, poiché ogni idea d'una soluzione pacifica della 
gran quistione era completamente svanita. I Tedeschi 
chiusero le porte della città, che erano tutte in loro po- 
tere, e non permisero più a nessuno né di entrare, né 
di uscire. Nella notte dal 18 al 19, quantunque dilu- 
viasse, si continuò a costruire barricate; ma i Tede- 
schi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle 
che, fotte nella sera in luoghi molto larghi, non fu 
possibile il difendere, come avvenne precisamente al 
ponte del corso di Porta Orientale e nelle sue adia- 
cenze. Quasi tutte le barricate interne della città ri- 
masero però sino alla fine, ma è impossibile il preci- 
sarne il numero, anche per quel vero furore destatosi 
il 23 di far ancora barricate, dopo che n'era cessato 
il bisogno. Un piano non vi era né vi poteva essere; 
le barricate avevano questo di comune, che si aprivano 
in senso opposto l'ima dall'altra, sicché obbligavano 
ad andare a ^jg-^ag chi voleva percorrere una via qua- 
lunque sbarrata con barricate. Diverse erano pure le 
reciproche distanze che variavano dai io ai 20 e più 
metri; al che davano norma anche gli sbocchi delle 
vie laterali. Il materiale era fornito dal grosso mobilio 
di legno, da usci e porte, da panche di chiese, da car- 
rozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti vuoti, da 
travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi 
anche da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci 
e negli ultimi due giorni, sopratutto le barricate esposte, 
venivano rinforzate da veri argini di materiale del sel- 
ciato. 

Certo importerebbe conoscere anche il numero coni- 



CAPITOLO TREDICESIMO. 201 

plessivo; ma sarà sempre impossibile lo stabilirlo per 
la ragione che ho già accennato, non potendosi chia- 
mar barricate delle Cinque giornate, quelle fabbricate 
il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere 
una cifra per darne un'idea, io credo che superassero 
le due mila. Ma su tal numero, poche, in proporzione, 
furono quelle che videro veri combattimenti attivi. Quelle 
ove si sparse sangue, ove si morì, erano, come è na- 
turale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 1 8 
e 19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che 
chiudevano i corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese, 
ed altrove. La grandissima massa, erano barricate di 
precauzione, pel caso che, superate le prime, i Tede- 
schi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che 
ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile 
o per meglio dire, di allungare enormemente le vie 
di comunicazione. Per avanzare 100 metri conveniva 
farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva sug- 
gerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricor- 
darne una che certo venne praticata da molti ancora 
viventi. Una delle vie più frequentate da combattenti 
e da quanti loro prestavano aiuto, era quella del Monte 
Napoleone, poiché conduceva a casa Vidiserti ove era 
il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi 
si era stabilita la doppia corrente di quelli che ne por- 
tavano- e di quelli che andavano a prenderne; inoltre 
quella via conduceva, dopo* breve tratto, per quella di 
S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la 
sede del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via 
del Monte Napoleone eravi una barricata, se non erro-, 
poco lungi da casa Verri, che aveva, a circa un terzo 



202 CAPITOLO TREDICESIMO. 



e non più da quello stesso lato, una vettura (cittadina) 
che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta. 
Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transi- 
tarvi; dietro quello vennero altri; indi fu un diritta 
acquisito per tutti il passare. Non saprei dire le quante 
volte la traversai io pure, ma certo ben molte; la prima 
volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto ele- 
gante; ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi 
d'ogni genere di cose che costituivano le barricate, e 
a veder non pochi oggetti infranti e guasti, quel con- 
trapposto d'un passaggio per una bella vettura con se- 
dile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed 
ebbe senza più la mia piena approvazione, perchè la 
susseguente barricata, aprendosi dal medesimo lato, ne 
conseguiva un abbreviamento di cammino relativamente 
non piccolo. 

Quanto allo spavento e al timore del quale ha do- 
vuto esser compresa una parte almeno della popola- 
zione, dirò che era assai meno di quello che parrebbe 
quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi 
e straordinari che avvolgono tutti in un comune peri- 
colo, reagiscono in modo diverso sull'uomo, che i pe- 
ricoli individuali. Prevalse tosto una certa ebbrezza, un 
nobile esaltamento che più o meno invase tutti. Certo 
molti non uscirono di casa, ma non si può dire al- 
trettanto del maggior numero. I bottegai avevano la 
più gran parte le botteghe aperte; taluni di essi, come 
i venditori di commestibili, continuarono i loro spacci, 
e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I 
.salumai divennero i fornitori principali di tutti i com- 
battenti che non potevano più tornare alle case loro, 



CAPITOLO TREDICESIMO. 20$ 



perchè situate in quartieri occupati dai Tedeschi. Pane, 
salame, formaggio ed un bicchier di vino, fu il cibo di 
moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però dire 
che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi 
qualcosa di meglio e più conforme ai suoi cibi soliti; 
ma non ci si pensava, e, tanto meno a sedersi tran- 
quillamente ad un desco, ciò sarebbe parso un sciu- 
pamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, an- 
dato a casa Taverna per riferire qualcosa, trovai il pa- 
drone di casa, il compianto Carlo Taverna, rammen- 
tato più sopra : Ho un grande appetito, gli dissi, dammi 
qualcosa da mangiare. — Figurati, mi rispose l'ottimo 
amico, vieni con me, e mi condusse in una cucina a 
pian terreno , ove eravi un pentolone in cui bolliva 
una quantità ,di carne già tagliata a pezzi, e sopra d'una 
tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe lunghe. 
Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo in- 
forcato, ed un pezzo di pane in mano, stavano man- 
giando in piedi. Il padrone di casa prese una forchetta, 
andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei pezzi che 
comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frat- 
tanto un servitore era corso a cercar una sedia, un to- 
vagliuolo e che so io; ma io non volli, e preferii star 
anch'io in piedi a mangiarmi la mia carne con il mio 
pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello 
il mio pasto più lauto di que' giorni ; ma, sebbene avrei 
potuto averlo sempre, più non ricorsi alla cucina del- 
l'amico, perchè era divenuta cosa secondaria il pensare 
al cibo; ed anche perchè quel genere di vita strapaz- 
zata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per 
la fonie, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva. 



204 CAPITOLO TREDICESIMO. 

Del resto io credo che nessuno abbia sofferto di fame, 
e certo nessuno di quelli che erano provvisti di mezzi; 
agli altri deve aver supplito la generosità di quelli che 
ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia 
sempre provvista assai più che per cinque giorni. Man- 
cavano bensì alcuni oggetti speciali che giornalmente 
vengono importati dalle campagne, come la verdura, 
il latte e simili; ma sono inezie che non hanno in- 
fluenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di 
carne ha dovuto farsi sentire nei grandi stabilimenti, 
e specialmente negli ospedali; ma credo che in com- 
plesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo 
udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì fa- 
vorevolmente disposto che fuori di dubbio gli agiati 
cittadini si saranno condannati a qualche privazione, 
anziché permettere che mancasse il necessario agli am- 
malati. 

Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque 
giornate, può dirsi che fu affidata a tutti in genere, a 
nessuno in modo speciale, e fu piena, a quanto almeno 
io mi sappia. Anche questo potrebbe esser argomento 
cT uno studio psicologico non senza interesse. In una 
città di tanta popolazione che offre il giornaliero suo 
contingente di reati a danno delle persone e della pro- 
prietà, la polizia (uffici di pubblica sicurezza) era inte- 
ramente scomparsa ; le guardie di polizia oltremodo 
invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si 
erano gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose 
andavano male la passavano brutta; ma ad ogni modo 
non eravi forza alcuna organizzata e rivolta a quello 
scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di furti o 



CAriTOLO TREDICESIMO. 



violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi ; 
un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più 
grave, più esecrabile che in qualunque altro tempo. 
Solo convien fare un'eccezione rispetto ad un genere 
speciale di furti, quello delle armi. Io ho già accen- 
nato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste 
non tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle 
state tolte ai soldati tedeschi, le quali in realtà non erana 
proprietà di nessuno in modo speciale, ma dei primi 
arrivati. In alcuni casi si erano prese anche senza pe- 
ricolo, come quelle delle guardie di polizia, che si ar- 
resero; indi seguì una caccia generale alle armi, che 
si estese anche a quelle di legittima proprietà privata. 
Fui vittima anch' io di cotesta giurisprudenza speciale 
rispetto alle armi. Io aveva avuto nella giornata del 21 
un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere Ferranti. 
A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una 
stanza dì casa Taverna per prendere un po' di riposo, 
e non fidandomi di nessuno, mi coricai sul fucile stesso 
avviticchiandomi con un braccio ed una gamba attorno 
ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi che 
credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il 
tatto sta che quando mi destai il fucile era sparito, il 
che molto mi dolse , sopratutto perchè non era mio ; 
ma a fronte di quell'eccezione che trova nella natura 
stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo che 
fu un fatto degno di essere ben notato quello della 
sicurezza per le persone e per le proprietà che godette 
Milano durante le Cinque giornate. 

Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa 
eravi di vero nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti 



20Ó CAPITOLO TREDICESIMO. 

a far la rivoluzione. Per rispondere convien prima farsi 
un concetto esatto, e precisare che cosa s'intende per 
giovanetto, potendo esser più o meno vero il fatto se- 
condo l'estensione che si dà a quel termine. 

Volendo chiamar tali solo quelli che hanno -meno 
di 17 anni, perchè a tale età già si accettano soldati 
in molti paesi, e non si possono più chiamar giova- 
netti, io dirò che è vero il fatto ' che vi presero parte 
anche giovani di 15, di 14 e 13 anni; ma questo fatto 
non va esagerato, come sarebbe se si volesse far cre- 
dere che costituirono il nucleo delle forze insurrezio- 
nali. Che abbia dovuto far senso il veder combattere 
giovanetti di 13 e 14 anni è ben naturale; ma io posso 
dire, con tutta sicurezza, che vidi anche uomini coi 
capelli bianchi. Si può dire che vi ebbero parte tutte 
le età e tutti i ceti ; ma il vero nerbo, la lunga lotta 
perseverante, fu sostenuta dal fior della gioventù fra 
i 20 e 30 anni, e se aver si potesse una lista esatta 
dei morti colle armi alla mano, se ne deriverebbe la 
prova più sicura. Io ho visto parecchi morti e feriti, 
ma se dovessi accertare quanti di questi erano giova- 
netti, sarei imbarazzato; il che non vuol dire di certo 
che non ve n'ebbero, ma in località diverse da quelle 
nelle quali mi trovai io. Ora egli è un fatto che si 
possono ben dare individui fortunati che passano in- 
columi l'intera vita o lunghi periodi di essa, fra i pe- 
ricoli delle battaglie, ma non corpi interi. Io credo che 
vi siano stati non pochi soldati di Napoleone I, che 
hanno fatto tutte le sue campagne senza toccar mai 
una ferita, ma non vi ebbe certo una compagnia intera 
che potesse darsi questo vanto. Ora volendo dare nelle 



CAPITOLO TREDICESIMO. 2O7 

giornate di Milano la preponderanza ai giovanetti, con- 
verrebbe supporre che fossero in tal numero da formar 
almeno una compagnia, se anche non s'intenda che do- 
vessero esser uniti e combattere assieme; ma, ammesso 
pure che fossero sparpagliati su tutti i punti ove si com- 
battè, una perdita proporzionale in morti e feriti, avrebbe 
dovuto esservi. Si lasci anche in questo, che la verità 
sia qual'è, perchè coli' esagerarla si svisa e si guasta; 
ma vi sono persone che non l'accolgono se non a con- 
dizione che abbia un po' di belletto. 

Come si contenne ih generale il bel sesso? Ecco un'altra 
delle dimande che mi venne più volte diretta in questi 
od analoghi termini. 

Nelle donne vi era un esaltamento più spiccato an- 
cora che negli uomini, e dirò, un esaltamento sublime. 
Taccio delle terribili angoscie provate da moltissime 
che avevano mariti e figli impegnati nella lotta, non 
potendo parlare che di quelle colle quali per qualsiasi 
ragione venni a contatto o si mostrarono in pubblico. 
Era nelle donne un affannarsi per cercare di far qual- 
cosa anch'esse, per aiutare, per servire. Ho già men- 
zionato quella giovinetta che nella notte dal 21 al 22 
mi venne a chiamare a nome di quel proto ch'era stato 
ferito nell'affare del Genio; la poverina era tutta spa- 
ventata a veder quel sangue, aveva messo sottosopra 
la biancheria in quella stanza, voleva che le dicessi se 
la ferita era grave, se sarebbe guarito presto. Io la tran- 
quillai, dicendole, che grave non era, che poteva forse 
chiedere un po' di tempo a guarire, essendo questo un 
caso che si avvera nelle ferite al tallone, ma che non 
essendo medico, non poteva dir nulla di positivo. 



208 CAPITOLO TREDICESIMO. 



Io rammento d'aver visto pochi tripudii in mia vita 
così vivi ed animati come quello delle signore sui bal- 
coni della Corsia de' Servi nel tratto che percorsi da 
S. Pietro all'Orto al Duomo la mattina del 20, allor- 
ché si sparse la notizia che i Tedeschi avevano abban- 
donato la Polizia ed il Duomo. Tutti i balconi erano 
tappezzati di bandiere tricolori; dove pigliassero tanta 
stoffa ■ ed in un momento la trasformassero in tante 
bandiere, non saprei dire. 

Se chiedevasi qualcosa ad una bottegaia non vi la- 
sciava finire che si affrettava a servirvi. Un giorno, non 
rammento quale, ma negli ultimi, entro in un caffè, 
arso dalla sete e chieggo una limonata; mi vien fatta 
all'istante da una giovane ; la bevo e pongo sul tavola 
il denaro. Oh giusti mi risponde rifiutando. Non vi è 
che una persona famigliare col dialetto milanese che 
possa ben comprender la forza di quell'esclamazione 
Oh gitisi! perchè vi contribuisce anche il modo stesso 
col quale si pronuncia. Tradotta in altri termini, con 
frasi della lingua colta, equivarrebbe a dire: Ma le pare? 
Signore mi meraviglio! Non mi faccia questo torlo, pre- 
cisamente come se il non pagare fosse la cosa più na- 
turale. ' 

Signorina, dovetti dirle, se ella non mi permette di pa- 
care, mi toglie la libertà di entrare un'altra volta nella 
sua bottega. Allora si rassegnò ad essere pagata. 



" li iniiiii siti: nini iniiiiBiimiiiiiiEiii! 



CAPITOLO QUATTORDICESIMO 



Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli, 
delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo 
ausiliare polacco. — Narra un fatto avvenuto all'autore con un 
ciarlatano. — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Go- 
verno Provvisorio. 



Ho narrato fatti che, nel complesso, danno un'idea 
favorevole della rivoluzione e dello spirito che dominò 
durante la medesima, per quanto anche que' finti non 
possano rappresentare che una piccola parte di tutto 
quel meraviglioso avvenimento. 

Ho detto e ripetuto che colle verità si sparsero anche 
molte esagerazioni. 

Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di 
toccare anche questo argomento, dando qualche prova 
di tali esagerazioni ? Se dovessi consultar solo la mia 
convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere 
alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mo- 
strar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei 
rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un 

Ricordi, ecc. 14 



210 CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 

tema ingrato; ma io non considero la questione da 
questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto 
apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esage- 
razioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli, 
se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosa- 
mente ingranditi, potrei sembrare che venga a transa- 
zione col mio proposito. 

La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla 
vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni 
che non reggono al tempo, e solo deturpano la bel- 
lezza del fondo su cui si attaccano. 

Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lu- 
singhiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla 
verità. 

lo ho già fatto cenno della fisionomia che presentava 
Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione, 
quello che vide sorgere un sì gran numero di combat- 
tenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa 
vennero, come dissi, battezzati gli eroi della sesta gior- 
nata. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro 
gesta, poiché nei primi giorni immediati alla fine della 
rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi 
colse, e dopo fui mandato in missione lontana, si che 
passò una decina di giorni, senza che di loro più mi 
occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condan- 
nato ad udire le loro millanterie. 

Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non 
erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si 
erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli poli- 
tici, con un far da maestro, con pretese strane, incre- 
dibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia 



CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 211 

si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e 
premi, cominciando non pochi di loro a far propaganda 
repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi 
della sesta giornata, ed era quella di considerare la 
guerra come un accessorio, generosamente accordato al 
Piemonte, da ultimare ; essi non si degnavano di scen- 
dere a quel tema , ma stavano nelle alte sfere della 
forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo 
desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale 
si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la 
Lombardia ed il Piemonte. 

Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del 
popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza 
aggiungere la qualifica di eroico, capace di miracoli. 

Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente 
le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi 
soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma 
assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano 
sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un 
Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi 
però il primo la sua vita e quella de' suoi figli. 

Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che 
deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il 
più volgare buon senso non poteva a meno di trovar 
strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove 
si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a 
Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon 
senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che 
altrove, cosi più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma 
si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete 
cosa si rispondeva? Ah! non li volete, neh! perchè non 



212 CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 



sono Piemontesi! Non solo poi sì sostenne che veniva 
quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora. del suo in- 
gresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima 
dell'ora fissata , il largo e lunghissimo corso di Porta 
Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da 
nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo 
ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si 
dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al 
di qua di Melegnano ; arriverà certo; passa ancora del 
gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a 
perder la pazienza ; ma si diffonde la notizia che i Po- 
lacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio 
anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si 
vede un agitarsi, un movimento straordinario presso 
Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo 
ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si 
apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una 
decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro ber- 
retto nazionale, gridando a squarcia gola: Viva Milano! 
Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi! e simili esclamazioni. 

Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella 
giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano 
creduto alla storia del corpo ausiliare polacco. 

Non si voleva saperne di prendere la cosa sul serio; 
ciarlatani d'ogni genere facevano a chi più sapesse in- 
gannare il pubblico; a forza di chiamar tutti eroi, fini- 
rono col credere che lo fossero anche quelli che non 
erano usciti mai di casa. La parola Milano era stata so- 
stituita dalla frase : Città delle Cinque Giornate, alla quale 
nulla è impossibile; si spiegavano su per le piazze le 
teorie della guerra, e come il battere il nemico fosse, 



CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 21 3 

ben s'intende, la cosa la più facile; posso citare in pro- 
posito un aneddoto che garantisco, perchè riguarda un 
tatto che venne provocato da me. 

Io passava a caso nella via dei Tre Re C*) venendo da 
via Larga e dal Bottonuto. Dopo F albergo Reale, che 
già trovavasi in detta via, s'incontra, sulla destra, una 
chiesa, che chiamasi di S. Giovanni Laterano, ed avanti 
alla medesima havvi un piazzaletto irregolare; quel 
piazzaletto era pieno di gente che faceva cerchio attorno 
ad un individuo che declamava. Spinto dalla curiosità, 
mi avvicino anch'io per sentire cosa spiegava, ed era 
nientemeno che il modo col quale si fabbricano i can- 
noni; ne diceva delle stranissime, che tollerai in si- 
lenzio; ma, finalmente, venne fuori coll'asserzione che 
desso, purché avesse avuti i mezzi, poteva dare un can- 
none perfetto in ventiquattr'ore. A tanto ciarlatanismo 
non potei resistere, e quasi involontariamente esclamai: 
Che cosai All'udire quell'espressione, pronunciata anche 
in modo che tradiva l'indignazione, tutti si voltarono 
verso di me, ch'ero ancora all'estremo cerchio; ma uno 
de' presenti mi riconobbe; disse agli altri chi era, e 
subito si adoperò per farmi passare avanti, con quegli 
atti coi quali si vuole esprimere deferenza ; il ciarla- 
tano comprese a colpo d'occhio ch'io non era un qua- 
lunque, contro il quale si può aizzare il popolo, e, con 
una presenza di spirito, che credo debba essere conna- 
turale a chi esercita un tal mestiere, dovendo pur es- 
sere preparati a scene consimili, dopo l'interruzione 
cagionata dalla mia esclamazione, continuò imperterrita 



(0 Ora via Tre Alberghi. 



214 CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 



il suo discorso, aggiungendo all'ultima frase pronunciata 
del cannone perfetto, le parole: ben s' intende poi che si 
deve provvedere l'affusto ed altri accessori. Io risi di quel- 
l'aggiunta fatta con tanta disinvoltura, ed il pubblica 
se n'accorse benissimo, e rise esso pure. Io n'aveva già 
di troppo, e me n'andai pei fatti miei. 

Ma se i ciarlatani d'ogni genere facevano il male 
come uno, cominciò a farlo come cento una stampa la 
più sbrigliata che idear si possa. Io non saprei dire 
quanti giornali uscissero alla luce ; ne intendo parlarne 
singolarmente, ma si può asserire che facevano a gara 
per confondere ogni idea, per creare imbarazzi al go- 
verno, per far trionfare ognuno le sue idee ed i suoi 
uomini. E non stettero paghi a trattar quistioni d'or- 
dine pubblico ed attinenti alla politica, ma comincia- 
rono a tiranneggiare i cittadini, entrando nelle dome- 
stiche pareti, facendosi arbitri dell'onore, della riputa- 
zione e dell'onestà dei privati, per quanto questi fossero 
alieni dall'immischiarsi in cose pubbliche e non dessero 
motivo alcuno ai loro attacchi. Già nell'aprile comin- 
ciarono ad apparire le descrizioni de' combattimenti e 
dei fatti delle cinque giornate, talune scritte o per spe- 
culazione, essendo grandissima l'avidità di apprendere 
i particolari di questa rivoluzione, o per vanità, o per 
adulazione; quindi piene di favole, e di esagerazioni e 
di casi immaginari; e questi essendo frammisti ai veri, 
si può facilmente arguire come dovettero alterare ogni 
giusto criterio, e qual fede possono meritare. Si videro 
citate persone come attive e combattenti che non ave- 
vano mai posto il piede fuori della porta di casa; ma- 
gnificare atti di nesAina importanza, ed a seconda 



CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 



dello scopo dell'autore, inalzare o deprimere gli uni 
o gli altri; infine si arrivò al punto di asserire per- 
fino cose fisicamente impossibili ( l \ 



(i) Voglio dare una prova di questo, che relego però in una nota, non volendo 
allungare il testo con racconti polemici. 

La cito poi perchè altre vi potrebbero essere ugualmente concludenti, ma nessuna 
in grado maggiore ; ed oggi ancora, se mai qualcuno vorrà darsi questo pensiero, 
è sempre facile il verificare la cosa. 

Questa prova si riferisce precisamente al fatto della prima bandiera inalberata sul 
Duomo, che io vi recai, come ho spiegato, senza correre nessun pericolo. 

Eravi in Milano un ginevrino certo Dunant profumiere. Poco dopo la rivolu- 
zione, ei chiese al Governo Provvisorio la cittadinanza italiana, basandosi sopra 
quanto aveva fatto. Dopo aver enumerato una serie di titoh veri, poiché mi dissero 
che realmente si era prestato non poco, volle coronare 1' esposizione con un fatto 
clamoroso, ed asserì ch'egli aveva portato pel primo la bandiera tricolore sul Duomo, 
in me\\o alla mitraglia dell'inimico. 

Siccome però era impossibile il negare che pur qualche altro vi era stato prima 
di lui che aveva portato colà una bandiera, che fece il profumiere ? 

Asserì che quella era una bandiera bicolore (senza accennare quali fossero i due 
colori); dal che ne veniva che la sua, come bandiera tricolore, era la prima. Ma, 
per quanto stranissima dovesse sembrare quell' asserzione a fronte del fatto che la- 
bandiera da me collocata era stata tolta da una vera selva di bandiere tricolori, e 
consegnata alla presenza di un gran numero di testimoni e poi salutata da centinaia 
e centinaia, ed annunziata, per ultimo, come tale al pubblico da un ordine del 
giorno del Comitato di Guerra; non pertanto il fatto non era impossibile; ma let- 
teralmente impossibile e contro le leggi fisiche era la circostanza asserita dal Dunant 
di aver collocato colà la bandiera in me\\o alla mitraglia dell' inimico, il che poi 
costituiva in realtà il suo principal merito in quell'impresa. 

Io ho menzionato come i Tedeschi, nell'ultimo giorno, tirassero a mitraglia dal 
bastione di Porta Tosa verso lo stabilimento detto dei Mattiniti, ma ho aggiunto 
che la mitraglia non arrivava tampoco colla forza da rompere le grate che difen- 
dono i finestroni del primo piano. Or bene, fra tutte le località delle quali erano 
padroni i Tedeschi, quella era la più vicina al Duomo ; ma la distanza fra quel 
punto e il Duomo è almeno del quintuplo di quella che si percorre per arrivare dal 
detto bastione ai Mattimi t. Or si pensi se quella mitraglia, che al quinto della via 
era già innocua, poteva venir spinta sulla guglia del Duomo ; osservando inoltre 
che dal punto indicato i Tedeschi tiravano sullo stabilimento menzionato tenendo il 
cannone quasi orizzontale, laddove invece, per battere la guglia, avrebbero dovuto 
puntarlo sotto un angolo molto aperto, ossia tirare dal sotto in su, il che avrebbe 
moltiplicato ancora le difficoltà. 

A malgrado di tale fisica impossibilità, tale singolare asserzione si trova narrata 
in un libro, il cui titolo ben non rammento, ma credo sia quello De' fatti principali 



2l6 CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 



Nei maggio quel caos aveva già raggiunto un grado 
allarmante. Tema favorito dai declamatori era quello 
dell'inerzia dell'armata; come non prendeva le for- 
tezze, non dava battaglia; andavano innanzi e indietro 
da Milano al campo sollecitatori, perchè si operasse, 
precisamente come se il prender fortezze di primo or- 
dine fosse la cosa più facile; non mancavano poi i 
mestatori di mandare al campo tutti gli stampati che 
predicavano la repubblica e criticavano le operazioni 
dell'armata, e si osava perfino esprimere senza velo 
che sospettavasi della fede del Re; si faceva sentire 
die la guerra del popolo sarebbe stato l'unico scampo 
e la repubblica l'unico mezzo. 

Ma i mestatori ed arruffapopoli non si contentarono 
di ambire la gloria di educare le masse alle idee della 
libertà come essi Y intendevano, ma ne fecero istro- 
mento per i loro fini, e fra questi eravi nullameno che 
quello d'andar essi al potere a forza di dimostrazioni 
di piazza. 

Si riunivano da quindici a venti e si recavano sulla 
piazza di San Fedele, il cui lato che prospetta a mez- 
zogiorno è tutto costituito da una gran fronte del 



inventili nelle Cinque Giornate di Milano, o qualcosa di simile ; ma rammento iti modo 
preciso che vi è aggiunto che que' fatti sono convalidati da 200 e più testimoni. 
Tuttavolta, di que' 200 testimoni non havvene uno solo firmato, e davvero ci vo- 
leva un bel coraggio ad asserire d' aver visto il Dunant sulla guglia del Duomo, 
in me\\o alla, mitraglia. 

Un mio amico mi spedì al campo quella narrazione, perchè ridessi, dicendomi in 
quell'occasione ch'io l'orsa non conosceva una circostanza non spregevole nella storia 
della bandiera, ed era che la persona che l'aveva data a me dal balcone era una 
Isella signora per nome Introini, il che era stato a lui narrato da una persona che 
faceva i commenti sulla bandiera bicolore, trovata dal Dunant sul Duomo. 



CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 21/ 

grandioso fabbricato detto del Marino, l'attuale palazzo 
municipale e sede in allora del Governo provvisorio. 
Il piccolo nucleo veniva tosto ingrossato dai curiosi, 
e quando eravi tal numero di persone nella piazza, 
che già potesse dirsi di qualche rilevanza, i mestatori 
cominciavano a gridare : Fuori il Governo provvisorio : 
e se non si obbediva tosto, aumentavano il gridìo, e 
cominciavano a far baccano, con che attiravano nuovi 
curiosi; in nome del popolo si chiedevano notizie della 
guerra, e poi si esprimevano i desideri del popolo. 

Nei primi tempi si credette dal Governo provvisorio 
che, appagandosi, per quanto poteva farsi senza danno 
dell' andamento degli affari, quel desiderio, si acquie- 
tassero; ma avvenne l'opposto e, visto che pur otte- 
nevano or T una or l' altra cosa, cominciarono a im- 
porre la loro volontà in nome del popolo, e la famosa 
risoluzione di creare un esercito lombardo distinto dal 
piemontese anche per il colore dell' uniforme venne 
imposta od appoggiata, di certo, da una consimile di- 
mostrazione di piazza. Infine, un bel giorno, quegli 
arrutfapopoli deliberarono di fare il loro colpo di Stato. 
Il 29 maggio, un pugno di persone le più oscure ed 
ignote, capitanate da un mercante di cavalli, riunita, 
ne' soliti modi, una folla di popolo sulla piazza di 
San Fedele, e chiamato al balcone il Governo provvi- 
sorio, dichiararono che esso non godeva più la fiducia 
elei popolo, e doveva andarsene ; e spinsero Y impu- 
denza al punto di salire nel palazzo stesso e presen- 
tarsi alla folla con un foglio che conteneva i nomi 
dei futuri membri del nuovo Governo. Un atto di 
energia del presidente Casati pose fine a quella sfron- 



2l8 CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 



tata commedia che poteva convertirsi in tragedia, e, 
strappato di mano all'oratore quel foglio, lo fece in 
pezzi, in presenza di tutto il popolo, che applaudì. 

Ma quell'atto di energia, che pure ottenne lo scopo 
di mandar a vuoto l'insano tentativo, rimase un atto 
isolato; i mestatori non si diedero per vinti, e con- 
tinuarono a suscitare imbarazzi, con gran dolore di 
molti che vedevano qual triste piega prendeva la cosa 
pubblica. Sono sicuro che oggi ancora non si possono 
rammentare quelle scene senza sentirne ribrezzo. I 
superstiti, che videro i tempi presenti, hanno avuto 
largo risarcimento; ma quanti invece discesero nella 
tomba persuasi che l'Italia non si sarebbe mai liberata 
dai giogo straniero, e la libertà si sarebbe perduta in 
quelle scene di piazza! 

Per questo è utile il rammentare anche quei fatti 
e mostrare i pericoli del predominio della piazza, per- 
chè di mestatori ed arruffapopoli non vi sarà mai pe- 
nuria; ma un popolo libero conviene che trovi del pari 
e sempre cittadini che sappiano opporsi ai mestatori e 
mettersi dal lato della legge e voler che questa sola 
imperi. 

Ci vuole coraggio anche per questo, è vero.... ma 
se un popolo libero non sa trovarne, ha cessato di 
esser libero, e non farà che cambiare di schiavitù. 



! ; 



CAPITOLO QUINDICESIMO 



Dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in tutta la Lom- 
bardia nei primi due mesi — Esercito delle Alpi — La divi- 
sione lombarda e Luciano Manara — Combattimento di Goito 
dell'8 aprile — Entusiasmo generale — La leva — Nuova mis- 
sione nella Valtellina data dal Governo Provvisorio all'autore 
— Plebiscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad 
assoggettarsi a sacrifìci. 



Se ho dovuto rammentare fatti inarati ma che si 
collegano troppo cogli avvenimenti più felici di quella 
rivoluzione per essere passati completamente sotto si- 
lenzio, non voglio che il lettore rimanga sotto la trista 
impressione che quelli possono destare. 

Con maggior soddisfazione per me e pel lettore vo- 
glio dar un'idea dello spirito pubblico che dominò in 
Milano ed in Lombardia in que' primi tempi. 

I quindici anni di esperienza politica (0 che ha fatto 
l'Italia, dacché forma un solo regno, mi dispensano 
dal dimostrare come il grido di que' partiti non signi- 



(i) Riferibilmente al 1875. 



220 CAPITOLO QUINDICESIMO. 

Scasse punto che quello fosse l'opinione dominante e 
tanto meno che fosse rappresentata dalla stampa; e 
ciò rammento solo onde non si creda che siavi con- 
traddizione fra quanto ho narrato della confusione che 
i partiti seppero generare nel campo governativo e 
quanto io narrerò intorno allo spirito pubblico domi- 
nante, come ripeto, in Milano e nella Lombardia in 
quei primi tempi. 

Per precisar meglio il concetto dirò che chiamo primi 
tempi i due mesi che succedettero alla rivoluzione di 
Milano, l' aprile ed il maggio. Furono mesi di sublime 
entusiasmo, di dolci illusioni; viva ancora era la fede 
nel successo e facile il perdono per gli errori, tutto at- 
tribuendosi a tanti e si repentini mutamenti. L'ansia nel 
successo, la fede nella propria fortuna temperava i 
dubbii anche nelle persone che più freddamente con- 
templavano la cosa, e per qualche tempo in pubblico 
non ardivano di manifestarli. 

Dal 18 marzo, giorno che ebbe principio la rivolu- 
zione di Milano al 6 agosto, giorno dell'armistizio fra 
l'armata austriaca e piemontese, non corsero che quat- 
tro mesi e mezzo ; ma che non videro que' mesi rap- 
porto a tutto ciò che può risguardar l' esistenza d' un 
popolo ? Sono epoche che concentrano in sé gli effetti 
di anni, vere epoche storiche che meritano di essere 
studiate possibilmente senza passione, benché questo 
sia più facile ai posteri che ai contemporanei. 

Finita la lotta di Milano, il Governo provvisorio 
esordi con uno di que' atti che nel giudicarli non vo- 
gliono mai essere disgiunti dalle circostanze de' tempi 
e dallo stato di esaltamento degli animi d'allora. Creò 



CAPITOLO QUINDICESIMO. 221 



un esercito delle Alpi, cosa affatto diversa dall'esercito 
lombardo, del quale ho già fatto cenno. Non era, non 
poteva essere, né fu mai cosa seria, poiché all' in- 
fuori di ciò che si può fare firmando decreti di no- 
mine di ufficiali d' ogni grado, mancava di tutto, non 
esisteva nemmeno l'ombra d'un vero esercito; non 
fanteria, non cavalleria, non artiglieria per quanto pic- 
cole si vogliano ammettere le proporzioni. Aveva no- 
minato generale di quell'esercito Luciano Manara, uno 
fra quelli che più si erano distinti nelle cinque gior- 
nate. Egli abbandonò tosto Milano recandosi verso il 
lago di Garda; una moltitudine di gioventù, non sa- 
prei precisar quanta, ma credo intorno a quattromila;, 
lo seguì. Quali tentativi egli facesse per introdurre un 
po' di organizzazione io ignoro, certo si è che quel 
corpo non potè far cosa alcuna che avesse influenza 
sulle sorti della campagna; ma il Manara era giovine 
di senno e fu il primo a comprendere la falsa sua po- 
sizione e del suo corpo, ed in breve dell'esercito delle 
Alpi più non si parlò, si sciolse ed i suoi elementi 
si sparpagliarono entrando ne' diversi corpi de' volon- 
tari che si formarono, ed uno di questi venne ancora 
capitanato dal Manara, e credo sia stato dei pochi che 
pur conobbero qualche disciplina. Ma se l'esercito im- 
provvisato sulla carta ebbe in brevissimo tempo quella 
fine, non toglie che il contingente pei futuri soldati 
che aveva dato Milano non fosse buono, anzi ottimo. 
Fedele al suo capo, esso seppe resistere agli sragiona- 
menti di coloro che dopo i rovesci del luglio e del- 
l'agosto gridavano al tradimento ed alla necessaria 
guerra del popolo. Né a questo si fermò, ma quando 



CAPITOLO QUINDICESIMO. 



nel successivo inverno 1848-49 si riorganizzò in Pie- 
monte l'armata sarda sconnessa dai rovesci, si formò 
anche una divisione lombarda ove si fusero i corpi di 
volontari, e fra i nuovi battaglioni uno era comandato 
dal Manara che da generale era divenuto maggiore, e 
con lui altri suoi compagni già in alti gradi, furono 
ascritti quali come sottotenenti, quali come tenenti od 
al più capitani, ed io menziono in modo speciale que- 
sto fatto perchè torna a loro grande onore. Quasi tutti 
avevano combattuto nelle Cinque Giornate ; se anche 
dapprima vennero loro conferiti gradi elevati di troppo, 
un titolo almeno lo avevano, non pertanto accettarono 
la nuova più modesta posizione, perchè miravano an- 
zitutto allo scopo, e non perdettero la fede nelle sorti 
d'Italia dopo i rovesci del 1848, ed entrarono franca- 
mente nel corpo che ancora presentava le maggiori 
probabilità di lottare con successo, nell'esercito rego- 
lare del re Carlo Alberto. La divisione lombarda e con 
essa il battaglione di Manara era in linea di batta- 
glia al momento della riscossa nel marzo 1849 e piena 
d'entusiasmo. La condotta inesplicabile di Ramorino, 
che poi gli valse la fucilazione, tolse a quella la pos- 
sibilità di mostrare il suo valore. La missione di tute- 
lare l'onore della Lombardia anche nell'infausta giornata 
di Novara venne dalla sorte affidata al battaglione val- 
tellinese, capitanato da Enrico Guicciardi ch'era stato 
aggregato alla brigata Solaroli, (') che si trovava all'e- 
strema ala sinistra dell'esercito piemontese. Esso si di- 



(1) L'autore di questo scritto si trovò alla battaglia di Novara qual capo dello 
Stato Maggiore della suddetta brigata Solaroli con grado di Maggiore. 



CAPITOLO QUINDICESIMO. 22 5 

stinse; lasciò parecchi sul terreno, ebbe non pochi feruti, 
ma il re Vittorio Emanuele lo premiò ponendolo all'or- 
dine del giorno pel suo valore. Qual fosse la valentia 
dei componenti il battaglione Manara, lo provò dappoi 
quando molti di que' giovani sempre uniti ancora e co- 
stituenti il corpo che portava il nome del suo capo, com- 
batterono sotto le mura di Roma nell'aprile e nel giu- 
gno 1849, e molti vi trovarono la morte, insieme al 
valoroso loro capo. Spero non dispiacerà la breve di- 
gressione che ho fatto ed il fugace cenno alla memoria di 
Manara. Era anche personalmente in ottima relazione 
seco lui, ed avevamo fatto conoscenza, proprio in Roma, 
alcuni anni prima viaggiando entrambi per nostro diletto 
l' Italia, negli ultimi tempi del papato di Gregorio XVI. 

Ora ritornerò nll' argomento dello spirito pubblico 
dominante in Lombardia nei primi tempi dopo la ri- 
voluzione. 

Se gli eroi da caffè che avevano preso il posto di 
coloro che andarono a combattere; se i tanti mestatori 
piovuti da ogni parte riempivano l'aere delle loro gesta 
e dei loro progetti, e formavano la parte chiassosa, ben 
altrimenti più forte per numero era la classe de' citta- 
dini, che erano indipendenti, che nulla avevano da chie- 
dere al Governo, e che dal risultamene della felice 
lotta gioivano di gioia altrettanto pura quanto disinte- 
ressata. Non vi sono più i Tedeschi! era una espressione 
che si sentiva le centinaia, anzi le migliaia di volte 
al giorno e da ogni classe di persone, ed esprimeva 
un insieme impossibile a concepirsi dalla gioventù 
d'oggi. Quell'espressione voleva dire: Ma infine ora 
siamo qualche cosa anche noi — non saremo più dispre^- 



224 CAPITOLO QUINDICESIMO. 



%àik — Avremo anche noi degli uomini che potranno farsi 
valere. — Una prova V abbiamo data. — Non si potrà 
dire che non meritiamo la libertà. 

Certamente non si andava allora all'idea dell'unità 
d'Italia; l'affermarlo, non solo sarebbe esagerazione, ma 
la cosa la più opposta al vero, poiché la grande spe- 
ranza, la base del vagheggiato successo della guerra, 
stava nell'azione concorde di tutte le forze italiane, e le 
notizie allora che più esaltavano erano quelle che la 
Toscana, il Papa, il Re di Napoli, tutti si disponevano 
a mandar le loro forze alla guerra d'indipendenza; ora 
che in compenso si volesse allora cacciare i principi 
italiani, dai loro Stati, era pensiero assurdo; e quindi si 
era paghi dell'indipendenza, o, in altri termini, che 
l'Austria uscisse dall'Italia, poiché sebbene non impe- 
rasse direttamente che sul Regno Lombardo- Veneto, 
indirettamente signoreggiava tutta l'Italia. 

Ad aumentare l'entusiasmo di que' primi tempi ven- 
nero le nuove della battaglia di Goito dell'8 aprile. In 
realtà era stato ciò che si può chiamare un combatti- 
mento brillante; aveva dato luogo ad atti di presenza 
di spirito e di slancio, ma non si poteva attribuirgli le 
proporzioni di una battaglia, tuttavia si preferì battez- 
zarlo così e ritenerlo come preludio della prossima 
presa delle fortezze. 

Alle notizie che si potrebbero chiamar lombarde e 
che facevano tutte capo a Milano, ove neonati giornali 
d'ogni colore le foggiavano poi a modo loro perchè 
facessero colpo, vennero ad aggiungersi quelle del Ve- 
neto: Anche Venezia e libera^ si udì un bei mattino in 
quei primi giorni. I Tedeschi partirono senza impegnare 



CAPITOLO QUINDICESIMO. 22 5 



lotta, nulla soffri Venezia. I giorni memorabili del fa- 
talo mese di marzo furono precisamente i giorni 21 e 
22 marzo anche per essa. 

Tutto questo era avvenuto senza concerto alcuno di 
partito fra Milano e Venezia, ma sibbene perchè le me- 
desime cause avevano agito sull'una e sull'altra città, 
avevano elettrizzate le popolazioni. L'esultanza per 
queste notizie non si manifestò soltanto in atti di gioia, 
in sterili declamazioni, ma con fatti che dimostrarono 
la buona disposizione ad imporsi sacrifici. Per quanto 
l'avvenire si dipingesse roseo, e non difficile la cacciata 
dello straniero, il retto buon senso e precisamente coli 
dove non era stato offuscato da inattesi splendidi suc- 
cessi, suggeriva che si sarebbero richiesti molti sacri- 
fici di danaro e di uomini, e le offerte alle Casse pub- 
bliche, e quelle ai Comitati speciali furono numerosis- 
sime e nel complesso per somme ingenti; i piccoli centri 
gareggiavano coi grandi, la campagna colle città. Al- 
lorché nel maggio fu indetta la coscrizione nella Lom- 
bardia, in base alla legge austriaca, giacché non eravi 
tempo di cambiarla né motivo, fu un accorrere gene- 
rale della gioventù, e si ebbero dei casi/ e non pochi, 
di giovani desolati perchè non vennero ritenuti abili, 
e molti di quelli che furono favoriti dalla sorte estraendo 
numeri alti non raggiunti dalla leva, entrarono come 
volontari nei diversi corpi che andavano formandosi; 
infine non eravi sacrificio che la popolazione in quei 
primi tempi di slancio e di speranza non fosse pronta 
a fare, e questo è da dire di tutta la Lombardia, della 
quale posso parlare con maggior cognizione di causa, 
benché credo che lo stesso avvenisse anche nel Veneto. 

Ricordi, ecc. I 5 



22Ó CAPITOLO QUINDICESIMO. 



Nel maggio il Governo Provvisorio volle affidarmi 
una doppia missione in Valtellina, quella di promuovere 
l'organizzazione della Guardia Nazionale e quella di at- 
tivare le pratiche necessarie per la buona riuscita di un 
prestito nazionale per la guerra. Alle missioni pubbliche 
altra confidenziale erami stata affidata, quella di predi- 
sporre gli animi al plebiscito per la riunione al Pie- 
monte, se cioè dovesse farsi immediatamente od a guerra 
finita. Il Governo s'immaginava che gli sforzi che fa- 
cevano i fautori della repubblica trovassero un'eco nelle 
Provincie, e temeva non poco che il loro numero fosse 
di qualche entità, poiché convien sapere che unione im- 
mediata voleva dire fondersi col Piemonte e formare un 
sol regno sotto Carlo Alberto; differire la votazione a 
guerra finita, voleva dire preferir la repubblica. Quanto 
lilla missione della Guardia Nazionale non fu più difficile 
di quella della difesa dello Stelvio, poiché le popola- 
zioni erano disposte a tutto, facile del pari fu quella 
del prestito per la stessa ragione (0; quanto all'altra 
del plebiscito intorno alla quale aveva già assicurato 
il Governo che solamente minimo poteva essere il nu- 
mero dei dissidenti, venne singolarmente confermato 
dal fiuto, poiché il risultato di quella provincia /i* una 



(1) Doppia fu la via tenuta per raccogliere mezzi; l'una fu quella del prestito 
fruttifero (credo di 40 milioni) e l'altra quella delle oblazioni volontarie. Per queste 
eransi costituite Commissioni in tutte le provincie, e le offerte furono numerosissime 
Ja ogni classe; anelli, orecchini, crocettine d'oro, ma proprio di quelle colle quali 
sogliono ornarsi le ultime classi in città e in campagna ve n'era in tale quantità da 
attestare un linguaggio veramente d'oro, quanto l'entusiasmo fosse universale e pe- 
netrato in tutti gli strati sociali. Quanti di que' modesti ornamenti erano l'unica 
cosa preziosa di coloro che li offrivano ! Or bene, chi mai crederebbe che una gran 
parte ebbe miseranda fine? Tutte quelle offerte facevano capo a Milano ove appositi 



CAPITOLO QUINDICESIMO. 227 

votazione unanime per l'immediata annessione, ^ il che 
provò che quando le questioni sono semplici ed il pub- 
blico è veramente libero ne' suoi giudizi, il buon senso 
trionfo. La Lombardia intera poi non diede che circa 
l'uno per cento di dissidenti, ossia per citar cifre esatte, 
l'unione immediata venne pronunciata da 560,000 voti, 
contro 681. Fu il primo voto solenne di nove voti o 
plebisciti ( 2 ) che dovevano succedersi dal maggio 1848 
all'ottobre 1870, da quello pubblicato a Milano e no- 
tificato a Garda (3) l'8 giugno detto anno al re Carlo 



incaricati le ricevevano e pubblicavano i relativi elenchi, che sarebbero oggi ancora 
documenti preziosissimi, testimoni parlanti dello spirito pubblico di allora. Quando 
sopravvennero i nostri rovesci fu tale la confusione delle menti di quegli incaricati 
o di quelle persone qualunque alle quali in quell' epoca erano stati affidati quegli 
oggetti preziosi che non seppero porli in salvo, benché dalla disfatta di Custoza (2$ 
luglio) all'ingresso de' Tedeschi in Milano (6 agosto) decorressero ben 11 giorni. 
Non conosco i particolari di quel fatto, ma certo si è che caddero in mano dei Te- 
deschi , ed ecco come io lo seppi. Mia moglie aveva offerto anch'essa una catena 
d'oro; l'astuccio entro il quale veniva conservata, portava esternamente impresso il 
suo nome e cognome scritto per esteso. Verso la fine d'agosto trovandomi nell'emi- 
grazione, mi viene fatta l'offerta di riscattare la collana allo stesso prezzo ch'era 
stata acquistata all'asta tenuta dai Tedeschi in Piazza Castello, lo non sapeva con- 
cepire quella strana provenienza, ignorando il fatto che una massa ingente di quegli 
oggetti era divenuta preda dei Tedeschi. L'acquisitore evidentemente si informò chi 
era quella signora, ed ebbe la delicatezza di offrirmi il riscatto allo stesso prezzo: 
ma tale era allora l'incertezza dell'avvenire che non volli riscattarla, benché il prezzo 
fosse vantaggioso. Questo fatto mi provò che anche in quella classe che fornì gli 
acquisitori di quegli oggetti , ed era di quella che non badava più che tanto alla 
provenienza, vi ebbero lodevoli eccezioni. Pei buoni cittadini ha dovuto essere uno 
spettacolo doppiamente doloroso quell'asta, di catene d'oro, di orologi, di anelli, 
spilloni e gioielli d'ogni forma e gradazione tenuta su diversi banchini in Piazza 
Castello. 

(1) Compreso il voto del noto Maurizio Quadrio ch'era di Valtellina. 

(2) Ecco la serie: Lombardia, giugno 1848; Toscana, marzo 1860; Emilia, marzo 
1860; Provincie napoletane, ottobre 1860; Sicilia, ottobre 1860; Marche, novem- 
bre 1860; Umbria, novembre 1860; Venezia e Mantova, ottobre 1866; Roma e pro- 
vincie romane, ottobre 1870. 

(3) Carlo Alberto era avviato coll'armata a Rivoli ove credeva dar battaglia agli 
Austriaci, ma si ritirarono. — Nel luglio successivo ci attaccarono però essi i primi 
in quel medesimo punto e fummo obbligati noi a ritirarci. 



228 CAPITOLO QUINDICESIMO-! 

Alberto, a quello delle provincie romane ch'ebbe luogo 
il 2 ottobre 1870 ed in seguito al quale con decreto 
del 9 dello stesso mese, il re Vittorio Emanuele II 
dichiarava annesse quelle provincie all'Italia con che 
si compiva la sua unità. Le due date distano 22 anni 
l'ima dall'altra, spazio favolosamente breve nella vita 
di un popolo che passa per tante vicende, come passò 
l'Italia in quel periodo, ma lungo nella vita d'un 
uomo sì che molti, ma molti, non videro che gli anni 
infelici, mentre non pochi fra loro contribuirono, ed 
anche in grado notevole, alla finale riuscita. 

Verso la metà di maggio era già di ritorno anche 
da quella seconda missione, e qui siami permesso l'ag- 
giungere una circostanza che non è da riferirsi a me 
solo, ma a molti, e la posso chiamar caratteristica dei 
tempi. Per quelle missioni né ebbi, né cercai giammai 
rimborsi di spese dal Governo; chiunque era in grado 
di sopportar le spese, lo faceva, senza dar carico alla 
cassa dello Stato; primo a dar l'esempio fu lo stesso 
Governo Provvisorio, come già accennai. In mezzo al- 
l'entusiasmo ed alla disposizione generale sarebbe parso 
un'offesa il predicare agli altri i sacrifici e non farne 
essi stessi, e taluni sostennero missioni costose ma coi 
mezzi propri. 






CAPITOLO SEDICESIMO 



L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle 
due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al campo 
ed entra nelP esercito sardo — Descrizione intorno alla parte 
presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed in- 
fluenza esercitata da Pio IX. 



Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca 
delle illusioni per coloro almeno che conservavano tanta 
calma da giudicare gli avvenimenti senza prevenzione. 

La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pre- 
tesa facilità di prendere le fortezze poteva ben cam- 
biarsi in una difficoltà assai maggiore di quanto si cre- 
deva; i giovani volontari al campo cominciarono a spedir 
relazioni sulla dura vita del soldato, e gli ospedali a 
riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto 
vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente 
abbruciato, i corpi de' volontari, sfasciati per indisci- 
plina, erano stati richiamati ai centri e ricomposti. A Na- 
poli il re Borbone aveva fatto il suo colpo di Stato 



2;0 CAPITOLO SEDICESIMO. 



il 1 5 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua 
lealtà, e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe 
di retrocedere ; il Papa, senza sopprimere la costituzione, 
aveva ritirato esso pure le sue truppe ; dall'altra parte 
notizie sicure dalla Germania annunciavano l'invio di 
grosse forze dell'Austria ; l'orizzonte infine s'annuvolava 
d'ogni parte. 

Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io de- 
terminai di andare al campo ed entrare nell' esercito 
non avendo fede che in corpi regolari, ma dovetti dif- 
ferire di alcuni giorni perchè faceva parte d'una Com- 
missione per un progetto di legge elettorale che aveva 
a suo capo il conte Porro, già membro del Governo 
Provvisorio. Si era detto che doveva durar poco; ma 
io cominciai allora ad imparare cosa sono i partiti po- 
litici e le piccole furberie. In quella Commissione che 
si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in mi- 
noranza sì, ma ben pronunciato; esso trascinò la di- 
scussione in lungo non solo, ma quando si venne fi- 
nalmente alla conclusione, non so per qual fine suo 
proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la re- 
lazione, talché io avendo perduta la pazienza, piantai 
relatore e Commissione, ed ai primi di giugno andai 
al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio gra- 
tuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come 
tale al 5 Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato 
Maggiore Generale sotto l'immediata dipendenza del ge- 
nerale Salasco. Il quartier generale era allora a Valleggio 
e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio amico il 
conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il 
conte Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, 



CAPITOLO SEDICESIMO. 23 I 



tutti milanesi, non che il signor Marco Minghetti , 
bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi quali tutti 
strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva pro- 
mosso a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia 
perdonato questo breve cenno tutto personale, ma serva 
per provare che predicando agli altri che l'Italia stava 
allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella mas- 
sima; se cause da me indipendenti non mi permisero 
d' attuarla prima, fui però in tempo di prender parte 
ai più serii eventi della guerra, nei cui particolari non 
intendo però di entrare. Farò invece un passo addietro, 
ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi 
l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune 
considerazioni intorno a due fra le principali ragioni 
che vi contribuirono, delle quali ho bensì già fatto un 
cenno, di fuga, ma meritano essere conosciute più dav- 
vicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed a 
Pio IX. 

Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni (*) dif- 
ficilmente si possono comprender bene ed anche giu- 
dicare a seconda del merito, sta forse in prima linea 
quello dell'influenza di Pio IX e del clero. 

Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto 
posso garantire, io non m'occuperò che del clero lom- 
bardo, benché creda che la gran parte di quanto nar- 
rerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia. 

La sua influenza fu grande, e tale che, se non esi- 
stessero ancora testimoni a decine di migliaia, iti ogni 
classe di persone, difficilmente lo si crederebbe da chi 



(;) Nel 1883 dovrebbe dirsi 35. 



CAPITOLO SEDICESIMO. 



dovesse apprendere soltanto dagli scrittori di storia la 
narrazione di fatti, de' quali non potesse più avvalo- 
rarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare 
di far cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa 
ingiusta, un errore storico dei più imperdonabili. Per 
quanto modesto sia il carattere di questo scritto, e si 
debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la sua 
base caratteristica rimane sempre la verità, e questa 
sarebbe lesa se tacessi di una delle cause più influenti 
dei fotti che narrai. 

Queste premesse sono indispensabili non per i con- 
temporanei degli avvenimenti, ma per la gioventù che 
crebbe dopo, e che, trovandosi educata in un'atmo- 
sfera affatto diversa, dura fatica a farsi un concetto 
netto di que' tempi sotto tale rapporto. 

Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si 
proverà a studiare la storia dello svolgimento dell'idea 
dell'indipendenza nazionale italiana, troverà un punto 
capitale che si presenta da sé quale principio d'un pe- 
riodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo 
punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale 
di Pio IX. Esso comincia a metà giugno 1846, trova 
ii suo apogeo verso la fine del successivo 1847, de- 
clina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la prima 
metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi, 
e come tali agiscono ancora durante le celebri Gior- 
nate di Milano. 

Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita, 
uomo non senza meriti , ma vero tipo d'un pontefice 
quale lo svolgimento di tutta la storia del papato aveva 
costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano 



CAPITOLO SEDICESIMO. 233 

temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in 
materia politica più ancora che in materia religiosa, 
diffidente de 5 principi italiani , ed anche dell'Austria, 
ma costretto a riconoscerla come il principal sostegno 
del suo trono. 

L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli 
Stati Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nem- 
meno la possibilità che un Papa potesse essere diverso 
da quel tipo, sì perfettamente rappresentato da Gre- 
gorio XVI. 

L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò 
sempre il Papa principe temporale qual suo nemico; 
coloro stessi che in piena buona fede credevano che 
la condizione di essere sovrano indipendente fosse ne- 
cessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non 
si dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che 
doveva generare l'inevitabile lotta fra l'interesse nazio- 
nale e l'interesse del capo della Chiesa. Quasi contem- 
poraneamente alla nuova dell'elevazione al trono del 
nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti li- 
berali; indi a poco arriva Tatto dell'amnistia così lata, 
così ampia, senza restrizioni. L'effetto è indescrivibile, 
non già solo in Italia, ma in tutta Europa, anzi in tutto 
l'orbe civilizzato. Pochi documenti furono riprodotti così 
prontamente da tutti gli organi della pubblicità come 
quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza 
e per la forma, che fece l'effetto di un vero avveni- 
mento, del quale tutti si occupavano, nelle città e nei 
villaggi, in pubblico ed in privato. Notizie venute da 
Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo ge- 
nerale per quanto già si era filtro, ma annunciavano 



234 CAPITOLO SEDICESIMO. 



riforme in senso liberale, e l'inaugurazione netta e 
franca di una politica italiana, ossia d'una politica ten- 
dente a procurarle la sua indipendenza; allora l'entu- 
siasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno. 
Pio IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'eman- 
cipazione nazionale; il perno, il centro il più natural- 
mente indicato per la spinta morale verso quella seco- 
lare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un Papa 
liberale ! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti 
scrittori e pensatori antichi e moderni; ma nulla im- 
portava che venissero presi in fallo; l'effetto era tanta 
maggiore anche per questo; che importava mai che 
quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essen- 
ziale si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuta 
tanto naturale quanto inevitabile, non esisteva più; e 
la teoria, benché appoggiata sino allora dal fatto, ve- 
niva distrutta da un altro fatto più recente, che doveva 
essere principio di un periodo opposto, convertendosi 
in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo. 
Sia pure il primo Papa liberale, che si pone a capa 
della falange degli aspiranti all'indipendenza nazionale, 
non è per questo meno potente, meno vero o meno 
decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la 
meglio organizzata che si conosca e con una disciplina 
secolare, le cui ramificazioni s'intrecciano con tutta la 
società, dalle classi alte alle infime; i suoi ministri 
sono ricevuti nei palazzi e nei tuguri, sono ascoltati 
dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui e 
sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un eser- 
cito la cui potenza morale è sempre grande, ed in quel- 
l'epoca era sconfinata. 



CAPITOLO SEDICESIMO. 2$$, 



L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre tro- 
vato fautori nel clero lombardo, ma la speciale mis- 
sione del clero, la certezza che il capo visibile della 
Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica, fa- 
ceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad 
ogni azione; ma, dacché si annunciò essere liberale il 
Papa stesso, cadde la ragione del ritegno, ed il clero 
si fece caldo sostenitore dell'idea dell'indipendenza ita- 
liana, e fu pel suo mezzo eh' essa divenne popolare 
anche nelle campagne. Già un gran passo era stato 
fatto in quel senso da scrittori che, condannando gli 
insani tentativi delle cospirazioni, avevano accennato 
alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello scopo, 
cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano 
dare i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e so- 
stanze; il che non si ottiene che con una convinzione 
profonda, che conviene prima saper generare. I molti 
scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza velo, 
avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già al- 
largato il numero non solo dei credenti nell'avvenire 
d'Italia, ma anche di quelli che sarebbero stati pronti 
ai sacrifici; nullameno, per quanto fosse grande questo 
numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto 
l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a dif- 
fondere e commentare la possibilità d'una patria libera 
ed indipendente. L'idea, già per sé generosa e sedu- 
cente, non più contrastata, ma all'opposto favorita dal 
clero, penetrò letteralmente in tutti gli strati della so- 
cietà; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevita- 
bile conflitto coll'Austria. E si accettava anche l' idea 
della guerra, e le probabilità di vincerla si deducevano 



236 CAPITOLO SEDICESIMO. 



da quella concordia universale che si manifestava. A 
prezzo di grandi sacrifici già si vedeva l'Italia padrona 
di sé, fare il suo cammino senza lotta fra lo Stato e 
la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a 
dire quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero 
di coloro che avevano fede nei destini del paese e to- 
gliendo ostacoli in seno alle famiglie, ravvicinando gio- 
vani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale, 
alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero 
andavano d'accordo, ma dissentivano intorno alla que- 
stione del potere temporale del Papa; questione che 
veniva naturalmente ad eliminarsi, dacché il Papa stesso 
si faceva campione dell'indipendenza nazionale. 

Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne 
viddero i prodromi nelle misure che il Governo au- 
striaco andava prendendo rapporto alla nuova attitu- 
dine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento, 
meno che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase 
stranamente sconcertato. Egli comprese perfettamente 
<:he non si poteva fondare unicamente sul numero dei 
soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad 
un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte 
segrete; epperò decise di combatterlo. Cominciò colle 
ammonizioni ai parroci, col far sorvegliare e quasi sin- 
dacare le prediche; ma riusciva al risultato opposto, 
poiché un parroco ammonito diveniva subito oggetto 
di simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità 
governativa, ultima nella gerarchia degli stipendiati, e 
che si trovava all' immediato contatto delle popolazioni, 
era il commissario distrettuale. Oltre le attribuzioni 
amministrative, aveva quelle della polizia propriamente 



CAPITOLO SEDICESIMO. 237 



detta, la quale allora si divideva in due distinte cate- 
gorie: la polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica 
sicurezza odierno e la polizia politica. Rapportò alla 
prima, le condizioni fatte da una- sequela d'anni di go- 
verno forte erano buone, e per questo quelle autorità 
avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni^ 
certo nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bi- 
sogno in cui si trovò il governo, allorché dovette com- 
battere anche il clero, la parte politica prevalse. 

Si fu a que' commissari che venne ingiunta la sor- 
veglianza sul clero, sopratutto nelle campagne, ma l'ef- 
fetto ne fu che i commissari, già poco benevisi, cad- 
dero ancor più basso, e vennero riguardati come gli 
stromenti i più ciechi del governo; facilmente nac- 
quero quindi le lotte fra essi ed i parroci e. le auto- 
rità comunali, che, per essere gratuite, una certa indi- 
pendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano 
piccole, se vuoisi, prese una per una, e sovente la loro 
conoscenza non varcava i modesti confini del Comune ; 
ma suppliva il numero; era il fermento che si faceva 
generale; dalle città veniva l'intonazione; colà il gran 
chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta 
superficie. 

Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la 
Lombardia, che sorse il 1848. 

Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro 
alle difficoltà colle quali doveva lottare il Papa, si 
erano già accorti che non era né poteva essere quel 
tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione pubblica 
dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato 
che lo si voleva spingere oltre il limite al quale ere- 



CAPITOLO SEDICESIMO. 



deva poter andare ; ma nelle moltitudini nulla di que- 
sto era ancora trapelato; e siccome poi anche fatte 
quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e man- 
tenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso 
fra Pio IX ed i suoi antecessori, così grandissima era 
sempre la sua autorità e la sua influenza, al princi- 
piare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti i giorni 
di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entu- 
siasmo colle università e coi licei, e molti chierici 
cambiar carriera e prendere il fucile. Il clero già vin- 
colato, fermo al suo posto, porse tutto l'aiuto che po- 
teva dare moralmente ed anche con sacrifici materiali; 
vi ebbero esempì generosi, e non pochi; e può dirsi, 
senza esitanza, che il più gran numero fece il suo do- 
vere; ed io richiamo quei meriti, anzitutto perchè è 
un fatto, una verità, ma poi perchè non diviene mai 
tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi 
nei quali è dimenticata o contrastata. 

PAPA PIO IX. 

Io non so se avverrà che si trovi lo storico che sa- 
prà tramandare ai posteri il ritratto morale di Pio IX. 
Ne dubito molto, e sicuramente sarà impresa difficile. 
I fatti ai quali si mescola la passione, sono sempre i 
più difficili ad accertarsi nella loro vera natura. L'en- 
tusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che 
alterano le proporzioni; rapporto a pochi uomini si 
passò dall'uno all'altro eccesso, come rapporto a Pio IX. 
Per quanto grande fosse l'entusiasmo in Lombardia nei 
primi anni del suo papato, credo che fosse superato da 



CAPITOLO SEDICESIMO. 239 

quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel 
tempo. Più ancora di quelle testimonianze valgono quelle 
dei contemporanei sempre viventi; e questi narrano che 
nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe descri- 
vere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel 
giugno 1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, in- 
vocò la benedizione di Dio sull'Italia. La vasta piazza 
era piena stipata di popolo d'ogni ceto e d'ogni età. 

La preghiera era sincera e venne esaudita. 

Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si pre- 
sentava Vittorio Emanuele II, la personificazione del- 
l'unità ed indipendenza italiana; i frenetici applausi 
dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo re 
d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la pas- 
sione, di questo grande periodo storico che riunisce il 
1846 al 1870, vi ebbe il Pontefice stesso; la benedi- 
zione si sarebbe rivolta contro di lui nel concetto di 
coloro che danno anche alla Provvidenza le passioni 
umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del 
poter temporale si possa paragonare ad un castigo. 
Verrà forse un giorno in cui si troverà che fu il più 
grande beneficio per la religione ; ed è in questo senso 
che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sin- 
cera preghiera di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia 
e della religione. Egli è però certo che quelle due 
estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono avveni- 
menti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diven- 
tano nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la re- 
ligione vien chiamata in aiuto a fini temporali, quando 
questi sono più contrastati e quella più fiaccata; si 
confondono le idee; più non regna che la passione; 



240 CAPITOLO SEDICESIMO. 



ed, in mezzo a tanto caos, 1' impresa nazionale fa il 
suo cammino, giovandosi della virtù e degli errori del 
grande protagonista, del quale si vorrebbero ora met- 
tere in evidenza solo gli errori, negando i meriti. Sa- 
rebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli 
Italiani? Se fosse possibile imporre silenzio alle pas- 
sioni, io direi che non vi è indulgenza che basti per 
giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a lui deve 
T Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un lin- 
guaggio che sente la passione, potrebbe chiedere taluno? 

Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova 
ci tengo, e ci devo tenere, perchè almeno presso quei 
pochi che mi leggeranno vorrei pure trovar credenza 
non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma 
basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto 
siano modesti ed individuali, portano alla conseguenza 
che merita la fede invocata. 

Io ho già fatto cenno come, non contento di rin- 
chiudere in me le aspirazioni per l'indipendenza d'Ita- 
lia, mi facessi a propugnare quelle idee anche con 
scritti; il mio punto di partenza era quello: che l'Ita- 
lia doveva redimersi da sL Partendo da simile base, 
era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già 
un' impresa arrischiata il combattere la potentissima 
Austria colle forze unite delle quali potevano disporre 
i sovrani del Piemonte, della Toscana e delle Due Si- 
cilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente 
si fosse accesa una guerra civile ; cosa inevitabile se 
si fosse voluto sacrificare due di essi al terzo. D'al- 
tronde, dicevo allora, l'Italia non solo ha bisogno di 
costituirsi, rna di sorger forte e che abbia confidenza 



CAPITOLO SEDICESIMO. 24 1 



ih sé stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle 
altre nazioni. 

Ma per arrivare a questo è indispensabile che la 
propria redenzione le venga, anzitutto, da sé stessa, 
e non da stranieri; è dessa che deve versare il suo 
sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde, ove tro- 
verà gli uomini per governare se mancheranno le oc- 
casioni per svilupparli, per porre in evidenza le sue 
attitudini militari e politiche? Chi crederà alla solidità 
di un ordine creato non dalla forza degli Italiani, ma 
dagli stranieri? Non è egli ovvio che si dubiterà che 
possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza pro- 
pria? Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta 
non avrebbe preferito un' Italia una ! Ma come era pos- 
sibile il farla senza che nessuno l'aiutasse? La que- 
stione non era teoretica e di aspirazioni più o meno 
generose, ma pratica; era la questione che decider si 
doveva a cannoni e baionette sui campi di battaglia; 
e per l'Italia la sua prima, la sua questione vitale non 
era quella dell'unità, sibbene quella dell'indipendenza 
da ogni dominazione straniera. Si è su quel tema che 
conveniva portar allora l'attenzione della nazione e cal- 
colare le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi; 
ed, a mio avviso, lo poteva in determinate condizioni, 
e lo doveva fare. 

Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza, 
purché questa fosse tutta opera nostra. Ero nemico di- 
chiarato d'ogni intervento straniero. 

Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare 
in rivista gli ostacoli da vincere, potentissimo, per 
l'influenza morale mi pareva ch'esser dovesse quello 

Ricordi, ecc. 16 



242 CAPITOLO SEDICESIMO. 



della guerra al principio del poter temporale del Papa ; 
ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano 
divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo, 
che i posteri apprezzeranno più assai dei contempora- 
nei, non sapevano concepire quella separazione senza 
grande perturbazione nelle coscienze, e quindi con una 
pericolosa reazione anche sulla questione politica del- 
l'Italia. A me pareva diversamente; ma il giudicare in 
quel modo prima che salisse al trono Pio IX, era cosa 
di ben piccolo merito, dacché può dirsi che fosse l'opi- 
nione dominante; ed io scriveva precisamente correndo 
l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI. 

Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, per- 
chè in questo caso la data costituisce il perno della 
questione. La condotta di Pio IX durante il primo 
anno rovesciò quella credenza generale; capovolse, colla 
persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal 
modo che, non solo non si trovò più nel 1846-47 chi 
sorgesse a predicare contro il potere temporale del 
Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le con- 
versioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed 
i consigli al datore della libertà, al primo italiano. Il 
Gioberti, persona di tanta autorità, aveva sognato un 
Papa paciere universale. Pio IX parve la realizzazione 
di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi ri- 
manere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo 
Papa è facile il concepirlo. Un Papa liberale ! I fatti, 
che si svolgevano sotto i miei occhi, non ammette- 
vano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non 
avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale 
a quello ch'egli produsse nel corso di pochi mesi; è 



CAPITOLO SEDICESIMO. 243 

vero che quelli prepararono il terreno, ma quell' im- 
pulso da lui dato fu di così strana efficacia, che, nel- 
l 5 effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella 
dottrina dell' incompatibilità del potere temporale del 
Papa colla libertà ed indipendenza d'Italia, mi chiesi 
allora ? 

Per una combinazione, i cui particolari risparmio al 
lettore, il mio libro, eh' era stato stampato lontano, 
fuori d'Italia, non comparve che quando già dominava 
l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il tempo 
di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di 
coscienza su quella professione di fede, non arrivai a 
persuadermi della possibilità che la libertà d'Italia fosse 
compatibile col dominio temporale del Papa. Pio IX 
tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale im- 
presa, od è obbligato a cambiar via. 

Contento che la data provasse che io non scriveva 
per oppormi alla corrente, la quale, naturalmente, non 
si lasciò punto commuovere dall'avviso opposto di uno 
scrittore che non poteva battezzare nemmeno col suo 
nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di 
Pio IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo, 
già fatto segno alle ire de' più grandi nostri nemici, 
s'incamminasse su d'una via cotanto difficile per amore 
dell'Italia. Un Papa liberale voleva dire, nell'opinione 
dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è con- 
siderato come un usufruttuario d'un potere non suo; 
gli aspiranti alla successione lo considereranno come 
un depositario infedele. Tutto quel secolare compli- 
cato edilizio che si chiama il potere temporale del 
Papa è basato. sul principio d'uno sconfinato assolu- 



244 CAPITOLO SEDICESIMO. 



tismo, così lo prova la storia; e che in egual modo 
lo giudicassero quanti avversavano la causa italiana, 
lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorché 
viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma, 
un termometro per un italiano, e nessuno più di me 
fu contento d'aver torto, poiché, per quanto fossi con- 
vinto che queir individuo non poteva seguitare, non 
ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse 
infallibile. Ora quegli anni sono ben lontani, e come 
Pio IX cambiasse è a tutti noto; non poche furono 
le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli Ita- 
liani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori ? 
Lasciate che io commetta un anacronismo, se volete, 
ma io non voglio separarmi dal Pio IX del 1847. 

Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nel- 
l'epoca del suo grand' auge non trovavano abbastanza 
termini per inalzarlo; più tardi non ve n'erano che ba- 
stassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla sanno 
perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed 
i cui errori tornarono egualmente utili all'Italia. 

Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime, 
e dico che divide gli errori coi tristi suoi consiglieri. 
Che lo straniero nulla voglia perdonare a Pio IX lo 
si comprende, benché l'atteggiarsi di taluni, come se 
fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando), 
sia esso pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno 
l'obbligo di giudicarlo diversamente dagli stranieri; essi 
non hanno diritto di ripudiare i primi anni e sottrarre 
dalla storia gli effetti di queir eccitamento che diede 
alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori 
che nella difficilissima via ha commesso. 



CAPITOLO SEDICESIMO. 245 

Nessuno fu meno sorpreso di me nel vederlo soccom- 
bere, ma pochi del pari sentono tanto ribrezzo dei 
codardi insulti, e giova sperare che, quando saranno 
spariti tutti coloro che vogliono far dimenticare gli 
eccessi antichi coi nuovi, si sarà più giusti anche con 
Pio IX; e voi, storici lontani, se mai la mia voce 
giungerà fino a voi, lasciate che ripeta: che gli Ita- 
liani devono essere ben indulgenti nel giudicare Pio IX . 



.::. . ■ . ■ i:ì . ;.;•;■;■■ ; .: ', 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 



Conclusione — L'autore entra in alcuni particolari intorno al- 
l' andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il rimedio 
-debba venire da una maggiore attività da parte dei cittadini 
indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita l'esempio 
dei grandi uomini che contava Milano nella fine del secolo 
passato — Tocca delle grandi questioni sociali che minacciano 
la civiltà e chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi 
occupare un po' più degli affari pubblici. 



La narrazione dei fatti da parte mia è ultimata; e, 
come storico, o, dirò meglio, come cronista, dovrei 
prendere congedo dal mio lettore; ma ho un' ultima 
preghiera da fare; ho qualche pagina da aggiungere, 
che pur vorrei fosse letta. Ripeterò quanto dissi nella 
prelazione, che l'aver atteso 27 anni a scrivere questi 
Ricordi mi libera, voglio sperare, dal supposto che un 
amor proprio, spinto sia stato la cagione che mi in- 
dusse a narrare le vicende delle quali fui testimonio. 
Ora vorrei aggiungere che i brevi consigli, che parrai 
essere in diritto di poter dare in questa conclusione. 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2 \'j 

furono una delle cause, e forse la principale, che mi 
indussero a scriverli. 

Il cammino che ha fatto l'Italia dal 1848 al 1870 
ha del portentoso, e vi sarebbe da andarne superbi, se 
si potesse dire che, almeno nella sua maggior parte, 
lo si dovesse alla nostra virtù e non all' aiuto stra- 
niero; ma, infine, quest'Italia una ed indipendente esi- 
ste, e gli Italiani presenti e futuri hanno l'obbligo di 
renderla forte, onorata e rispettata. 

Coloro che caddero in tante lotte hanno diritto di 
reclamare che il loro sacrificio frutti e non sia sciu- 
pato o convertito in preda ignobile di basse vanità 
personali, fatto sgabello a sovvertitori d'ogni genere, 
a predicanti di nuove teorie sociali, che avvolgereb- 
bero l' Italia nel caos, per poi finire con la guerra 
civile. 

Dopo aver dato la vita per la patria, dopo aver 
dato il prezioso cemento all'edifizio delle nazioni, che 
è il sangue, non solo non devono mai essere dimen- 
ticati, ma si devono invocare quelli che lo sparsero, 
come i geni tutelari, dai loro concittadini, ovunque 
siano caduti, a qualsiasi paese essi appartennero ; i 
loro nomi devono essere sacri in tutta Italia; ma egli 
è naturale che la venerazione più speciale, la ricor- 
danza più viva venir debba dal paese natale, e l'ap- 
pello fatto in loro nome non dovrebbe mai essere fatto 
invano. Milano ne conta molti, ed ho fatto conoscere, 
per quanto imperfettamente, in quale famosa circo- 
stanza perisse buon numero di essi. 

Se ho qualche speranza che il mio lavoro sia bene 
accolto, si è nel luogo che fu il campo di quegli av- 



248 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 

venimenti, e pel quale divennero storia patria nel più 
stretto senso della parola. 

Ai concittadini di que 5 valentissimi mi rivolgerò di 
preferenza, ponendomi sotto la tutela de' geni tutelari 
del loro paese, e parlerò francamente. 

L'Italia è fatta. Se i caduti per essa potessero udir 
solo quella frase si riterrebbero largamente premiati 
del loro sacrificio; ma sarebbero ben presto contur- 
bati, se conoscessero anche il modo col quale s' in- 
cammina. 

Non vi ha dubbio di sorta che quando si pensa agli 
innumerevoli interessi che si dovettero ledere nel fon- 
dere sette Stati in un solo; alle centinaia di leggi di- 
verse che si dovettero coordinare, ai privilegi di diritto 
e di fatto che si dovettero abolire; si può chiedere se 
il fatto stesso, che pur si vinsero quelle difficoltà, non 
parli in favore di quella forza coordinatrice che pur si 
è trovata, per quanto imperfetto sia ancora P ordina- 
mento del nuovo Stato. È questo un ragionamento 
che si fece e si fa molte volte, ed ha del vero; ma 
esso è di tal natura che ogni giorno perde della sua 
forza; se alla sconnessione, cotanto naturale e perdo- 
nabile de' primi anni, non subentra a poco a poco la 
solidità delle instituzioni, la regolarità nelle ammini- 
strazioni, la fede nell'avvenire, si rimarrà coi danni 
dei primi tempi, ma non più scusabili. 

Da cinque anni (*5 è chiuso il periodo che si può 
chiamare militante, il periodo nel quale si possono per- 
donare anche molti errori commessi; ma il lasso di 



(1) Riportandosi al 1876, epoca della prima edizione, ora (1883) sono sette. 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 249 

cinque anni non è breve; ed anche volendoci pur ri- 
ferire al 1870, qual punto di partenza, possiamo noi 
dire che la cosa pubblica, nel suo complesso, siasi at- 
teggiata in modo da riprometterci un avvenire tran- 
quillo e decoroso, quale conviene ad una nazione che 
è grande pei* numero d'abitanti, per ampiezza di ter- 
ritorio, ed indipendente di fatto, e deve aspirare ad 
essere considerata ed apprezzata dalle altre ? Se non ci 
mancano anche motivi di rallegrarci per progressi in 
qualche ramo speciale, possiamo noi nasconderci i molti 
mali presenti, che minacciano ogni giorno di divenir 
più seri, come gli sconcerti finanziari di tanti Comuni, 
l'abbassamento nel concetto delle popolazioni dell'idea 
di giustizia per opera della Giurìa, come oggi si 
chiama e come oggi è organizzata ? Forse che piccolo 
può ancora chiamarsi l'abuso della libertà per parte 
della stampa? E se taluno volesse asserire il contra- 
rio, chi mai illuderebbe desso ? Forse qualche lontano 
che, nutrendo simpatia per il nostro paese, crede vo- 
lentieri quello che desidera. Incominciamo a non illu- 
derci noi; abbiamo la carità patria illuminata di sve- 
lare e scrutare le nostre piaghe, studiare i nostri mali 
senza esagerarli, ma anche senza volerli diminuire, e 
l'Italia camminerà. 

Ogni epoca, ogni fase, nello svolgimento della vita 
d'un popolo, richiede il suo speciale genere di corag- 
gio per progredire al meglio. Nel periodo della lotta 
era indispensabile il coraggio che si riassume nel sa- 
crificare la propria vita, e l'Italia lo trovò; nel pe- 
riodo della sua organizzazione, nel quale oggi ci tro- 
viamo, occorre quello di chiamare le cose pel loro 



25O CAPITOLO DICIASETTESIMO. 

nome; occorre il coraggio della propria opinione; oc- 
corre quello di saper combattere la tirannia della 
piazza, tirannia effimera, ma tirannia essa pure; oc- 
corre, all'uopo, il coraggio di saper affrontare la cosi 
detta impopolarità, e questo coraggio scarseggia in 
Italia; eppure è indispensabile. Ei conviene che si trovi, 
perchè la vita d'una nazione libera ed indipendente, 
quale si è in oggi l'Italia, è vita di attività e di lotta 
di principi; nessun cittadino onesto, chiamato dalle 
leggi ad un'ingerenza per quanto modesta ed umile, 
deve chiamarsi estraneo; e, se molti si astengono nel 
fatto, subiscano le conseguenze dell'attività altrui, an- 
che sregolata, anche rivolta a tutt'altro che al pub- 
blico bene. Ma il gran male si è che le tristi conse- 
guenze non solo vengono subite da quelli che le me- 
ritano, ma si fanno subire anche a coloro che non vi 
hanno alcuna colpa. Nessun cittadino deve rifiutarsi 
a concorrere all'andamento della cosa pubblica. Questo 
è il principio fondamentale, sì poco curato in Italia. 
Quanti cittadini indipendenti ed onestissimi, credono 
che quando hanno soddisfatto le imposte, il loro com- 
pito sia finito , e abbiano diritto di starsene tranquilli 
all' infuori d'ogni questione, non pensando che ai fatti 
loro ? Ebbene, sono in grave errore. La legge , il paese 
chiede loro il sacrificio di una mezz'ora all'anno per 
andare a votare per l'elezione di pochi consiglieri co- 
munali (volendo scegliere un esempio riferibile agli 
ultimi ordigni della macchina sociale , ma che sono 
indispensabili essi pure); ma quella mezz'ora non si 
trova, non si dà importanza all'atto, al proprio diritto. 
Si ha la coscienza che, votando, si poterebbe senza 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 25 I 

secondi fini; si ha la certezza che non tutti seguono 
quella massima, eppure si trascura d'esercitare il pro- 
prio diritto, di portare un voto coscienzioso, e, se oc- 
corre poi, si deplora il risultato delle elezioni. 

Questo è il gran male, tanto più grande, quanto 
più generale. Lo si comprende, lo si spiega esso pure 
senza fatica*; la nessuna partecipazione ai pubblici af- 
fari per lo addietro, seminò l'inerzia e l'apatia; ma 
la spiegazione non è una scusa in presenza sopratutto 
dei mali che genera, e questi non sono meno gravi. 
Come mai l'Italia, 'all' indomani della sua rigenerazione, 
trova già stanchi tanti de' suoi figli, e tanta svoglia- 
tezza da rifiutarle il più leggiero soccorso nel nuovo 
suo cammino? Certo che non è sì facile; ma chi mai 
avrebbe posto su eguale bilancia le difficoltà di farla 
camminare franca e risoluta con quelle di redimerla, 
liberarla da tanti ceppi d'ogni genere , d'ogni natura , 
antichi e moderni? Quell'ideale che vagheggiarono 
tanti valent'uomini, pel corso di secoli, apparisce forse 
deformato, ora che s'incarnò realmente nel fatto, tanto 
da perdere le sue attrattive? Oh, non si faccia sì grave 
torto alla verità! Sarebbe un'ingiustizia verso quanti 
si adoperarono a quel grande risultato, ed una cru- 
deltà verso i posteri. Che importa che l'Italia sia li- 
bera ed indipendente se non è capace di rendersi forte 
e rispettata? Forsechè un'altra nazione, che da secoli 
è una e indipendente anch'essa, la nazione spagnuola, 
che pure è fornita di nobilissime doti, non è lì per 
mostrarci che l'unità ed indipendenza non bastano per 
costituire la nazione in modo stabile, che permetta lo 
svolgersi di tutte le sue forze, di tutte le sue attitu- 



2^2 CAPITOLO DICIASETTESIMO 



dini, tanto da rendersi prospera e rispettata? Se reca 
meraviglia come una si lunga lotta non abbia esaurite 
le forze vitali di quella nazione , non si può a meno 
di considerare, dall'altra parte, cosa sarebbe la Spagna 
se tutte quelle forze morali e materiali , che si para- 
lizzarono, fossero state impiegate in modo utile. Qual 
alto luogo non occuperebbe dessa nella stima univer- 
sale! Quale prosperità non regnerebbe nel suo seno! 

Oh! lasciate che l'Italia redenta abbia spavento di 
venir trascinata sulla via della Spagna. Si faccia pure 
larga parte alle difficoltà che si dovettero superare , 
ma, in nome e per amore di coloro che ci fecero vin- 
cere, e, colla loro morte diedero la vita a questa gran 
patria comune, che a noi consegnarono, non abbando- 
niamola, lasciando che trascini fra stenti la sua esi- 
stenza. Ma chi la deve soccorrere? La grande massa, 
rispondo, degli onesti cittadini, che oggi si chiamano estra- 
nei a qualunque ingerenza ne* pubblici affari, per quanto 
sia modesta. Nella massa de' cittadini indipendenti sta 
la forza d'una nazione; ma, quando questi cittadini 
fanno il loro dovere. Questa classe non è piccola in 
Italia; fate che dessa entri ovunque ha diritto di en- 
trare, e l'Italia camminerà colle sue leggi, colla sua 
libertà; il buon senso domina, e, ben presto, coll'unio- 
ne verrà la forza, e con questa il coraggio che occorre 
in tutte le possibili sfere ed amministrazioni; ed allo 
sconfortante pensiero di un avvenire che s'intorbida 
sottenderà la fede nei destini d'Italia, quella fede che 
ravviva, che opera miracoli. 

Ma... io mi accorgo che ho divagato , che ho bat- 
tuto, come suol dirsi, la campagna; mille e mille volte 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2)3 

furono già dette queste cose ; vennero dati simili con- 
sigli, e non valsero gran fatto a scuotere l'inerzia e 
l'apatia. Non per questo mi sgomento , né cancello 
ciò che ho scritto, e mi tengo al consiglio, al detto, 
tanto antico quanto autorevole: Battete, e vi sarà aperto. 

Ebbene, verrò anch'io a battere in nome di colora 
che caddero, e forse qualcuno mi ascolterà. Anziché 
vagare, dissertando in tesi generali, io entrerò in par- 
ticolarità, e mi rivolgerò alla classe che, a mio giu- 
dizio, fornisce gli elementi migliori, a quella de' cit- 
tadini indipendenti, che non hanno nulla da chiedere, 
nulla da temere; quella classe che, laddove fosse pe- 
netrata dal sentimento del dovere che hanno tutti i 
cittadini, di contribuire al rassodamento ed all'onore 
della patria comune, sarebbe in grado di somministrare 
il personale necessario in tutti gli uffici amministrativi 
fondati sul principio elettivo e sul principio delle fun- 
zioni gratuite, dal consigliere comunale al deputato al 
Parlamento; dall'amministratore del patrimonio d'un 
Luogo Pio, di poche migliaja di lire, a quello di mi- 
lioni. Non sono cose né difficili, né nuove. In Inghil- 
terra, in Germania, una persona, per quanto sia ricca, 
si propone un fine, una meta alla sua operosità, per- 
chè il far pompa di ricchezze che non giovano che al 
possessore procura disprezzo anziché stima; ogni per- 
sona che sente dignità sdegna essere un inutile paras- 
sita nella grande famiglia alla quale appartiene; se 
tali sentimenti divenissero popolari anche in Italia, 
influirebbero ben presto a spingere quella classe di 
cittadini all'attività pubblica. 

Ma, per conseguir questo fine, per arrivare a ren- 



2)4 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 

der popolare queste idee, occorrono fatti, le moltitu- 
dini si persuadono solo cogli esempi; poco giovano le 
teorie. Al merito speciale di servire il proprio paese , 
in qualunque ufficio o grado, che pur richiedesse an- 
che un piccolo sacrificio, aggiungeranno quello di mi- 
gliorare , sotto tale rapporto , l'opinione pubblica in 
Italia sulla ricchezza privata; perchè, se fra noi si ri- 
spetterà forse ancora per lungo tempo più di quanto 
merita il ricco ozioso, si considererà almeno come un 
ideale il ricco occupato ed utile al paese. 

L'Italia ha bisogno della considerazione e della 
stima delle altre nazioni. Se v'ha questione nella quale 
l'illudersi e l'incensarsi sarebbe proprio ridicolo, è si- 
curamente quella relativa alla stima delle altre nazioni. 
La risposta al quesito: Cosa vale l'Italia? non deve 
partir da noi, ma sibbene dobbiamo fornir noi gli ele- 
menti. L'estero (e chiamo con questo nome chi non 
è italiano), sa benissimo che una gran parte del suc- 
cesso dell'Italia non si deve agli Italiani, e nell'asse- 
gnargli la sua parte, è più severo di noi; e chi lo 
spinge a quella severità sono le tendenze manifestate 
da taluni, e non pochi, di voler menomare il soccorso 
prestato da altre nazioni all'Italia, e sopratutto, par- 
liamoci ben chiaro, il grande servizio che ci venne 
reso dalla Francia. 

Quanto più alta non sarebbe certo la stima per 
l'Italia se avesse conquistato da sé sola la sua condi- 
zione attuale; ma, dacché ciò non era tampoco fra le 
cose possibili, non dobbiamo cercare dì menomare il 
merito altrui , perchè , in luogo di far crescere il no- 
stro, lo si diminuirebbe per l'ingrato senso che desta 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 255 

anche nelle nazioni che furono neutrali, ogni idea di 
ingratitudine. L'Italia conta abbastanza fatti splendidi 
ed annovera tal numero di vittime per attestare che 
non fu piccola anche la sua parte nella grande opera, 
€ ne converranno tanto più facilmente anche gli estra- 
nei, quanto più noi rispetteremo il merito altrui. Ad 
ogni modo, la questione è finita; su questo campo 
non vi sono più allori da cogliere ; e quanto al saper 
conservare, occorrendo, colle armi, la posizione attuale 
è questione dell'organizzazione del nostro esercito , 
nella quale non voglio, né è questo il luogo d'entrare. 

Ma se l'Italia, oggigiorno, per via delle armi, non 
può cambiare quella qualsiasi opinione che essa gode 
presso gli altri popoli, e solo può prepararsi perchè, 
all'occasione, le sia dato di mostrarsi vera potenza; 
ben può misurarsi seco loro e cogliere allori sopra 
altri campi, quelli delle scienze, delle industrie e delle 
arti, il che dipende solo da lei. Trent'anni or sono, 
un uomo, che l'Italia annovera giustamente fra le sue 
celebrità, il Gioberti, scriveva un'opera sul Primato 
morale e civile degli Italiani. Io non oserei sottoscri- 
vere a tutti gli elogi; e forse il valent'uomo stimò 
opportuno eccitare anche in quel modo l'amor proprio 
degli Italiani per spingerli a propugnar quella causa, 
che poi trionfò; ma, oggigiorno, si troverebbe mai 
uno scrittore che ardisse sostenere che gl'Italiani man- 
tengono ancora quel primato morale e civile ? Chi ose- 
rebbe discendere a sì stolta adulazione? 

Trent'anni è lo spazio di tempo assegnato ad una 
generazione; quella che l'Italia annoverò fra il 1840 
ed il 1870, non seppe mantenere il posto assegnatole 



256 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 

dal Gioberti: ma essa non ha da vergognarsi avanti 
ai posteri; per essa vale in. tutta l'estensione del ter- 
mine la ragione vera e reale che la grande impresa 
nazionale assorbì tutta la sua attività e deviò le menti 
da studi severi, salvo lodevolissime eccezioni. Se non 
ha prodotto scritti immortali, ha fatto l'Italia; non 
la fece da sé sola, ma la fece. Non è dunque in via 
di rimprovero che si dice che non si tenne a paro 
delle altre nazioni nel grande progresso delle scienze ; 
lo si dice per citare un fatto che ha la sua giustifi- 
cazione, un fatto che ora dovrebbe cessare. Dove ed 
in qual classe d'uomini si possono riporre le speranze 
le più fondate, se non in quella classe che non è preoc- 
cupata dal bisogno di lavorare per vivere ? Milano non 
ha bisogno di uscire dalle proprie mura per trovare 
esempì da imitare. Verso la fine dello scorso secolo 
essa contò un numero non piccolo di uomini, insigni 
tutti, appartenenti alla classe elevata, indipendente; e 
taluni sono e rimarranno vere celebrità, come il Bec- 
caria, i due Verri, il Frisi, il Giulini, ed altri. 

Quella classe l'abbiamo ancora, né accennando a 
lei, si vuol esprimere una minor stima pel concorso 
che viene dalle altre, delle quali devesi anzi fare mag- 
gior conto per le difficoltà che debbono vincere; e 
quanti non riescono a superarle, quanti uomini d'in- 
gegno non rimangono soffocati in quella lotta col bi- 
sogno? Se la classe che non conosce quegli ostacoli 
studiasse, come pur studiarono i valentissimi che ho 
citato, non è egli vero che mentre procurerebbe mag- 
gior lustro a sé stessa, gioverebbe ai meno fortunati, 
poiché più facilmente si scoprirebbero e si ajuterebbero 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 257 



i giovani d'ingegno? Di questi fatti ve n'ha pure 
larga dovizia. I mecenati nel senso più nobile del ter- 
mine, ossia coloro che accoppiando intelligenza e ric- 
chezza porsero la mano a giovani ricchi d' ingegno, ma 
poveri di fortuna e li ajutarono a divenir uomini utili 
e di onore al paese , non furono rari in passato. Più 
si spande l'intelligenza nelle alte e doviziose classi, 
più si aumenta la probabilità che si svolgano gli in- 
gegni nelle altre classi. In Inghilterra vi sono ricchi 
signori che mantengono a loro spese astronomi, chi- 
mici , fisici e meccanici. Una scoperta, un passo an- 
che modesto nella scienza, che presero a coltivare od 
amare e proteggere, è il loro premio, quand'anche 
non vi abbiano contribuito che indirettamente. Per 
qual ragione non potrà avvenire che si faccia qualcosa 
di simile anche in Italia ? Non mancano fra noi le for- 
tune colossali, se anche non vi siano in numero così 
grande come in Inghilterra; ciò che manca è lo spi- 
rito che anima l'alta classe, è l'ambizione di dire, vo- 
glio esser qualcosa, non per le mie ricchezze, ma per 
l'uso che ne saprò fare. Io non credo con questo di 
far una censura, direi, generale a tutta la classe ricca 
in Italia; certo come vi furono in passato non man- 
cano anche oggi individui che rispondono a quell'ideale 
di un ricco indipendente che lavora pel bene del suo 
paese senza secondi fini; ma vorrei far comprendere 
che se questo fu sempre utile, lo è assai più nelle 
condizioni nostre e nell'organizzazione della nostra 
società quale ora si trova colla sua base nella costi- 
tuzione. Le vie sono aperte a tutti, la parola privilegio 
ha ormai perduto il suo significato, ma quale spetta- 

Ricordi, ecc. 17 



2 $8 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 



colo vede oggi l'Italia? Una ressa, una fretta di voler 
essere ricchi ed influenti a qualunque costo; quindi 
caccie a posti in tutte le gradazioni di amministrazioni 
possibili, di cui molte non vanno bene; gli scandali 
si fanno frequenti; il pubblico, il grandissimo numero 
de' cittadini comincia a sfiduciarsi nel vedere che il 
bene pubblico non è il fine , ma il mezzo per saziar 
vanità o cupidigie. Dove trovar il rimedio a questo 
stato di cose? Nella classe cólta ed indipendente, nei 
cittadini stessi, nel senso di abnegazione di volersi 
imporre un peso pel bene pubblico, ai che ora rifug- 
gono troppi assai di coloro che lo potrebbero fare. 
Fate che gli uomini disinteressati ed istrutti prendano 
in mano le redini delle amministrazioni e cammine- 
ranno. Le due qualità vogliono essere unite , perchè 
l'onestà senza il sapere è presto vittima del sapere 
senza onestà. Quando l'Italia prima del 1848, frasta- 
gliata com'era, inceppata in tutti i suoi movimenti 
produceva qualche scritto, qualche opera d'importanza 
esclamavasi e dentro e fuori : Che non darebbe l'Italia 
se fosse libera? Da 15 anni essa è libera nella gran- 
dissima sua parte , e da un quinquennio lo è nella 
totalità; or bene come ha corrisposto a quella speranza? 
Eppure in Italia come in qualsiasi altro paese, il primo 
bisogno sarà sempre quello d'aver uomini leali ed 
istrutti ad un tempo nella maggior copia possibile. 
Perchè mai nella gioventù della classe indipendente 
non sorge l' ambizione così giusta , così legittima di 
voler guidar essa gli affari, spingendo pure lo sguardo 
sino all'ultima meta ora libera a tutti, quella di rap- 
presentante della nazione? Leggendo un giorno la bio- 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 259 

grafia d'uno dei più grandi uomini politici dell'Inghil- 
terra, appresi che giovine ancora ei vagheggiava l' i- 
dea di entrare a suo tempo nel Parlamento; ei si ac- 
cinse quindi a studiare tutto quel complesso di scienze, 
che sono indispensabili ad un uomo politico: la storia, 
le scienze economiche, la legislazione speciale del pro- 
prio paese, i grandi oratori che ebbero influenza sui 
destini dell'Inghilterra, quanto infine può aumentare il 
tesoro intellettuale di un uomo che si propone di far 
anch'esso da legislatore. Lunghi anni prima che l'età 
stessa gli permettesse di entrare in Parlamento si pro- 
vava a declamare avanti ad uno specchio, volendo edu- 
carsi anche nel modo di porgere. Venne il suo giorno, 
entrò nell'ambita aula e divenne uno dei più grandi 
uomini di Stato. Il fatto è certo, quand'anche io non 
rammento il nome di quel personaggio; ma è ben 
lungi dall'essere unico e raro esempio; il fatto si sarà 
ripetuto e si ripetè forse spesso non solo in Inghil- 
terra, ma presso tutte le nazioni, ove le classi agiate 
e le aristocrazie storiche hanno la nobile ambizione di 
servire il loro paese, di avere in mano gli alti uffici 
dello Stato. 

Perchè tale sentimento non si diffonderebbe anche 
in Italia in quelle classi? La stessa prescrizione così 
assennata dello Statuto che dichiara gratuita la fun- 
zione di deputato e di senatore, non è dessa un in- 
vito a sì nobile missione? 

Se in ogni tempo gli Stati ebbero bisogno di es- 
sere governati da uomini istrutti, forse non fu mai 
si grande tal necessità quanto oggi che vediamo sor- 
gere sull'orizzonte e farsi giganti questioni inattese, 



2Ó0 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 



della più alta gravità per l'ordine sociale, questioni 
che avvolgono non uno o pochi, ma tutti gli Stati 
che si chiamano civili. Chi mai, or sono trentanni 
avrebbe detto che nella capitale d' uno de' popoli più 
còlti, che a Parigi, i cui titoli di benemerenza pel 
progresso sono innumerevoli e grandi, doveva domi- 
nare per più di due mesi la reazione la più selvag- 
gia contro ogni principio di società, contro la pro- 
prietà, la religione, la famiglia ? Come non vedere 
che quel fatto non fu isolato, non fu il parto di for- 
tuite circostanze, ma frutto di una elaborazione di 
lunga mano che generò tanti elementi sovversivi che 
si appoggiano alle più brutali passioni dell'uomo; pas- 
sioni che si trovano ovunque, ed in determinate cir- 
costanze possono suscitare i medesimi imbarazzi, tro- 
vandosi ovunque apostoli di quelle empie dottrine ? 

Sono vere e grandi questioni internazionali, che si 
devono prendere sul serio e non illudersi, credendo 
che possano vincersi senza lotta morale e fors'anche 
materiale; sono questioni che non si devono studiar 
solo in fugaci articoli di giornali, ma nella loro es- 
senza e nelle cause che vi diedero origine e ne pre- 
pararono lo svolgimento. Alle molte questioni intri- 
cate e speciali d'ogni Stato, d'ogni luogo, or si ag- 
giungono queste minacciose per tutti, ed ogni nazione 
deve trovar uomini energici che abbiano il coraggio 
ed il sapere di rintuzzar quel nemico che prepara e 
vuol far trionfare una barbarie d'un nuovo genere 
uscita dalla civiltà degenerata. L'Italia non deve star 
addietro alle altre nazioni in questa coalizione che 
viene imposta dai sovvertitori d'ogni ordine. I migliori 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2ÓI 



elementi sì troveranno ancora nella classe che ha 
molto da perdere; ma i sacrifici de' singoli sono un 
nulla in confronto del sovvertimento dell'ordine so- 
ciale; epperò ia questione non deve rimaner indivi- 
duale, né considerarsi in rispetto ai solo interessati, 
ma deve elevarsi al vero naturale suo livello, cioè 
d'una delle più gravi che agitar possono la società. 

L'Italia e libera-, ma non lo è da tutte le tirannie. 
E libera dalla tirannia politica che dava ad un indi- 
viduo, sotto qualsiasi nome o titolo, l'autorità di co- 
mandare a suo talento. Era un gran male e ci vol- 
lero nullameno di 22 anni per liberarsene interamente, 
ma la libertà politica che si ottenne generò forse an- 
che le altre che si attendevano le popolazioni, quella 
del libero svolgimento di tutte le opinioni, il rispetto 
all'onore dei cittadini, alle sue convinzioni politiche e 
religiose ? Sarebbe un'amara derisione il voler soste- 
nere in senso affermativo una tesi simile! Tirannun- 
coli d'ogni specie si impossessarono della libertà ed a 
forza di intimidazioni fanno violenza e trascinano altri, 
anche contro le proprie convinzioni, ed impediscono 
di fatto che usino dei loro diritti. Da che proviene 
questo ? Dalla mancanza di coraggio della propria o- 
pinione ; il qual coraggio deve essere un elemento in- 
dispensabile nella vita d'un popolo libero. Sta nei de- 
creti della Provvidenza che una nazione non solo ha 
bisogno di trovar uomini coraggiosi per redimersi se 
non è indipendente, ma che anche dopo redenta non 
può prosperare se non trova altri cittadini coraggiosi 
che non si lasciano sopraffare ed indurre ad agire 
contro le proprie convinzioni. La libertà è per tutti, 



262 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 

ed appunto per questo, l'abuso degli uni si rivolge in 
tirannia contro gli altri. E sono forse poche le parti 
in Italia nelle quali si esercitano pressioni tiranniche, 
intimidazioni ed abusi ? Si invocano leggi, si grida 
contro la loro impotenza; ma non vi elegge che non 
divenga impotente, quando i cittadini volontariamente 
abdicano alla propria indipendenza e fingono rispettare 
uomini che disprezzano e rinnegano la loro opinione, 
per farsi vilmente servi dell'opinione di quelli che te- 
mono. L'abuso e grande, si dice, non vi e persona per 
quanto si chiami aliena dall' ingerirsi in pubblici affari, 
per quanto cerchi sottrarsi àgli sguardi altrui e seppel- 
lirsi fra le domestiche pareti, che sia al coperto di insulti 
gratuiti, di maldicente d'una slampa che non conosce ne 
moderazione, ne leggi ; or come pretendere che sen^a avere 
un gran coraggio si possa esporsi a - dover lottare con 
essa? Ma chi dà influenza, chi mantiene sì baldanzosa 
questa stampa ? E il vostro esagerato timore, e il cre- 
dere che dipende dal capriccio di chiunque il dare o 
togliere definitivamente l'onore de' cittadini. Credete 
voi, per venire ad una prova di fatto, che in Inghil- 
terra dove havvi pure libera la stampaci cittadini si 
diano gran fastidio della stampa maledica, che rispon- 
dano agli attacchi de' giornali screditati? Essi comin- 
ciano anzitutto col non permettergli l'entrata nelle 
proprie case e tanto meno poi li comprano per non 
concorrere a mantenerli in vita. Un tal procedere, di- 
venuto comune, obbliga la stampa ad andar guardinga 
e moralizzarsi anche nel proprio interesse. Avviene 
precisamente l'opposto di quanto avviene nei paesi, 
ove per timore si viene a patti coi peggiori giornali, 



CAPITOLO DICIASETTESIMO. 263 

fosse pur solo per averli neutrali; il che ha poi per 
effetto di incoraggiare i giornali stessi ad esercitare 
un terrore del quale traggono profitto. Or dubitereste 
voi che se anche in Italia si imitasse l'esempio del- 
l'Inghilterra, non si avrebbero le stesse conseguenze ? 

Ma... io sono forse caduto un po' basso nell'opi- 
nione del mio lettore! Forse taluno, nel quale aveva 
destato qualche interesse, come cronista, dirà o pen- 
serà che finisco male colla lezione che voglio dare. 

Permetta il lettore delle ultime linee che anch' io 
esprima la speranza, che non tutti, almeno, partecipe- 
ranno questo giudizio. Quanto diversamente procede- 
rebbe la cosa pubblica in Italia se ognuno avesse il 
coraggio della propria opinione, se quando è chiamato 
a- dar un voto od esprimere il proprio parere, con- 
sultasse non già quale sia l'opinione di quelli che fanno 
più chiasso e si chiamano o si credono i rappresen- 
tanti della pubblica opinione, ma unicamente la pro- 
pria convinzione! A me pare che potendo persuadere 
quanto debole sia la forza dei tirannelli, che è basata 
anzitutto sull'altrui timidezza od incuria, potendosi ot- 
tenere un po' di coraggio nella numerosa classe dei 
cittadini chiamati dalle leggi a cooperare al governo 
del paese, si vada per via diritta alla radice del male 
senza chieder nulla alle autorità ed alle leggi. È un 
rimedio che sta nelle facoltà di ogni singolo individuo 
e per questo io credo che non si possa abbastanza in- 
sistere, perchè lo si raccomandi, lo si diffonda e lo si 
adoperi. Ma a qual classe mai si potranno rivolgere 
questi eccitamenti con maggior fiducia, se non a quella 
dei cittadini indipendenti, in condizione d'aver bisogno 



264 CAPITOLO DICIASETTESIMO. 



di nessuno ? Ad essi faccio l'ultimo appello e lo farò 
nel nome di que'tanti che caddero perchè l'Italia giun- 
gesse a quella meta che pur raggiunse, ma che non 
si manterrà, se ai nemici attivi, oggi più interni che 
esterni e che lavorano alla sua dissoluzione* non si 
contrappongono cittadini risoluti a difenderla ed a ren- 
derla onorata e rispettata. 



AGGIUNTE 

ALLA SECONDA EDIZIONE 



RITIRATA 



DELL'ESERCITO PIEMONTESE 



DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA. 



inniiiiuniinHiiiiiiiiiiiiuiiiiiiiiiiiiiii ni ■■iiiniiiiiiiiiiiiiii ■■■■hui 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere Tese: - 
cito piemontese — Il quartier generale viene trasferito a Mar- 
mirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza — Riti- 
rata su Coito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — De- 
putazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale 
Hess. 



Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di 
giugno all'esercito piemontese , venissi accettato qual 
luogotenente nel 5 regg. Aosta fanteria, ma immedia- 
tamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto 
gli ordini del generale Salasco, comandante supremo 
di quel corpo. La conoscenza della lingua tedesca con- 
tribuì a procurarmi quell'onorevole destinazione , ma 
mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto 
dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il 
18 ed il 24 giugno i nostri avamposti sorpresero il 
corriere che recava la corrispondenza da Mantova a 
Verona. In complesso erano da oltre 400 scritti fra 



27O CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



rapporti ufficiali e lettere private, formando queste la 
parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre 
trovato il mezzo di far pervenire la corrispondenza 
dall'una all'altra fortezza. Ognuno vede qual bellissimo 
colpo sia quello di poter mettere la mano su di una 
massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione 
che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza 
velo di sorta , rispetto a ciò che contengono ; se non 
che quel regalo della fortuna cadde interamente sulle 
mie spalle. 

Non solo era importante il conoscere il contenuto 
di tutto quel carteggio, ma bisognava anche far presto; 
mi accinsi in entrambi i casi con tutta la buona vo- 
lontà consacrandovi oltre il giorno buona parte della 
notte. 

I rapporti ufficiali non contenevano cose di rile- 
vanza; si riferivano in gran parte a particolari di ser- 
vizio, a promozioni, ad informazioni sulle nostre po- 
sizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un 
punto determinato aveva per noi un'importanza reale 
e lo tradussi per esteso non facendo che un cenno 
degli altri; si scorgeva che le notizie di più grave 
momento si trasmettevano per altro mezzo. 

Di maggior interesse al confronto era la corrispon- 
denza dei privati ; erano figli che scrivevano ai geni- 
tori e viceversa; amici ad amici; oltre di ciò vi erano 
alcune lettere per ragioni commerciali. Feci per prima 
la separazione fra queste diverse classi; fra le private 
più d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate 
dalla ritirata da Milano in poi; or bene non ve n'era 
una sola che parlando di quel fatto non lo attribuisse 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 27 1 

alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità del 
resto già per sé stessa così chiara, non potevasi dire 
allora perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Mi- 
lanesi che Radetzki erasi ritirato unicamente per la 
resistenza loro, ossia in causa delle Cinque Giornate, 
e con tale argomento asserivano poi anche che il più 
era fatto, e questo si osò dirlo persino in un pro- 
clama (25 marzo) d'un capo partito. 

Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si 
servono per. ingannare i popoli ricadono anzitutto sui 
popoli stessi. Lo slancio veramente sublime delle Cin- 
que Giornate venne tosto usufruttato da faziosi per 
mire parziali e non per l'utile della causa pubblica , 
la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo 
della guerra, e non vi mescolassero la politica; ma 
che dire se invece si lasciava credere alle popolazioni 
non esservi quanto alla guerra che da cogliere i frutti. 
Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre mani, 
oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del 
nemico che andava sempre ingrossando, eravi una let- 
tera preziosissima di un ufficiale di Stato Maggiore 
che scriveva ad un altro ufficiale a Vienna. Quella 
lettera trattava del modo col quale era stata condotta 
la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba 
critica della condotta del maresciallo Welden che aveva 
perduto tempo, uomini e danari nell'impresa di Vi- 
cenza, mentre se fosse marciato diritto su Verona senza 
darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo 
seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di com- 
battere Carlo Alberto, vinto il quale, ogni altra resi- 
stenza seria diveniva impossibile; ma poi finiva colle 



272 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

testuali parole : con tuttociò noi speriamo fermamente di 
rompere la lunga linea piemontese che dalla Corona 
(monte sopra Rivoli) si estende a Governolo y e battere 
queir esercito. 

Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno 
che conosceva molto bene il suo mestiere epperò la 
tradussi tutta fedelmente (erano 6 pagine) e la portai 
al mio capo immediato, il colonnello Cossato, facen- 
done rimarcare la grande importanza; in pari tempo 
proposi che annullati i rapporti ufficiali e le lettere 
che contenevano notizie militari, e ciò per eccesso di 
precauzione, poiché nessuna diceva cose nuove, si desse 
corso alle altre assolutamente innocue. Qual conto 
poi si facesse di quel rapporto si bene particolareggiato 
di quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho 
voluto citare quel fatto perchè si rannoda ad altro 
ben più grave per noi, ossia all'esecuzione precisa ed 
esatta del piano di dividere la gran linea e poi battere 
separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto; 
piano che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle 
posizioni del Monte Corona e di Rivoli, ed ebbe fine 
il 4 agosto colla battaglia di Milano. Furono 18 giorni 
di lotta continua che comprendono tre battaglie (Staf- 
fale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri 
più o meno importanti, ma non vi ebbe un sol giorno 
senza sangue, senza strazio di popolazioni, senza pro- 
fondi dolori da parte di leali e onesti patrioti, senza 
pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto 
interesse nella storia dei popoli, e che meriterebbero 
la preferenza su d'ogni altro di essere ben studiati, 
perchè in essi si condensano , dirò, gli effetti di lunghi 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 273 



anni passati e pongono in evidenza vizi e virtù, egoismi 
ed abnegazioni, viltà e coraggio. 

Pur troppo la storia genuina di questi periodi è dif- 
ficile a scriversi; la passione si intromette sempre e 
la verità è offuscata dalla vanità e presanzione di chi 
si ascrive successi felici oltre la misura che gli si com- 
pete, e di chi invece assolve sé stesso e getta sugli 
altri le sventure. La posizione subalterna che, giovine, 
io occupava allora, mi salva da ogni responsabilità di 
importanti determinazioni prese; fedele esecutore di 
ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso 
narrarle con piena cognizione di causa, e come fu 
trovata pienamente veritiera la mia narrazione delle 
Cinque Giornate , benché circoscritta solo a quanto 
poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che in- 
contrerà eguale giudizio anche questa narrazione che 
comprende la ritirata dell'esercito piemontese dopo la 
battaglia di Custoza, e la giornata del 5 agosto in Mi- 
lano. — Ora farò ritorno al campo piemontese ed alla 
terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio 
erasi trasferito il quartier generale principale da Ro- 
verbella a Marmirolo, che dista pochi chilometri da 
Mantova. Ciò indicava che si voleva dare alle opera- 
zioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa, 
ed il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a 
Governolo, favorevole ai nostri, sotto il comando del 
generale Bava. Il modo col quale venne annunciato 
fu , a dir vero , un po' troppo pomposo; si sarebbe 
detto ch'era stata una vera battaglia campale; ma 
queste esagerazioni si comprendono pensando alla ne- 
cessità di rialzare l'animo de' soldati e lo spirito pub- 

Ricordi, ecc. i8 



274 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

blico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il ma- 
nifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava 
sulla faccia dei luoghi, e poteva calcolare le conse- 
guenze di quel combattimento, non che i sagrifici 
che aveva costato e che erano assai limitati, non lo 
si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera , 
e come è uso dei pubblicisti , che vogliono essi di- 
rigere l'opinione pubblica , lo si magnificò ancor più. 
I cuori si aprivano alla speranza. 

Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di 
guardia nella notte dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato 
Maggiore, ch'era annesso all'abitazione del general Sa- 
lasco. Io stava leggicchiando non so cosa, allorquando 
verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che 
vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia 
l'arrivo di un ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado 
incontro e veggo un ufficiale di cavalleria, bel giovane, 
ma colla singolarità di una barba ad uso del Mosè di 
Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da 
un pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benve- 
nuto e gli chieggo se vuole asciugarsi, ma ei risponde 
che ha fretta di parlare col generale Salasco e pur 
troppo mi dice ! reco cattive nuove — le cose vanno male, 
abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci 
in furia e fretta. Io mi sentii rimescolare il sangue; 
entrai tosto dal general Salasco al quale annunciai 
l'arrivo di quell'ufficiale dicendogli che aveva affari 
gravi ed urgenti da comunicargli. — Il general Sa- 
lasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'uffi- 
ciale circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e 
lo pregai di volermi dare qualche notizia più panico- 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 275 

Prima d'allora io non aveva veduto mai 
quell'ufficiale; sì cominciò col declinare reciprocamente 
i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente 
di cavalleria che veniva dal quartiere generale del Co- 
mandante il corpo d'armata sulla destra del Mincio il 
generale De Sonnaz. 

L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in 
piedi ; il Re, chiamati i generali tenne un consiglio di 
guerra, e venne deciso di abbandonare quella posizione 
e di andar incontro al nemico verso Villafranca. Prima 
che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e buona 
parte della giornata andò perduta sì che non si potè 
partire che dopo il mezzogiorno; il caldo era si oppri- 
mente che in quella marcia perdemmo più soldati per 
insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri da Villa- 
franca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma 
fetta sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più 
che una marcia assai più lunga. Alla sera del 23 tutto 
il corpo ch'era a Marmirolo si trovò a Villafranca. 
L'indomani (24 luglio) si parti, non so per qual causa, 
tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico 
nelle vicine colline, si venne alle prese in più punti, 
ma il combattimento principale ebbe luogo in una lo- 
calità chiamata Staffale. 

Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno 
dessa il nome di battaglia campale, ma era però stato 
un combattimento di maggiore importanza di quello 
di Governolo e basti il dire che si fecero nullameno 
di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette 
ad un' abile manovra del Duca di Genova, quello fra 
i Principi di Casa Savoja che aveva ereditato il genio 



276 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



militare. Gli Austriaci avevano lasciato sul campo non 
pochi morti e fra questi alcuni ufficiali. 

Come era ben naturale venne dato tosto l'annuncio 
di quella vittoria al Governo di Milano, e venne ri- 
tenuta come un felice preludio della battaglia che do- 
veva seguire il giorno dopo, e tutto accennava a far 
ritenere che quella sarebbe stata la vera battaglia cam- 
pale e decisiva. Buona parte della notte dal 24 al 25 
venne passata da noi ufficiali di Stato Maggiore nello 
stendere ordini e prendere disposizioni relative alla bat- 
taglia dell'indomani. 

Il mattino del 25 verso le ore 6 il general Salasco 
mi fa chiamare, mi annuncia che sono stato prescelto a 
recare un ordine importantissimo al generale De Sonnaz 
a Volta al di là del Mincio, e mi presenta al gene- 
ral Bava; questi mi dà istruzioni più particolareggiate, 
mi dice di passar per Goito, ove doveva pure comu- 
nicare certi ordini al comandante delle truppe in quel 
luogo ; il general Salasco mi consegna una lettera 
pel generale De Sonnaz. 11 tutto si riferiva ad un at- 
tacco che il De Sonnaz doveva fare non più tardi dei 
mezzogiorno sul fianco del nemico, avanzando su Bor- 
ghetto, ove doveva passare il Mincio ed operare a 
Valeggio la congiunzione col corpo dello stesso Bava. 
Il giro ch'io doveva fare era un po' lungo (poco meno 
di 30 chilometri), ma ammesso che non avessi incon- 
trate difficoltà, vi era il tempo da poter arrivare fra 
le 9 e le io, siche non mancasse anche quello neces- 
sario perchè la truppa, che già doveva ritenersi pronta, 
raggiungesse senza sforzo il vicino ponte di Borghetto 
(6 chilometri da Volta). La stanza ove ci trovavamo 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 277 

era immediata a quella del Re Carlo Alberto, il quale 
entrò nella medesima e mi disse le precise parole. Rac- 
comandi anche a mio nome al generale De Sonnai che at- 
tacchi all'ora indicata. Ringraziati i generali dell'onore 
che mi facevano, e fatto il mio ossequio a Sua Mae- 
stà, mi occupai tosto della partenza. Essendo impos- 
sibile che il mio cavallo, se l'avessi adoperato in quella 
lunga corsa potessi poi adoperarlo nella battaglia, no- 
leggai uno di quei leggerissimi biroccini colà in uso, 
con un buon cavallo ed ingiunsi alla mia ordinanza 
che allorquando la truppa sarebbe marciata su V'a- 
leggio, si unisse a quella, conducendo colà il mio ca- 
vallo; così disposto ogni cosa, io partii col mio con- 
dottieri, un giovine di circa vent'anni. In breve io fui 
a Roverbella, ma quivi trovai la via verso Goito bar- 
ricata, e tutta la truppa disposta in ordine di battaglia. 

Siccome temevasi che la guarnigione di Mantova 
facesse una sortita per prendere il nostro esercito alle 
spalle od anche solo molestarlo, si era dovuto lasciare 
della forza a Roverbella. Era un reggimento e precisa- 
mente il 17 con un po' d'artiglieria e cavalleria; altra 
egual forza erasi lasciata a Goito per difendersi da un 
attacco sulla destra del Mincio pel caso che movesse 
sopra Volta. 

Prendendo in mano la carta topografica ed esami- 
nando la disposizione delle nostre truppe in quel me- 
morabile giorno si vede che non era cattiva; il grave 
errore della lunghissima linea che aveva durato fino 
ai 22 luglio era stato corretto colla marcia del 23 
da parte della truppa sulla sinistra del Mincio e dal 
concentramento della truppa del generale De Sonnaz 



278 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

sulla destra, nessun corpo era cotanto lontano l'uno 
dall'altro da non potersi aiutare a vicenda; ma pur 
troppo quel concentramento non era stato l'effetto d'un 
piano concepito da una niente direttrice che corregge 
in tempo un errore, ma era invece di già una conse- 
guenza dell'errore stesso, il movimento era stato im- 
posto dal nemico. Il corpo del generale De Sonnaz fa- 
cendo uno sforzo inaudito di precipitosa ritirata era 
bensì arrivato in luogo opportunissimo per attaccare 
l'inimico, ma affranto ed in quel disordine che accom- 
pagna sempre una ritirata precipitosa; certo però si è 
che la disposizione del nostro esercito era buona. In- 
fine il 24 luglio a sera i due eserciti il piemontese e 
l'austriaco si trovavano in questa singoiar condizione 
che entrambi contavano un successo ed una sconfitta, 
entrambi si erano concentrati col nerbo delle loro forze 
sulla sinistra del Mincio ed entrambi potevano venir 
attaccati da tergo o sul fianco; il piemontese da truppe 
che sortissero da Mantova, l'austriaco dal corpo del 
generale De Sonnaz. Le colline che da Villafranca e 
Valleggio si stendono verso Sommacampagna dovevano 
vedere lo scioglimento di quel sanguinoso dramma. 

Da quanto ho detto si comprende l'importanza che 
aveva la mia missione e quanto ci tenessi ad eseguirla. 
Sì tosto giunsi a Roverbella chiesi del comandante di 
quella forza, e comunicatogli lo scopo della mia mis- 
sione lo interrogai se aveva notizie degli Austriaci che 
potessero venire da Mantova. Sono già a Marengo, mi 
risponde, e mi attendo di essere attaccato da un momento 
all'altro. La via da qui a Goito è occupata dai Tedeschi; 
nulla di più impossibile di voler andare a Goito. 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 279 

Marengo (l) dista 5 chilometri e non più da Rover- 
bella. 

A Gotto posso rinunciare, soggiunsi, ma non a Volta. 
Io devo assolutamente andarvi a qualunque costo ! 

Ma come vuol fare ? 

Prendo la carta topografica e dico al colonnello: an- 
drò a Popolo e passerò colà il Mincio. 

Ella farà quello che crede, ma badi che tutta la cam- 
pagna, tutte le vìe da qui a Popolo sono in balia dei Te- 
deschi; io ho poca truppa, non posso darle scorta. 

Non importa, non ne chieggo, e forse mi sarebbe più 
di danno che di utile. Io conosco un giovine di qui che 
mi servirà di nuda e basterà. 

Eravi a Roverbella un giovine arditissimo del quale 
mi era servito altre volte per esplorazioni, ei conosceva 
ogni via, ogni sentiero; lo faccio ricercare e per buona 
sorte era in paese. 

Senti, gli dico, mi hai servito altre volte, ma oggi devi 
rendermi un servigio segnalato; tu mi devi condurre a 
Popolo, ho un biroccino con un ottimo cavallo, ti darò un 
bel regalo. 

Ei mi fa delle difficoltà, sapeva benissimo che i 
Tedeschi erano già vicini a Roverbella e potevano 
essere anche a Pozzolo, ma io insisto e faccio appello 
al suo amor proprio, al suo coraggio, al servizio grande 
che può rendere al paese; ei pensa un po' e poi mi dice: 
facendo un giro verso Villafranca e poi ripiegando verso 
Popolo si può tentare. 



(1) È una cascina alla quale venne dato quel nome divenuto storico, o l'aveva 
orse anche prima del 1800. 



280 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



Tu farai quanti giri vorrai, rispondo io, purché mi 
conduca a Popolo. 

Ebbene andiamo, replica esso. Il cuore mi si allarga; 
ma il compito non era finito; io doveva persuadere 
anche il vetturale che non era della tempra di quel 
giovine, ma per esso aveva già il mio piano ben ri- 
soluto. Gli annuncio la decisione presa: In bocca ai 
Todeschi mi non ghe vado, mi risponde in veronese con 
due occhi fuori dell'orbita per lo spavento; io cerco 
persuaderlo colle buone, gli dico che viene quel gio- 
vine che ci farà da guida, che conosce tutte le vie e 
ci condurrà dove non vi sono Tedeschi, ma d'esso non 
vuol udir ragioni e ripete di continuo in bocca ai To- 
deschi mi non ghe vado. 

Allora io ricorsi all'argomento decisivo. Tu sai, gli 
dico, che fummo d'accordo di darti 2f Ive, ebbene te ne 
dò jo, ma tu verrai e se non vuoi venire io ti sequestro 
cavallo e biroccio e vado con questo giovine. 

A quell'intimazione rimane muto, e siccome mi ve- 
deva risolutissimo comincia ad interrogare il giovine 
come farà per fuggire i Tedeschi, la guida mi asse- 
conda, gli dice che anch'esso non ama per nulla an- 
dar in bocca ai Tedeschi, ma che evitando la breve 
.strada che da Roverbella conduce a Pozzolo sulla quale 
solo era probabile incontrarli, prendendo una più lunga 
in senso opposto o non si sarebbero incontrati ovvero 
si era in tempo di retrocedere verso Villafranca. Pare 
che quell'argomento sia stato il più decisivo, si ras- 
segnò. 

Quella traversata mi provò cosa vale una buona 
guida; quanti giri ei facesse mi è impossibile il dirlo; 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 1 

da una strada comunale, passava ad una consorziale, da 
una larga ad una stretta; ogni volta che si arrivava 
ad un crocicchio il baroccio si fermava ed ei discen- 
deva ad esplorare con occhi di lince la nuova via a 
percorrere ; una volta ci fece segno colla mano di non 
muovere ; subito il mio conduttore esclama: / Todeschi, 
andemo in drio. 

Vuoi finirla, gli rispondo, sarà nulla. Era infatti una 
persona che portava una falce che la guida aveva 
veduto dapprima in modo confuso, ma poi riconobbe 
ch'era un villico. Infine per venire alle corte noi ar- 
rivammo a Pozzolo sani e salvi; la guida mi procurò 
tosto, una barca per traversare il Mincio. Prima di 
partire stesi per iscritto quanto aveva incarico di dire 
ai comandante della truppa in Goito e l'affidai ad un 
individuo che si recava colà dalla sponda destra del 
Mincio ove non vi erano Tedeschi e quindi poteva 
farlo con sicurezza. Pagati i miei due uomini e data 
una stretta di mano e ringraziata di cuore la guida, 
passai il fiume su leggerissima barchetta. Erano le 9 
antimeridiane passate e faceva già un gran caldo. Poz- 
zolo dista da Volta circa tre chilometri, dei quali 
circa due corrono in piano ed uno in collina, ma 
tanta era 1' ansia di arrivar in tempo che presa un' 
accorciatoia traversai il tutto di corsa; la parte in 
collina era un sentiero erto in mezzo a sassaie anne- 
rite dal sole; io arrivai a Volta prima delle io, ossia 
nel tempo che mi era stato prefisso, ne aveva bensì 
perduto molto a Roverbella, ma evitando il giro di 
Goito lo aveva riguadagnato. Contento di quel suc- 
cesso chieggo ai primi soldati che trovo dove era il 



282 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

quartier generale. In casa Guerrieri, mi si risponde. In 
vetta al colle e nel punto il più elevato del paese 
sta quella casa grande e signorile, che prospetta con 
una delle sue fronti verso Valleggio. 

Traversare il Borgo e giudicare a colpo d'occhio che 
v'era stato qualche cosa di ben grave fu una cosa sola. 
Tutte le vie erano piene di soldati, ma stesi al suolo 
come persone affrante dalla fatica; non uno in piedi 
od occupato. Arrivato a casa Guerrieri mi faccio an- 
nunciare e vengo tosto ricevuto dal generale De Son- 
naz, in una sala spaziosa, ove vi erano molti ufficiali 
gli uni stesi sopra sofà, altri su sedie appaiate, essi 
pure con l'impronta di una grande stanchezza. Alla 
mia volta era sfigurato dalla immane fatica di quella 
corsa sotto il sole e basterà il dire che aveva uni- 
forme imbottita ed il sudore aveva trapassato il tutto. 
Si riposi, si riposi, furono le prime parole che mi rivolse 
il generale, ma io entrai tosto in argomento. 

Signor Generale, gli dissi, io reco un ordine della più 
alta importanza come vedrà dalla lettera, ed ho Poi inca- 
rico dallo stesso Re di pregarla ad attaccare al più tardo 
per mezzogiorno dalla parte di Bor ghetto. Il generale legge 
la lettera e poi alza le spalle e mi dice secco è im- 
possibile, -poi soggiunge, le mie truppe non possono muo- 
versi per la stanchezza. 

Io rimango attonito, ma poi mi permetto di ripe- 
tere la calda raccomandazione da parte del Re e lì 
s'impegnò un dialogo fra me ed il generale; dei molti 
ufficiali presenti nessuno in sulle prime si muove, nes- 
suno viene in mio aiuto, finalmente si avanza un gio- 
vine biondo e con voce dolce e quasi femminile, co- 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 y 



minoici a perorare anch'esso nel mio senso; se. non è 
possibile attaccare alle 12 si attacchi all'una, alle due 
ma si attacchi; il generale resiste sempre, dice ch'egli 
è il giudice di quanto è possibile, ma l'intervento di 
quel giovine ufficiale ha una decisa influenza, egli in- 
siste, il generale rimane un po' silenzioso e poi dice 
forse fra le 3 e le 4. Io respiro e dico al generale : 

Senta, signor generale : io doveva recarmi da qui a 
Bor ghetto colla sua truppa, perchè credeva che si eseguisse 
tosto l'attacco, ma ora veggo che ho il tempo di ritornare 
al campo per la stessa via p ella quale sono venuto; quanto 
meno potrò dire che attaccherà se anche più tardi di quanto 
si desiderava. Abbia la bontà di darmi la risposta in 
iscritto ed io riparto immediatamente. 

Ora mi devono servire il dejeunè, mi risponde, ed 
ella mi favorirà. 

Io mi rassegnai a quell' atto di gentilezza, e dico,, 
mi rassegnai, perchè realmente mi pesava perder tempo; 
frattanto cominciai a parlare anche con altri ufficiali 
e, come è ben naturale, il discorso cadde sulla batta- 
glia del giorno innanzi. Dalle finestre della gran sala 
ove eravamo, vedevasi Valeggio; un ufficiale che guar- 
dava con un cannocchiale, esclama ad un tratto: 1 
Tedeschi sono padroni di Valeggio e stabiliscono una bat- 
teria sulla collina del vecchio castello, proprio ai piedi 
di quelle poetiche antiche torri. Piccola è la distanza 
da Volta a Valeggio, in linea retta poco più di quattro 
chilometri; tutti guardano col cannocchiale e guardo 
anch'io; la batteria è pronta; si noti che dalle 9 an- 
timeridiane era incominciata la battaglia. I Tedeschi a 
Valeggio, vuol dire che si sono avanzati, diss'io; le 



284 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

cose non vanno bene; mi si rimescola il sangue e mi 
rivolgo al giovine, che, unico, aveva indovinato le mie 
sofferenze, e gli dico: Per carità mi lascino andare, 
prenderò un pane che mangerò per via, ma io voglio an- 
dare; il giovine (ch'era Govone ma che io non cono- 
sceva) esclama allora, volgendosi ai colleghi: ma oggi 
Federico non ci dà più da colazione. Il povero Federico, 
ch'era il cuoco, era certo innocente, poiché in quelle 
circostanze non è facile l'aver tutto puntualmente, ma 
infine poco dopo comparve il dejeune; il generale mi 
fa sedere alla sua destra e si discorre della battaglia 
<li Staffale, della quale ignoravano qualsiasi partico- 
lare, finalmente finisce anche la refezione ed io prego 
di nuovo il generale a volermi dare la risposta per 
iscritto. Ei si ritira col suo aiutante e poco dopo ri- 
torna e mi consegna una lettera diretta al general Sa- 
lasco. 

Io prendo commiato e parto rifacendo la stessa via 
da Volta a Pozzolo; ma siccome era in discesa ed 
io pienamente ristorato di forze, arrivai in breve tempo 
al Mincio di fronte al villaggio suddetto ; ma non 
havvi alcuna barca e non veggo anima vivente, né su 
l'ima né su l'altra sponda; largo assai è colà il fiume, 
io comincio a gridare ma inutilmente. Mi rimane un 
sol partito, quello di traversar il Mincio a nuoto; non 
solo era allora forte nuotatore, ma mi era esercitato 
a nuotar anche vestito sì che non era per nulla titu- 
bante, se non che nello stato nel quale mi trovava, 
il tentativo aveva non solo la probabilità ma la quasi 
certezza di riuscir male; si pensi in quale stato di 
sudore doveva essere un uomo che nell'ora più calda, 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 y 

ossia fra le dodici e l'una, aveva fatto una corsa da 
Volta a Pozzolo. Se il tratto da traversare fosse stato 
breve non avrei esitato un istante, certo che per quanto 
dovessi soffrire immergendomi nell'acqua fredda, l'avrei 
superato, ma invece era d'uopo rimanervi a lungo ed 
allora era impossibile evitare le conseguenze di una 
reazione violenta, decisi quindi di aspettare che fosse 
scemato il sudore e poi tentare la traversata a nuoto ; 
frattanto il cannoneggiamento si faceva più fitto e cre- 
sceva in me l'ansia; di quando in quando gridava di 
nuovo ma invano. Sulla sponda medesima del fiume 
sulla quale mi trovava ed a poca distanza eravi una 
casa agricola; entro in quella e vi trovo una donna 
con quattro ragazzi. 

Mia buona donna, gli dico, dovete farmi un gran pia- 
cere, dovete aiutarmi perchè possa avvertire alcuno al di 
là del fiume onde venga colla barca a prendermi. 

Ben volentieri, mi risponde la buona donna, e sorte 
con tutta la sua piccola brigata. 

Posti in linea, ed io nel mezzo, ad un segnale dato 
gridiamo tutti assieme con quanto fiato abbiamo in 
petto, ma nessuno risponde; si riprende e finalmente 
non so bene se alla quinta o sesta prova, ma certo 
dopo parecchie di esse, comparve una persona sulla 
sponda opposta. 

Trassi allora il fazzoletto facendo segno come de- 
siderava transitare e poco dopo si staccò una bar- 
chetta alla nostra volta. Ringraziai la buona donna e 
salii in barca. Durante la traversata il barcaiuolo mi 
• narrò che i Tedeschi erano realmente venuti sino 
presso Pozzolo, ragione per la quale tutti erano fug- 



286 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



giti, e si erano nascosti nelle case perchè in quelle 
circostanze il solo mostrarsi può costarla vita; seppi 
più tardi che a poca distanza da Goito avevano sor- 
preso un' ordinanza che conduceva dei cavalli di un 
ufficiale superiore (Villamarina) e li presero come 
preda di guerra; ma ritornando alla mia missione, 
benché quella sventurata combinazione mi avesse fatto 
perdere un tempo preziosissimo, io mi trovava sulla 
sinistra del Mincio; mi fu facile trovar un biroccino 
che mi conducesse a Villafranca, poiché si andava in 
senso opposto alla direzione d'onde potevano venire i 
Tedeschi. Colà arrivato trovai la mia buona ordinanza 
che non si era mossa ed era molto inquieta sulla mia 
sorte; gì' ingiunsi che apparecchiasse tosto il mio ca- 
vallo; il cannoneggiamento continuava vivacissimo, ma 
sopra linea estesa; mentre stava attendendo il mio 
cavallo nella piazza di Villafranca, veggo il conte di 
Castagneto, il fedele Intendente del Re. Gli narro quanto 
mi era accaduto e gli chieggo se sa dirmi ove trovisi 
il Re, ma ei non poteva precisar nulla; la battaglia 
durava da molte ore e nessuna notizia era pervenuta 
intorno al suo andamento. Data quelVincerte^a non sa- 
rebbe egli prudente, dissi io, che si facesse una copia 
della lettera del generale De Sonna^ e si facesse pervenire 
con altro me^joì Supponga che io cada prigioniero o morto, 
almeno vi è la possibilità che si sappia cosa rispose. Il 
conte di Castagneto trovò giusta la mia osservazione 
e copiò ei stesso la lettera e s'incaricò di cercare chi 
la recasse. Frattanto il mio cavallo era pronto; presa 
la lettera originale io montai a cavallo ed a gran car- 
riera m'avviai a casaccio verso il luogo d'onde veniva 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 287 

più forte il rumor del cannone; in breve raggiunsi i 
primi soldati e chieggo loro ove si trovi il Re, più a 
sinistra verso Fa leggio, essi rispondono, e sempre di 
gran carriera m' avanzo verso quella parte, trovo un 
corpo più forte ed il colonnello mi sa dire in modo 
preciso ove è il Re collo Stato Maggior Generale. 

L'uscita degli Austriaci da Mantova e la loro dimo- 
strazione contro Roverbella e contro Goito, era nota 
al campo, ed i miei superiori e colleghi ritenevano 
per fermo che io fossi rimasto prigioniero, o morto, 
talché quando io arrivai, ed erano le tre pomeridiane 
o poco più, il general Salasco fece un atto di sor- 
presa, e mi chiese d'onde veniva: 

Da Folta! 

Ma da qual parte? 

Da Popolo. Del resto ecco la risposta del generale 
De Sonna^ y e gli consegno la lettera. Ei la legge e 
fa un atto di dispetto, ed esclama rivolgendosi a me: 
Ma come! non vuol attaccare che alle cinque! 

Io non posso dir altro, risposi, se non che non voleva 
attaccare ne punto ne poco, lo pregai, lo scongiurai e mi 
promise d'attaccare fra le tre e le quattro, allora lo richiesi 
di darmi la risposta per iscritto. 

Fino allora la battaglia era rimasta indecisa. Il ge- 
nerale Bava sperando sempre nel sospirato attacco, te- 
neva fermo, ma quando lesse la lettera del generale 
De Sonnaz si decise a battere in ritirata e fu verso le 
quattro pomeridiane. La ritirata venne operata in buon 
ordine su Villafranca. 

Gran parte della notte la consumai assieme ai miei 
colleghi nel dar disposizioni per la ritirata dell'esercito 



288 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



su Goito, ed alle cinque dell'indomani (26 luglio) era- 
vamo in piedi di nuovo. La ritirata dopo una scon- 
fitta è qualcosa di ben grave, è un fatto militare che 
mette alla prova l'abilità d'un generale in capo, la sua 
calma, la sua presenza di spirito, la sua previdenza. 
Dipende da lui se il povero soldato è lanciato piuttosto 
in una catastrofe dalla quale pochi si salvano, ovvero 
se rimane ancora l'unità d'un corpo che sa farsi ri- 
spettare, e conservarsi per tempi migliori. 

Ei convien rendere giustizia al general Bava che fu 
all'altezza della grave sua missione; la ritirata dap- 
prima su Goito e quindi su Milano venne operata con 
tutto quell'ordine, che le difficilissime condizioni per- 
misero, ma anche gli ufficiali dello Stato Maggiore nei 
gradi inferiori non vennero risparmiati; dal 26 luglio 
che abbandonammo Villafranca al 3 agosto che arri- 
vammo a Milano, fu un lavoro continuo di giorno e 
di notte, e vi ebbero momenti assai gravi, ma per non 
anticipare, io tornerò alla prima dolorosa giornata, 
quella del 26 luglio. 

Io e colleghi eravamo tutti intenti a dar le disposi- 
zioni per la marcia delle truppe, quando udiamo delle 
grida che partono da una chiesa di Villafranca, ma grida 
disperate e acutissime; si accorre per vedere che cos'era, 
ci si presenta una scena spaventevole; una massa di fe- 
riti de' nostri soldati, tutti in un orgasmo indescrivi- 
bile, supplicando e gridando per essere trasportati via 
onde non cadere nelle mani dei Tedeschi, ritenendo 
come cosa certa di essere massacrati. Io dichiaro tosto 
che sono stolte, orribili calunnie; cerco persuaderli; 
ma come mai, si dice loro, potete credere una cosa simile, 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 289 



se abbiamo in mano più di mille prigionieri? Ma che ! Quei 
sventurati non ascoltano ragione, il panico li ha invasi, 
e rinnovano le disperate grida; che fare? Come e dove 
trovare, del resto, tanti carri per tutti quei feriti, ed 
erano molti, e non vi era tempo da perdere. Infine, 
per tentare di acquietarli e mostrare che si fa almeno 
quanto è possibile, si requisiscono alcuni grandi carri 
tirati da buoi e si comincia a caricare feriti; qui nasce 
una nuova scena straziante, tutti vogliono essere pre- 
scelti, ma il numero è soverchiarne; si fa una scelta a 
casaccio, si promette agli altri che si cercheranno nuovi 
carri, e si comincia col far avviare i primi verso Goito. 

Frattanto tutta la truppa è in moto; ogni quarto 
d'ora il general Bava manda un ufficiale a vedere se 
il nemico avanza, ei volle attorno a sé tutti gli uffi- 
ciali addetti allo Stato Maggiore, credo che fra i su- 
perstiti posso ancora annoverare il Minghetti, Vin- 
cenzo Ricasoli ed il duca di Dino. Alle ore 7 ant. era- 
vamo ancora nella piazza di Villafranca e l'ultimo atto 
• che si fece fu una lettera stesa su d'un tavolino d'un 
piccolo caffè nella piazza stessa, diretta al comandante 
dell'esercito nemico nella quale si raccomandavano i 
feriti alla sua umanità, e venne consegnata ad un im- 
piegato del Municipio pel ricapito. 

Non occorre dire ch'era stesa in termini tali da non 
lasciar punto travedere che si dubitasse d'un buon 
trattamento; e nessuno di noi dubitava davvero; ma 
anche quell'atto si era dovuto fare per calmare l'ap- 
prensione dei feriti che era impossibile di trasportare. 
Poco dopo le sette un ufficiale mandato in ricognizione 
annuncia che il nemico è in marcia; allora il general 

Ricordi, ecc. i<? 



29O CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



Bava e noi tutti abbandoniamo Villafranca avviandoci 
verso Goito. 

La marcia procedeva lenta ma regolata. Avevamo 
percorsi pochi chilometri allorquando un corpo di ca- 
valleria nemico di ussari, attaccò la nostra retroguardia 
all'estrema destra , ch'era composta della brigata Pie- 
monte. 

Fatto un dietro fronte que' bravi soldati impegna- 
rono un combattimento con tanta risolutezza che ste- 
sero al suolo un buon numero di assalitori e dalle 
relazioni che apparvero dopo si seppe che fra i morti 
vi ebbe un maggiore, precisamente un Seczeny, non 
sappiamo se della grande famiglia ungherese, ma il 
fatto è certo. 

Quei soldati in quella breve ma energica azione die- 
dero proprio l'idea del leone ferito al quale il dolore 
non scema ma aumenta la ferocia. Il nemico desistette 
dall'attacco. — A circa mezza via raggiungemmo il 
mesto convoglio de' feriti. Vi ebbe allora una sosta e 
per qualche tempo io mi trovai di fianco ad uno di 
quei carri; erano di quelli che colà si usano pel tra- 
sporto del fieno e sono assai grandi e muniti all' in- 
giro di una specie di restelliera, i feriti erano assisi 
e col dorso appoggiato a quella. Il caldo era oppri- 
mente ed alcuni di questi sventurati si erano levata 
persino la camicia, si vedevano torsi erculei, sopratutto 
di artiglieri, ma incredibili dovevano essere le sofferenze 
di molti che si contorcevano sotto gli spasimi; da ogni 
parte sgocciolava sangue. Per circa mezz'ora fui ob- 
bligato di rimaner al fianco di que' carri di dolore, 
senza poter recare il minimo sollievo e pur troppo 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 29 1 

non arrivarono nemmeno tutti vivi a Goito. Allorché 
si levarono da que' carri se ne trovarono due morti. 
Dio solo ha contate le sofferenze di que' infelici, e se 
que' tristi, che colle stolte dicerie di barbarie inven- 
tate, furono la vera causa di quella morte, forse im- 
matura, avessero avuto coscienza, avrebbero dovuto 
sentirne rimorso, ma ben lungi da questa si può in- 
vece esser certi che si saranno vantati di aver sparse 
quelle voci come mezzo d'infiammare alla resistenza, 
senza pensare che su ben pochi poteva produrre quel- 
l'effetto, e che moltissimi invece non chiamati a com- 
battere o divenuti impotenti, come precisamente i fe- 
riti, si sarebbero spaventati. — Non è a dire il male 
che produsse quella scellerata calunnia, che si sparse in 
tutta la Lombardia. 

Tornando ai nostri sventurati i più fortunati furono 
quelli che non si poterono trasportare e rimasero 
nelle ambulanze ove vennero trattati dai Tedeschi con 
tutta umanità , precisamente come noi trattavamo i 
loro feriti. 

Verso le ore 3 si arrivò a Goito ma, come ripeto, 
noi formavamo l'estrema retroguardia; il Re ed il 
grosso dell'esercito erano arrivati molto prima. Colà 
apprendemmo un fatto grave ; il giorno innanzi sì tosto 
era stata decisa la ritirata, il generale in capo mandò 
un ordine al generale De Sonnaz di tener fermo in 
Volta onde l'esercito nostro, ossia quello sulla sinistra 
del Mincio, non venisse girato da quella parte, e po- 
tesse fare la sua ritirata su Goito; quell'ordine scritto 
in matita venne affidato al duca di Dino perchè lo 
recasse a Volta. Era questi un bravo ufficiale francese 



292 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 



appartenente alla più alta aristocrazia di quella nazione, 
ed era venuto a far la guerra per amore all'Italia, 
aveva grado di capitano ed era in ottima relazione con 
tutti noi. Ei si diresse a me perchè gli spiegassi la 
via che doveva tenere, ed io colla carta alla mano gli 
indicai sì chiaramente la via da Villafranca a Pozzolo, 
precisamente quella che aveva fatto al mio ritorno da 
Volta, ch'era impossibile ogni equivoco ; per maggior 
sicurezza il capo dello Stato Maggiore volle che fosse 
accompagnato da una scorta di quattro carabinieri. Ei 
pervenne felicemente alla sua meta, ma per sventura 
quell'ordine steso in fretta e forse mal scritto venne 
interpretato a rovescio, ossia come un ordine di ab- 
bandonar Volta e nel mattino del 26, il generale De 
Sonnaz fece la sua ritirata su Goito. — Giunto colà 
il Re, sorpreso di trovarvi il corpo di quel generale, 
montò in collera e gli ordinò di ritornare immediata- 
mente a Volta, e riprendere quella posizione. Obbedì 
esso e la truppa benché stanca rifece il cammino, e 
giunse verso le sei ai piedi della collina. Quivi dopo 
breve sosta il generale ordinò l'attacco e s'impegnò 
una lotta vivissima col nemico che aveva il vantaggio 
della posizione dominando la pianura dall'alto , ma 
tale fu l'impeto dell'assalto, sopratutto della brigata 
Savoja, che il nemico venne sloggiato e venne ripresa 
Volta, ma con gran perdita da ambo le parti. 

Fu l'ultimo fatto d'armi brillante da parte della 
nostra truppa. Entrando in Goito, piccolo paese cinto 
da mura che ricordano il medio evo, s'incontra a si- 
nistra presso la porta una torre quadrata e tozza, io 
con altri salimmo su quella e vedemmo da colà l'avan- 



CAPITOLO DICIOTTESIMO. 293 



zarsi dei nostri, e l'attacco proprio al cader del giorno. 
Rinacque un raggio di speranza ma non doveva durare 
a lungo. — Nella notte si avanzò su Volta il grosso 
dell'esercito nemico ed i nostri dovettero nel mattino 
del 27 abbandonar di nuovo Volta, e ripiegare ancora 
su Goito, ove si trovò concentrato in quel giorno la 
gran parte del nostro esercito. Carlo Alberto cre- 
dette venuto il momento per trattar della pace , e 
mandò al campo austriaco i generali Bes e Rossi ed 
il colonnello Alfonso La Marmora ch'era capo dello 
Stato Maggiore della divisione comandata dal duca di 
Genova. Partirono prima del mezzodì di detto giorno 
27 luglio e si recarono a Volta e quivi conferirono 
col maresciallo Hess, il capo dello Stato Maggior Ge- 
nerale dell'esercito austriaco. Lunga fu la conferenza 
non essendo ritornati que' tre incaricati che verso le 
5 pomeridiane. Frattanto Carlo Alberto attorniato da 
suoi ajutanti e da tutti gli uffiziali dello Stato Mag- 
giore stava attendendo l'esito in un campo a Cerlongo, 
qualche chilometro più innanzi da Goito verso Volta 
seduto all'ombra d'un gelso, con un caldo canicolare. 
Eravamo su quel campo di battaglia che aveva veduto 
sorridere la fortuna il 30 maggio, ma in quel giorno 
invece tutto spirava mestizia, e ben poca speranza po- 
tevasi nutrire dall'esito delle trattative. 

Arrivati all'ora indicata i nostri incaricati presenta- 
rono al nostro Re un progetto di armistizio elaborato 
dallo stesso Hess. Si prendeva qual base, la linea del- 
l'Adda, cedevasi dall'Austria a Carlo Alberto su per 
giù, l'antico ducato di Milano. Si volle da taluno ne- 
gare quella proposta, ma il La Marmora divenuto più 



294 CAPITOLO DICIOTTESIMO. 

tardi ministro della guerra, ricuperò il documento ori- 
ginale colla firma del maresciallo Hess, datato da V'a- 
leggio del 27 luglio, ch'era rimasto presso il ministro 
Des Ambrois che accompagnava il Re qual ministro 
responsabile, ed ora quel documento si trova all'Ar- 
chivio di Stato in Torino. La cosa non ha più che un 
interesse storico, ma valgano questi particolari a di- 
mostrare il concetto che il nemico aveva dell'esercito 
piemontese, se per troncare la guerra acconsentiva 
ancora ad un sacrificio, qual era quello della cessione 
a Carlo Alberto di quasi tutto il paese che formava 
un giorno l'antico ducato di Milano. 



Klllllllllllim ' 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO 



Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata — Sof- 
ferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati — Epi- 
sodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa della 
linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su Piacenza 
— Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Mi- 
lano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale 
viene stabilito in casa Greppi. 



L'offerta del generale Hess parve troppo esigua a Carlo 
Alberto che rifiutò e quindi si dovette tosto pensare a 
proseguire la ritirata. Ciò avveniva verso la sera del 27 
e da quel momento non fu interrotta che dalle soste 
per combattimento della nostra retroguardia coll'avan- 
guardia del nemico, e d'una mezza giornata per un 
combattimento più lungo e serio sotto le mura di 
Cremona, avvenuto il 29. 

Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel 
disordine dei viveri e pel gran caldo; si sarebbe detto 
che pioveva fuoco; si cercava far camminare i sol- 
dati di preferenza nella notte, ma non sempre si 



296 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

poteva, e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a si- 
nistra in attesa di un attacco; aggiungasi a questo una 
polvere che avvolgeva le colonne intere della truppa 
che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta tolle- 
rarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di 
que' giorni, citerò un fatto che accadde a me, di nes- 
suna importanza per sé, ma espressivo qual prova dei 
caldo. Io recava a tracolla una tasca in pelle divisa 
internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il 
il cannocchiaiino da campagna e la carta geografica, 
nell'altra aveva una piccola scorta di cioccolatta incar- 
tocciata. Un giorno volendo levare il cannocchiale sba- 
glio lo scompartimento ed entro colla mano in quello 
della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in 
una poltiglia, ritiro immediatamente la mano e veggo 
che quella densa poltiglia altro non era che la cioc- 
colatta che si era fusa precisamente come se fosse 
stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era 
sparsa nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da 
molte ore e nelle più calde e la borsa in pelle nera 
facilitava il concentramento del calorico, ma si pensi 
a qual grado doveva salire per liquefare a quel modo 
la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sen- 
tirlo anche il nemico, era il medesimo sole che ci saet- 
tava e percorrevamo la stessa via, e ciò è verissimo; 
ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava nel mo- 
rale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto 
noi eravamo in condizioni diametralmente opposte; il 
Piemontese, vera stoffa da soldato, sentiva profonda 
T influenza morale, comprendeva che più non si scon- 
giurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 297 



quelle dello spirito che abbattono più delle prime, e 
d'altronde eravi poi anche questa differenza che quando 
l'esercito austriaco voleva riposare era padrone di farlo, 
ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che an- 
che in questo doveva subire la legge dal vincitore. 

Una causa grave di sofferenze come già accennai 
fu quella del disordine nella distribuzione dei viveri. 
Il servizio era male organizzato ed al campo vi ebbe 
sempre contemporaneamente in un luogo difetto e nel- 
l'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa 
viveri non mancò mai, ma così mal distribuita e so- 
pratutto poi nei giorni di battaglia, che il povero sol- 
dato rimase più d'una volta 24 ore senza cibo. Il vizio 
veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei 
viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo 
con disciplina militare; ora que' impresari temendo 
cader nelle mani del nemico e perder carri e cavalli, 
si allarmavano anche per pericoli ideali e ridicoli e 
trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre 
io (28 luglio) mi recava a Cremona per prendere dispo- 
sizioni, incontro un piccolo convoglio di quattro o cin- 
que carri, tirati da buoi che trottavano. Era nato un falso 
allarme per un preteso corpo austriaco che si diceva 
vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi 
dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè 
corressero, avevano aguzzato dei bastoni e pungevano 
con questi i buoi a sangue, al punto, che, quando io l'in- 
contrai, o per meglio dire li raggiunsi, trottavano alla 
lettera , come quelli che li pungevano. Sdegnato a 
quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo 
avanti al primo carro, intimai ai conducenti che si fer- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



massero, e li apostrofai con una vera scarica di epi- 
teti uno più forte dell'altro, poi gli dissi: che i Te- 
deschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro 
e noi v'erano più di 20 chilometri ed il nostro eser- 
cito di mezzo. Credesi forse che reagissero? Nulla af- 
flitto; si pigliarono in buona pace quel subisso d'in- 
solenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure come 
i buoi che cacciavano , quell'assicurazione del nessun 
pericolo per quanto condita bruscamente fece loro pia- 
cere , cominciarono a scusarsi dicendo che avevano 
visto altri a fuggire , e senza cercar altro fuggivano 
anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento 
dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse 
quel panico; mi feci promettere che avrebbero conti- 
nuata la loro via di passo e con tutta calma, ed io 
proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri all'e- 
sercito fu uno dei compiti più ardui che cadde sugli 
ufficiali lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio 
al 3 agosto: io non conobbi più ciò che volesse dire 
riposare su d'un letto; durante la notte procedeva sem- 
pre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde 
non mancasse il necessario; durante il giorno doveva 
portar ordini pei movimenti militari. Una cosa dolo- 
rosa che mi dava non poca pena erano le inevitabili 
dimande che mi facevano sulle probabili sorti della 
guerra , tutti speravano che si facesse resistenza e si 
desse battaglia, in modo che il loro paese non cadesse 
nelle mani dei Tedeschi; io non voleva illuderli, ma 
nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali, ma 
coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben 
comprendevano che la speranza di vincere non era 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 299 

grande. Ben potrei però accennare ad onore di più 
d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e 
quanta buona volontà vi mettessero. A Cremona , per 
esempio, ove io giunsi il 28 a notte avanzata trovai 
al Municipio il Comitato ancora riunito, e non è a 
dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad 
una dimanda assai forte per razioni di viveri; ma chi 
mai ricorda ora, chi apprezza que' meriti ? Eppure quei 
servici resi in circostanze cotanto difficili e sventurate 
esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io 
fedele a questa massima non vogli tacere un fatto 
che mi avvenne in quei giorni e che torna ad onore 
del clero e dei cittadini di Codogno. 

Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi re- 
cava in quel paese portando ordini; lungo la via in- 
contro un corpo di truppa che camminava stanco, spos- 
sato ; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi e veggo 
che un soldato che camminava in riva al fosso stra- 
dale lascia cadere un pane che rotola nel fosso ma 
di poca profondità ed asciutto, e né esso né altro 
fra i soldati si danno il fastidio di raccoglierlo. Mi ri- 
volgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'acca- 
duto. Che vuole, mi risponde d'esso, io ho dei soldati che 
non digeriscono più il pane, tanto hanno lo stomaco alte- 
rato e quindi non mi reca meraviglia quanto ella mi dice; 
tale poi è la stancherà generale che nessuno avrà voluto 
far la fatica di discendere nel fosso per raccogliere quel 
pane. Codogno è famoso pei suoi latticini, è un gran 
centro produttore di burro e formaggi; mi viene in 
mente di trar partito di quella sua ricchezza ed arri- 
vato indi a poco colà, dopo esaurito il compito affi- 



300 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



datomi, vado diritto dal parroco, gli dico che arriverà 
quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che 
a molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti 
ricchi fittabili si potevano fare delle polente ed unirvi 
un po' del famoso burro o del formaggio, era persuaso 
che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li avrebbe 
ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coa- 
diutore, gli ordinò che cercasse subito tre o quattro 
altri sacerdoti e si spargessero per Codogno esortando 
la popolazione a far polente accompagnandole poi con 
un po' di burro o di formaggio che i soldati sarebbero 
venuti a prenderle. 

Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui 
chiamati in aiuto, corrispose la bontà d'animo di quegli 
abitanti; in meno di due ore si erano preparate po- 
lente in ogni parte di quei grosso borgo. Frattanto 
era arrivato anche il corpo di truppa e si era accam- 
pato fuori del paese. Mandai ad avvertire il coman- 
dante come gli abitanti di Codogno avessero preparato 
una sorpresa pei soldati con polente e burro, volesse 
mandare buon numero di soldati onde trasportarle al 
campo. Il comandante non si fece pregare, e si videro 
file di soldati guidati da sacerdoti e cittadini alle di- 
verse case, che a due a due portarono quelle polente, 
alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte 
avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero 
gran festa a quel regalo. Molti anni dopo trovandomi 
io in Firenze in una società ed essendo caduto il di- 
scorso sul buon umore del soldato piemontese, un uf- 
ficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò : 
come essendo egli ufficiale d' artiglieria in una bat- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 301 



teria di campagna che nella ritirata del 1848, sopra 
Milano erasi fermata a Codogno, quegli abitanti aves- 
sero preparate delle polente con burro e formaggio, 
del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che 
egli aveva dovuto fare le meraviglie vedendo come quel 
piccolo avvenimento avesse tosto cambiato l'umore dei 
soldati, alcuni dei quali facevano dei brindisi colla po- 
lenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle 
enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostra- 
zione d'animo che generalmente dominava, non si può 
a meno di convenire nella sentenza di quell'ufficiale, 
che poco basta per eccitare il buon umore nel sol- 
dato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due 
righe di lode anche ai buoni cittadini di Codogno se 
anche solo dopo 35 anni? Quei slanci svelano la buona 
natura della popolazione; ma perchè si avesse a giu- 
dicare come merita, converrebbe potersi trasportare col 
pensiero a quei giorni. Universale, come ripeto, era 
lo spavento per le asserte calunniose crudeltà com- 
messe dagli Austriaci contro inermi cittadini. 

Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come 
pur troppo passati forse anche solo due giorni Codogno 
sarebbe stata occupata dai Tedeschi; non pertanto si 
adoperavano con tanto zelo ed amore verso i nostri 
poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto 
al numero che poterono parteciparvi in confronto al- 
l'esercito intero, ma fu di vero sollievo per quelli a 
cui toccò ed il contegno di quegli abitanti merita esser 
ricordato poiché verranno indubbiamente altri tempi, 
fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la ca- 
rità cittadina potrà essere di sollievo a soldati affranti 



5 02 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



dalle fatiche come quelli della ritirata del 1848. Augu- 
riamo pur sempre che la fortuna secondi le nostre 
armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere 
come cosa possibile anche rovesci e sventure. Ulti- 
mate le mie incombenze tornai a Cremona. 

Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città 
un attacco da parte del nemico, vi ebbe un combatti- 
mento che durò più ore; l'esercito nostro benché già 
sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza compatto 
ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte 
della gran superiorità di numero del nemico, non per- 
dette nella ritirata né prigionieri né un pezzo d'arti- 
glieria. 

Un grosso temporale venne anche in quel giorno a 
rinfrescare alquanto l'aria infuocata. 

Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più 
che la linea dell'Adda che ancora poteva prestarsi ad 
un piano di difesa, e realmente il 31 luglio il gene- 
rale Bava aveva impartito istruzioni in proposito. Ei 
contava sulla cooperazione del Comandante della i a Di- 
visione, il generale Sommariva D'Aix, il quale formava 
l'estrema sinistra, ed il 31 stesso mese aveva passato 
il fiume a Grotta d'Adda, ma il i° agosto sopraffatto 
dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vici- 
nanze, il generale Sommariva lungi dal poter dar la 
mano al generale Bava, erasi recato a Piacenza con 
tutto il suo corpo; quello sconcertò il piano della di- 
fesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero con- 
tromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle 
missioni, e precisamente presso il generale Ferrerò che si 
trovava in vicinanza di Pizzighettone mi avvenne di es- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3O3 

sere presente ad uno di quei spettacoli che difficilmente 
si ripetono, perchè prodotti da combinazioni fortuite, e 
da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del 
generale Ferrerò per recargli l'ordine di cambiare di 
direzione ; giunto a poca distanza da quella fortezza in- 
contro il generale Passalacqua che colla sua brigata 
seguiva la via tracciatagli in forza del piano di difesa 
che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai so- 
spendere la marcia e di voler prender cognizione di 
quell'ordine che recavo al generale Ferrerò. Ei stava 
leggendo quell'ordine allorquando si ode un colpo come 
di tuono cupo, ma tuttavia si forte da far tremare la 
terra, in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza 
un'enorme colonna di fumo, ma del diametro di più 
diecine di metri, e questa si slancia ad un'altezza non 
minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma, la 
cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade 
su sé stesso formando gran vortici di fumo ed av- 
volge dilatandosi tutta la fortezza; il generale Passa- 
lacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me e 
degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spet- 
tacolo sì imponente ma che non durò che pochi mi- 
nuti. 

Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una 
grande provvisione di polvere, più centinaia di barili; 
venuto l'ordine di sgombrare la fortezza non volevasi 
che quella preziosa provvista cadesse in mano del ne- 
mico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla, 
si cominciò a gettarne una grande quantità nell'Adda, 
ma quel mezzo di distruzione non riuscendo abba- 
stanza celere, venne il pensiero di accatastarne una 



304 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco, 
dopo prese le debite precauzioni perchè tutti si allon- 
tanassero. La polvere non trovando resistenza non pro- 
dusse che quello scoppio cupo che ho menzionato, ma 
la grande quantità generò quella sterminata colonna 
di fumo che dapprima produsse l'effetto di un torrente 
che andava dal basso all'alto, e finita la spinta si rove- 
sciò sopra sé stesso, si allargò dapprima a forma d'om- 
brello, e poi cadde generando una specie di nebbia nera 
che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire an- 
darono distrutte in pochi momenti, eppure era ancora 
l'unico partito che potevasi prendere. Salutato il ge- 
nerale Passalacqua, raggiunsi in breve il generale Fer- 
rerò che diede tosto le disposizioni per la nuova via a 
prendersi; ciò avveniva il i° agosto e qua ido il quar- 
tier generale era in Codogno. Colà si dovette il Re 
decidere, o ad andare su Piacenza, ovvero su Milano; 
ragioni militari avrebbero consigliato la prima via, ma 
Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano, 
che del resto era sempre stata la sua idea e l'esercito 
mosse alla volta di quella città. Il 2 agosto verso sera 
ebbimo ancora qualche scaramuccia col nemico nella 
vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agó- 
sto dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano. 

Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo 
a quello menzionato, non aveva più avuto notizia al- 
cuna diretta da quella città. Durante la breve fermata 
di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi 
faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto 
a mia moglie che si ritirasse in Piemonte, ma poi non 
avevo più avuto notizia di lei né della famiglia. Alle 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 305 

preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa pubblica, 
aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni pri- 
vate. Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il per- 
messo di potermi recare a casa mia, al che acconsentì 
pregandomi però di ritornare il più presto possibile. 
Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno. Giunto 
a casa mia appresi che mia moglie era andata a No- 
vara, il che mi fece gran piacere. A custodia dell'ap- 
partamento era rimasta solo una servente tutta spa- 
ventata per le dicerie che correvano, sicché cominciai 
col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto 
i vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a 
trovarmi avidi di avere notizie dell' esercito. Alla mia 
volta io non era meno ansioso di conoscere cosa era 
avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare fu un 
vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le re- 
ciproche risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore 
lo sa; io cercherò riassumere in breve ciò ch'io ap- 
presi in quel primo colloquio famigliare coi vicini fra 
i quali eranvi persone distinte, compreso un alto impie- 
gato dello stesso Governo provvisorio. 

La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio, 
elevato al rango di battaglia, nonché di quello più impor- 
tante di Staffale del 24 dello stesso mese, aveva elettriz- 
zato la popolazione ; l'ultimo in modo speciale era stato 
annunciato come una splendida vittoria, ed i fogli pub- 
blici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non 
essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo 
perchè le notizie potessero giungere, ed il pubblico 
non veniva in cognizione che circa ventiquattro ore 
dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra 

Ricordi, ecc. 20 



306 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di 
grande allegria per Milano che festeggiava la vittoria 
di Staffale. Alla sera vi ebbe illuminazione in più luo- 
ghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della guerra. 
La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran 
parte della notte successiva, fummo tutti occupati a 
dar provvedimenti per la ritirata, e credo che nessuno 
si assumesse Y ingrato incarico di partecipare al Go- 
verno la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe os- 
servare che non fu cosa molto regolare, ma in quei 
momenti si pensa dai capi anzitutto all'armata, ed era 
poi tanto più perdonabile la poca premura di dare quella 
notizia, in quanto che ignorandosi dal maggior numero 
la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur 
sempre ancora la speranza di poter prendere qualche ri- 
vincita. Solo il 26 luglio da Goito si cominciò a parteci 
pare ufficialmente al Governo provvisorio la nostra sven- 
tura. Ma come sempre avviene in simili circostanze, le 
notizie date dai privati avevano preceduto le ufficiali; 
già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha do- 
vuto circolare in Milano. Tuttavolta, siccome ira pri- 
vato non fa sempre impunemente lo spargitore di no- 
tizie infauste, è molto probabile che le prime fossero 
avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la gran 
massa del pubblico ignorava completamente il rovescio 
toccato il 25. Siccome però gli avvenimenti non da- 
vano tregua, cosi la realtà ha dovuto farsi strada ben 
presto, con che le notizie sfavorevoli finirono ad ac- 
cavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata 
del 27 cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non 
dell'armata, ma di quella massa di privati, che o per 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 307 

ragione di contratti ed appalti per sussistenze militari o 
per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito. Allora la 
verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è 
impossibile che non venga anche esagerata, per il che 
i fuggitivi sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti 
i tempi, così accadde che Milano passò bruscamente 
dall'esultanza per il trionfo ottenuto, allo spavento per 
la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata nella 
quale ebbe principio la triste fase di confusione e di 
spavento. Le notizie dell'esercito si succedevano ma 
tutte sfavorevoli; si era in piena ritirata. Il 28 sud- 
detto si annuncia che stava per cadere Cremona e quan- 
tunque, militarmente parlando, non poteva avere grande 
importanza, non essendo città fortificata da potere of- 
frire un punto d'appoggio per una resistenza; non è 
a dire quanto nel pubblico e sulla massa dei cittadini 
dovesse far senso quell'annuncio che venne tosto di- 
vulgato come fatto compito colle parole sono già a Cre- 
mona — è occupala Cremona — Cremona è caduta. I cit- 
tadini se la presero col Governo provvisorio al quale 
il giorno 29 luglio la piazza impose un triumvirato 
che assunse il nome di Comitato di pubblica difesa e 
cominciò a dare provvedimenti in suo nome. 

Queste furono le notizie più essenziali che potei 
avere in quel primo colloquio coi vicini di casa; fui 
obbligato a troncarlo presto, volendo essere esatto e 
ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore 
che mi erano state accordate. Giunto al Quartier ge- 
nerale ch'era in un'osteria fuori porta Romana, detta 
di San Giorgio, mi venne assegnato un alloggio in una 
delle più vicine case. Le ore vespertine di quel giorno 



308 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

vennero impiegate in preparativi per la battaglia dive- 
nuta inevitabile per 1' indomani. Le truppe vennero 
collocate fuori della città in gran cerchio che appog- 
giavasi colla dritta al Naviglio di Pavia; aveva il suo 
centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla 
sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa 
era però affranta dalla fatica e dalle sofferenze per il 
gran caldo. 

Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai al- 
cune ore con due amici che mi vennero a trovare e 
con ottimo consiglio avevano preparato un po' di pranzo 
in un'osteria vicina. Nel breve colloquio a casa mia 
non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie 
le più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Mi- 
lano; ma con quei amici, uno dei quali era ufficiale 
della Guardia Nazionale e l'altro persona dell'alta so- 
cietà, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie intorno 
agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma 
rimontando anche addietro. Essi mi narrarono come 
nei due mesi passati i partiti avessero sconvolto Mi- 
lano, come si fossero imposti alla popolazione con 
una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come 
molte famiglie civili fossero andate in campagna per 
sottrarsi a quella tirannia. Si predicava apertamente la 
necessità della Repubblica; ben prima di quei giorni, 
il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente 
sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza 
s'era fatta onnipotente; si univano quindici o venti, 
si recavano in piazza S. Fedele avanti al palazzo Ma- 
rino ove sedeva il Governo, e cominciavano a gridare 
ad alta voce, fuori il Governo provvisorio e volevano no- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 309 

tizie dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come 
potesse camminare l'amministrazione pubblica, in si- 
mili condizioni, è facile immaginarlo ; si facevano piani 
di campagna, e si discutevano, nei giornali i più esal- 
tati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbli- 
gava talvolta lo stesso Governo provvisorio ad inge- 
rirsi con consigli che provenivano da loro, nei piani 
di guerra. Quanto al futuro regime da darsi alle Pro- 
vincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi 
sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella 
che godevano e della quale tanto abusavano; la stampa 
infine si era convertita in vera reale tirannia per i 
tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire denun- 
ciati di Pkmontesismo o di poco liberali, e perfino di 
aderenti in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti 
ne andò il giornale detto L'Operaio, redatto da certo 
Perego, era divenuto un vero flagello pei cittadini ; 
entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio 
l'onoratezza e la buona fama di oneste persone M. 

Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la con- 
fusione che tutto quell'insieme aveva generato nelle 
menti, e voler rappresentare lo stato morale della città di 
Milano nel giugno e luglio del 1848. Non occorre tam- 
poco accennare come gli autori principali di quei disor- 



(1) Il nominato Perego, che si atteggiava a vera potenza nel campo della stampa, 
al ritorno degli Austriaci si pose al loro soldo. Se lo fosse anche prima non sa- 
prei, poiché né io lo conobbi, né mi occupai gran fatto di lui; so di certo che 
aveva la sfrontatezza di mettere ih ridicolo il gran tentativo dei 1848 ogni qualvolta 
gli veniva il destro. Ei finì coll'essere redattore di un foglio ufficiale che si pubbli- 
cava a Verona. Un giorno (credo nel 185S) si udì che assalito da atrocissimi dolori 
era morto repentinamente. Nessuno lo compianse né più si parlò di lui. 



3 IO CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



dini, sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si Lin- 
ciassero contro il Governo provvisorio reclamando la 
sua rimozione, dichiarandolo inetto e non al livello 
dei tempi e delle gravi circostanze; se nonché allor- 
quando il pencolo si fece maggiore e gli Austriaci si 
avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fug- 
girono ed i più andarono a Lugano per sorvegliare, 
come dicevano, gli avvenimenti. 

Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30 
luglio al i° agosto, ossia quando si sparse la notizia 
che i Tedeschi aveano ' passato l'Adda, fu qualcosa 
d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire dalla 
città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo 
che questo spaventava vieppiù coloro che non pote- 
vano assentarsi ; prevalse il partito più sano di lasciare 
che ognuno facesse quello che voleva ed una massa 
veramente considerevole abbandonò Milano, e real- 
mente quando si giunse coli' esercito, si trovò assai 
squallida. Pur troppo però quei giorni di grande esal- 
tazione non andarono privi di gravi sventure. Si parlò 
ancora di spie,, di tradimenti, d'intelligenze col nemico, 
e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze 
erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contem- 
plare il castello, venne circondato da popolo che lo 
qualificò senz'altro da spia; lo sventurato si smarrì 
ed allora gli furono addosso con calci e con pugni; 
alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella 
scena s'intromisero e protestando che lo volevano con- 
durre all' ufficio di Sicurezza Pubblica, lo presero di 
mezzo, se non che, durante il tragitto i più esaltati si 
lanciavano contro di lui dandogli pugni nel ventre e 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 1 1 

nello stomaco, sicché allorquando arrivato all' ufficio 
venne introdotto nella camera stessa del Direttore get- 
tatosi su di una sedia, spirò. Venne poi riconosciuto 
che era un Ticinese, appaltatore di opere stradali, ot- 
timo uomo che non avea mai fatto male a nessuno. 
Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei 
giorni, perchè questo mi venne narrato dallo stesso 
Direttore, l'illustre Fava, che fu presente alla morte 
dello sventurato. Così in quella città, ove nel marzo 
dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza, 
ossia uno dei capi più esecrati della Polizia austriaca, 
si inveiva anche per lontani sospetti contro innocenti; 
tanto influisce anche sulle masse la fortuna favorevole 
o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato il sen- 
timento della popolazione, l'aveva inalzato alla gene- 
rosità ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo 
quando si pensa che il Bolza aveva tiranneggiato per 
lunghi anni, sicché il suo nome godeva di triste cele- 
brità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato 
le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo 
che cadde sopra innocenti. Nella popolazione vi era 
però sempre una parte buona, umana e calma, come 
lo provò il tentativo per salvare l' infelice Ticinese e 
come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa 
due settimane nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni 
erano laceri; l'indomani dell'arrivo, ossia il giorno 
4 agosto di buon mattino, vedevansi i cittadini distri- 
buir camicie ai soldati e recarne carri interi ai campi; 
i soldati che per una ragione o altra entravano in città, 
venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e be- 
vande; la gran massa dei cittadini mostrava infine il 



|I2 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



suo buon cuore e capiva, col suo retto senso, che 
quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza. 
Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei 
giorni nefasti, si accenna in non poche di esse a fatti 
diametralmente opposti, ad ufficiali ed a soldati insul- 
tati, non solo, ma contro i quali si tirarono fucilate e 
vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo in- 
cluda una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto, 
havvi fra i due questa differenza, che quelli che io ho 
citati sono del 4 mattina, e li posso garantire in tutta 
l'estensione del termine, poiché fui presente io stesso 
alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti narrati 
di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, per- 
duta anche la battaglia sotto Milano, più non eravi 
speranza alcuna, e solo i più esaltati dominavano nelle 
vie. Ma ritornando ora al convegno coi miei amici, se 
io aveva chièsto molto a loro, non era poco nemmeno 
quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale, 
ciò che più d'ogni cosa gli interessava, era di cono- 
scere il vero stato dell' esercito, e quale affidamento 
potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile bat- 
taglia che doveva aver luogo l' indomani. Io non po- 
teva ascondere i miei dubbi e parlava con persone 
troppo franche per non usare anch'io di egual fran- 
chezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la 
sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera, 
quella del generale Sommariva che era andato a Pia- 
cenza; faceva parte di quella divisione una delle bri- 
gate che più si erano segnalate nella campagna, la 
brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottra- 
zione era facile immaginarlo. Oltre di questo non pò- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 313 

teva ascondere lo stato veramente deplorevole in ge- 
nerale del nostro esercito; ma, come suol dirsi, finché 
havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere 
una possibilità di combattimento felice; si calcolava 
inoltre su certe inondazioni che dovevano aver luogo 
e che avrebbero rese difficili le mosse del nemico; se 
ne parlava di già a Lodi di questo piano di allaga- 
mento. Soverchiarne era il numero dei nemici, ma si 
sperava anche qualche aiuto nella Guardia Nazionale, 
infine qualche speranza potevasi pure ammettere. Tardi 
ci congedammo poiché e dall' una e dall' altra parte 
eravi sempre qualcosa da chiedere. 

L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'oste- 
ria di S. Giorgio agli ordini del mio capo. Il re Carlo 
Alberto aveva colà passata la notte. Le notizie del ne- 
mico confermavano sempre più che avrebbe in breve 
attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avam- 
posti, l'attacco formale che segnalò il principio della 
battaglia non ebbe luogo che poco prima del mezzo- 
giorno. 

Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori 
di porta Romana ed a circa mezzo chilometro, se pure, 
dalle mura della città. I Tedeschi fecero lo sforzo prin- 
cipale su di un punto intermedio fra porta Romana e 
porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione 
era divenuta generale; vi ebbe più di un morto e fe- 
rito a poca distanza dal Re, e posso anzi narrare un 
fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava in 
prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro 
ad esso stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e 
vicino a questi mi trovava io; alquanto più addietro 



314 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

eranvi altri ufficiali ed addetti allo Stato Maggior Ge- 
nerale, fra i quali uu colonnello polacco. 

Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro 
così singolare, deviata probabilmente dall'aver battuto 
contro piante che entrò nel gruppo degli ufficiali, che 
stavano dietro il generale Salasco, portò via netto la 
testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a fe- 
rire un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano 
come scorta e gli fece sì profonda ferita che si dovette 
ammazzare tosto onde por fine alle sue sofferenze. 
L'inondazione sulla quale si faceva assegno non ebbe 
luogo. La Guardia nazionale però intervenne in nu- 
mero non molto grande, ma di certo vi era. Verso 
le tre sopravvenne un temporale con tal violenza che 
sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si de- 
cisero a Gambaloita ove i Tedeschi presero due can- 
noni e dopo le quattro venne ordinata la ritirata, ed il 
Re Carlo Alberto entrò in città. 

Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del 
palazzo Greppi, per stabilirvi il Quartier generale non sa- 
prei dirlo. Certo si è che fu un' idea infelicissima e 
forse devesi a quella scelta se l'indomani si ebbero a 
lamentare quei disordini che resero così segnalato il 
giorno 5 agosto. Colà sceso anch' io dovetti pensare 
un po' anche ai casi miei, e però presentatomi al ge~ 
naie Salasco lo pregai che mi permettesse di andare a 
casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno 
dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare, 
ma non sapeva se e quando avrei potuto ritornare; il 
generale acconsentendo volle che indicassi io stesso 
l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9 antime- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 I 5 

ridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella 
notte sì triste per me, dirò solo che la passai in bona 
parte raccogliendo quanto potei in documenti e valori, 
mettendo un orribile scompiglio in tutte le mie carte, 
assistito unicamente dalla servente che piangeva com- 
prendendo benissimo eh' io doveva partire per sempre 
ed essa rimaneva incerta della sua sorte; in mezzo al- 
l'ansia che me pure opprimeva mi toccava a farle co- 
raggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole, che 
giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e 
poteva sempre calcolare sul mio appoggio ovunque 
fossi. Riunito che ebbi le mie carte a notte già bene 
avanzata presi un po' di riposo. L'indomani di buon 
mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni 
prese la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le 
8 ip tenesse pronto il cavallo volendo essere esattis- 
simo alla mia promessa. 

Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto ab- 
bandonai la mia casa per avviarmi al quartier generale 
principale in casa Greppi. 

Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Ve- 
nezia) vidi gruppi di cittadini che parlavano con grande 
animazione, altri procedevano mestissimi; allorché ar- 
rivai presso la piazza del tempio di S. Carlo due cit- 
tadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, co- 
minciando col chiedere scusa se si permettevano di 
fermarmi mi interpellarono : se era vero che si era con- 
chiuso un armistizio e l'indomani dovessero entrare i Te- 
deschi. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed 
aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola ar- 
mistizio mi era di già giunta all' orecchio partita da 



3 l6 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

uno dei crocchi incontrati ove si declamava ad alta 
voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva si 
bene lo stato dell' esercito da giudicar tosto come la 
cosa esser dovesse non solo possibile ma inevita- 
bile ; tuttavia siccome io ignorava in realtà quel 
che fosse seguito mi limitai a risponder loro : io non 
so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Ouartier 
generale. Fui contento di non dovere aggravare il loro 
dolore con una risposta positiva, né eravi ragione di 
dir loro cosa io ne pensava. Oggi vuole essere una gior- 
nata seria, dissi però a me stesso: Oggi più che mai 
occorre prudenza e calma, e feci proponimento di man- 
tenerla. 

Punto" io pure dal desiderio di conoscere la verità 
spinsi il cavallo al trotto e presa k via di S. Paolo ed 
il vicolo di S. Fedele entrai nella via di S. Giovanni 
alle case rotte che sbocca sulla corsia detta allora del 
Giardino (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi casa 
Greppi. 

Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via, 
allorquando odo il rumore di grida confuse ed un in- 
dividuo armato di fucile mi viene incontro e gestico- 
lando e movendo il fucile come fosse un bastone pro- 
rompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso 
la parola casa Greppi. La via di S. Giovanni alle case 
rotte continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a 
destra dalle case, che sussistono ancora, ed a sinistra 
dalla cinta di un giardino ed era anzi piuttosto stretta ; 
l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e movendo 
furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava lette- 
ralmente. Io che non capiva nulla di quel suo schia- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 317 

mazzo, signore, gli dissi senza scomporrai, io non so* 
cosa ella voglia, io vado precisamente a casa 'Greppi e 
non ho bisogno che nessuno mi insegni ov e, faccia il favore 
di sgombrarmi la via. Queste parole le pronunciai in 
tuono risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come 
paralizzato, non replicò verbo, si ritirò da un lato ed 
io che non era più lontano di un centinaio di metri 
da quella casa ben presto la raggiunsi. La corsia del 
Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso 
enorme, entrai nel cortile di casa Greppi pieno di sol- 
dati, consegnai il mio cavallo ad un carabiniere e salii 
all'appartamento dov'eravi il Re Carlo Alberto e l'uf- 
ficio dello Stato Maggior Generale, e mi presentai al 
mio capo il generale Salasco. Oh era ben sicuro, mi disse, 
della stia puntualità, e poi soggiunse. Oggi è probabile 
che noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi. 
Può contarvi con sicurezza, risposi io e fatto il mio in- 
chino ritornai nella sala attigua dove vi erano i miei 
compagni. Appresi da loro cose gravi, l'armistizio era 
stato conchiuso durante la notte e recava che entro il 
mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercita 
Sardo avrebbe abbandonato Milano ritirandosi in Pie- 
monte; quell'armistizio era stato communicato al Mu- 
nicipio non che al Comitato che fungeva da Governo, 
la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella 
notizia. Era naturale che il primo effetto esser dovesse 
quello dello spavento; le voci per quanto false anzi pret- 
tamente calunniose di crudeltà commesse contro prigio- 
nieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche 
in Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto 
irritati questo pò: no, si disse da molti ed in ogni parte 



3 l8 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

della città; il ricordo delle Cinque Giornate era sempre 
fresco; le condizioni totalmente mutate dell'esercito au- 
striaco erano ignorate dai più ed altri nel loro esalta- 
mento non si davano per intesi ed il grido alle barricate, 
alle barricate risuonò di nuovo in Milano. Frattanto al- 
cuni fra i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi 
e volevano sapere netto e chiaro cosa era vi di vero; im- 
pediti di salire cominciarono a gridare nella via e poi 
si fissarono in capo di voler tenere come prigionieri 
quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re. 
Si fu precisamente in quel momento di primo impeto 
che sopravvenni anch'io ignaro di tutto e per questo 
non aveva compreso nulla di ciò che volesse 1' indi- 
viduo clie mi aveva fermato presso lo sbocco della via 
di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi 
non si era però tranquilli, cominciarono taluni a dire 
che dovendoci battere era ben meglio batterci contro i 
Tedeschi che contro i propri cittadini e come avviene 
che una corrente d'idee generosa nel suo fondo seb- 
bene d'impossibile esecuzione, prima di essere abban- 
donata conviene che faccia il suo corso, perchè non si 
trova chi abbia il coraggio di opporvisi, così a poco 
a poco s'impadronì dei presenti l'idea della resistenza 
che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto 
il dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima 
spinta decisiva, avvenne uno di quei fatti che sono ca- 
ratteristici in quei momenti di esaltamento. 

Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti 
a ceto civile, vengono non armati e chieggono di par- 
lare a Carlo Alberto; egli ordina di lasciarla passare 
e viene egli stesso nella sala maggiore piena di uffi- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 319 

ciali d' ogni grado. La folla si apre, compare da un 
lato la grande, la maestosa ffgura di Carlo Alberto, dal- 
l'altro si avanzano tre o quattro cittadini che vengono 
a parlare a nome del popolo milanese. A capo era un 
individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina; 
giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed 
aprendo le braccia: Ah ! Maestà, esclama con voce sten- 
torea, salvi la sventurata Milano, e continuò di quel tuono; 
ma non volendo riferire che quanto rammento in modo 
esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del 
suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera 
fra il Re e quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo 
imponente il vedere queir individuo di forme atletiche 
iti ginocchio colle braccia stese davanti a Carlo Al- 
berto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti ancor 
vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno 
quella scena colla precisione che la ricordo io. Quando 
l'individuo ebbe finito, si al^i y disse Carlo Alberto, ci 
penserò. Si ritirò con alcuni generali, ricevette ancora 
una deputazione e si decise di difendersi. L'oratore che 
si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la 
buona notizia. 

La parola era data; non parve a quelli che contor- 
navano il Re e fors' anche a lui stesso che ciò ba- 
stasse per far conoscere la sua intenzione; conveniva 
farlo in modo solenne e si deliberò farlo mediante un 
manifesto. 

Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella 
sala ove aveva avuto luogo la scena che ho descritta al- 
lorquando mi si avvicina un ufficiale e mi dice che il 
general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un lo- 



320 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

cale vicino pieno anch' esso di ufficiali ed il generale 
Sala.sco mi dice favorisca s fender lei il manifesto. Si può 
facilmente immaginare l'impressione che doveva farmi 
simile incarico. Signor generale, risposi io, obbedisco ma 
voglia avere la compiacenza ài spiegarmi bene il concetto 
che devo esprimere. 

Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi, rispose 
d' esso, e poi soggiunse: Caro Torelli, vegga di far presto. 
Mi portarono un foglio di carta ed un calamaio; riti- 
ratomi in un canto della stessa stanza in mezzo ai ru- 
more di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti 
stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa 
contro Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, ac- 
carezzando l'ultimo filo di speranza, aveva voluto recarsi 
a Milano anziché a Piacenza ben fortificata e dove po- 
teva riposare e ricomporre 1' esercito. Ma era detto che 
solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire. 

Nel breve tempo che impiegai a stendere quel ma- 
nifesto mi venne vicino il generale mio capo, per ve- 
dere se avrei presto finito, tanto era impaziente. Non 
molti di certo si trovarono si pressati ed in momenti sì 
difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta im- 
portanza in nome d' un sovrano. Finito che ebbi di 
stenderlo lo lessi al generale Salasco, ma accortomi 
che qualche frase meritava di esser corretta. Permetta, gli 
dissi, che 'lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene rispose e 
corse a mostrarlo a Carlo Alberto che 1' approvò pie- 
namente. Allora più non vidi quel foglio che doveva 
avere esso pure le sue vicende 0). Venne recato alla 



(0 Vedi Allegato 111. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 21 

stamperia più vicina, stampato, ed immediatamente dif- 
fuso in tutta Milano. 

Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla 
difesa. 

Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare 
in giro a portare gli ordini relativi ed io fra questi 
sono incaricato di andare nelle parti più lontane di 
Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento alla 
porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone 
che si agitano, che gridano, che spiegano la cosa a 
nuovi che sopravvengono con intenzioni ostili non co- 
noscendo ancora la determinazione della decretata di- 
fesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la 
voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì 
e mi lasciò passare. 

In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava 
a traversar strade centrali, preferii andare diritto per la 
Corsia del Giardino e quindi presi la via lungo il na- 
viglio meno frequentata, ma dove poteva spingere il 
cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere la 
sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli or- 
dini. Essi ignoravano completamente ciò che era av- 
venuto in casa Greppi, né sapevano comprendere la 
possibilità di una difesa che avesse probabilità di riu- 
scita. Quella missione mi procurò la conoscenza delle 
condizioni della città anche nei luoghi lontani dal cen- 
tro — chiuse la gran parte delle botteghe; la popola- 
zione a capannelli, ma scarsa; regnava ovunque la de- 
solazione o lo spavento. Il collegio Calchi Taeggi ove 
dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta la 
mia missione ripresi il mio cammino, se non che ve- 

Ricordi, ecc. 2I 



322 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

dendo come qua e là s'inalzavano barricate stimai non 
essere prudenza il tornare al mio posto a cavallo, poi- 
ché era molto probabile che o non vi potessi arrivare 
od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di 
Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai 
il mio cavallo e per la via la più breve mi ricondussi 
a casa Greppi. Nella via Monte Napoleone ed in quella 
di S. Vittore Quaranta Martiri (ora Pietro Verri), nella 
via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino, si erano 
già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo 
dello stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la 
fede nel successo ; non mancava per piccolezza d'animo, 
ma perchè ognuno sentiva che ben altre erano le con- 
dizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cer- 
casse di illudersi era troppo chiaro che l'esercito au- 
striaco nulla aveva che fare con quello del marzo pas- 
sato; moltiplicato al decuplo e forse più, compatto ed 
ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello 
che era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione? 
L' esercito piemontese, si era battuto gagliardamente, 
ma era stato vinto, la ritirata era stata disastrosa, Mi- 
lano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati affranti 
dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istu- 
piditi, eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si 
era ancor battuto il giorno innanzi, aveva lasciato sul 
terreno più di un bravo ufficiale e non pochi soldati, 
ma era stato soccombente. L'esercito austriaco accer- 
chiava sempre più da vicino la città e vasto si esten- 
deva il suo campo con innumerevole artiglieria; se 
anche i cittadini non sapevano enumerare distintamente 
tutte quelle cause esse reagivano colla potenza della 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 323 

realtà. Allorché giunsi di nuovo a casa Greppi trovai 
la via ancor sempre stipata da gente e continuava il 
gridio, mi presento al mio superiore, rendo conto della 
mia missione, ma tosto mi accorgo che la scena è cam- 
biata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era 
già arrivato e convien dire che giudicassero della pos- 
sibilità di una difesa come la giudicavano coloro ai 
quali aveva recato io gli ordini. A togliere ogni spe- 
ranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un gene- 
rale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a 
quell'ora poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or 
come si fa a difendersi senza munizioni? 

Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi que- 
sto allo Stato Maggior Generale? 

Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed 
in epoca di calma ed andamento regolare della cosa 
pubblica, vuol giudicare di epoche e momenti cotanto 
eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima 
condizione è il sapersi investire di quelle circostanze 
e di quei momenti cotanto critici, ed allora molte cose 
che sembrano impossibili diventano spiegabili. La spie- 
gazione più ovvia che si potrebbe dare si è il dire: 
che oggi, assai più che in allora, la storia registrò 
fatti ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni 
in momenti difficili. Per qualche tempo fu un continuo 
arrivo al palazzo Greppi di ufficiali superiori, di aiu- 
tanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel pub- 
blico cominciava a trapelare la verità, ossia come la 
difesa fosse cosa impossibile. Il proclama avea destato 
in alcuni entusiasmo, ma in altri spavento; molti si 
chiesero se quella resistenza non avrebbe potuto co- 



324 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



star assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il 
Podestà ossia la persona la più competente per parlare 
in nome della città; quella carica cotanto importante 
iti quei momenti era coperta dal nobile Paolo Bassi, 
distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova. Piene 
erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado 
mesti e silenziosi; io mi trovava nella maggiore di 
esse, allorquando quasi ad interrompere quella mono- 
tona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo del Po- 
destà di Milano con due altri Assessori. S' informa 
immediatamente il Re che viene incontro e si ferma 
precisamente in quella sala, e direi quasi all'identico 
posto ove poche ore prima avea avuto luogo la scena 
che ho descritto di quello che implorò pietà per Mi- 
lano; si preparava allora una scena opposta, ma quanto 
più sublime! Nel primo caso era il dolore che accie- 
cava la ragione, nel secondo era invece la ragione che 
imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo 
di statura ma d'una figura nobile piena di espressione, 
s'avanza calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi 
con voce commossa chiede se si sono ben considerati 
anche i pericoli di quella lotta! Che non esprimeva la 
sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacri- 
ficio ha dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desi- 
derare la difesa se fosse stata fra le cose possibili; ma 
a lui, il capo della città, non era lecito il chiudere gli 
occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli poteva an- 
che costar caro, perchè vi erano esaltati che non vo- 
levano udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva 
la sua persona al bene del paese e veniva a compiere 
un atto doloroso ma che gli era imposto dal suo do- 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 525 

vere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime 
per la sua abnegazione. 

Pur troppo la difesa non è possibile, fu la risposta di 
Carlo Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si 
ritirò. Il Bassi rimase alcun poco con noi, io lo co- 
nosceva personalmente perchè ei faceva parte di quella 
Commissione per la legge elettorale alla quale apparte- 
neva anch'io prima di andare al campo; tosto ritira- 
tosi Carlo Alberto mi stese la mano : caro Torelli, mi 
disse, ci conoscemmo in tempi migliori. Quella Commis- 
sione avea seduto nell'aprile e maggio, i mesi delle 
più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo, 
ma non fui capace di aprir bocca, ero commosso di 
quella scena, di quella lotta che lacerava il petto a 
quell'uomo virtuoso. 

Partito anche il Podestà si pensò seriamente a ve- 
nire ad accordi definitivi col nemico, a riprendere le 
trattative per l'armistizio che era stato conchiuso la 
notte prima, ma poi disdetto ; in pari tempo conveniva 
avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti 
a casa Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per 
questo furono di nuovo messi in moto gli ufficiali 
lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con quale di- 
sposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, do- 
vevamo comunicare questi ordini; e notisi che in 
causa delle barricate non era più possibile valersi del 
cavallo. Allorquando finito anche quel compito, io ri- 
tornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta 
impossibilità di rompere la folla; arrivai quando du- 
rava ancora quella scena stranissima fra il popolo nella 
vìa e gli oratori al balcone di casa Greppi ; il popolo, 



326 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

ossia quella frazione minima del popolo milanese che 
pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno 
all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità 
della difesa; si invocavano le Cinque Giornate, si ammo- 
niva contro la prepotenza degli Austriaci che non 
avrebbero mantenuti i patti, si citava l'esempio di Vi- 
cenza; tutto questo come se non dipendesse che dal 
volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tutta- 
volta io che aveva veduto ed era stato nel mezzo della 
folla del mattino, trovai che la violenza era scemata 
di molto; si succedettero più oratori cercando spie- 
gare la necessità di sottomettersi, ed insistendo so- 
pratutto sulla garanzia pattuita delle persone e delle 
proprietà. 

Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora 
io entrai per la terza volta in casa Greppi per non più 
uscire che a notte avanzata. Tralascio di soffermarmi 
su quelle tristi ore, e dirò solo come fattosi notte co- 
minciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati che 
ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qual- 
che colpo di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che 
non si reagiva indusse l'idea che si aveva timore. Però 
anche quel gridìo, quello schiamazzo non era conti- 
nuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed 
udivasi qualche insolenza più distintamente come da 
persona che voleva dimostrare che aveva più coraggio 
degli altri, talvolta cessava anche interamente ogni ru- 
more. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di 
loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era 
un continuo via vai che durò più ore. Finalmente si 
decise di farla finita. Io me ne stava presso l'apertura 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 327 

di una finestra, che pel gran caldo che faceva erano 
tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che 
vuol parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva 
quell'alta carica il generale marchese Carlo La Mar- 
mora, principe di Masserano ; egli era ciò che si di- 
rebbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo 
franco come un soldato che va ritto al suo scopo. En- 
trando immediatamente in argomento, mi chiede se io 
voleva assumermi di andare a prendere e condurre colà 
due battaglioni delle guardie e disperdere quella ciur- 
maglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un 
tatto della più squisita delicatezza mi fece compren- 
dere che sapeva di darmi una missione che non era 
senza pericoli. 

Signor generale, gli risposi, io parto immediatamente, 
abbia solo la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie. 
— Fuori di Porta Romana, mi rispose d'esso. 

Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio 
che mette alla via e che era pieno di carabinieri chieggo 
al capo-posto che mi apra. — Egli esita — ma..'. Si- 
gnor Ufficiale... mi dice... Signor Ufficiale!... Io com- 
prendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei cre- 
deva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser 
la stessa cosa, ma io non divideva quel timore e gli 
dissi: apra pure; io ho molta premura. — Allora co- 
minciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io 
potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediata- 
mente. 

Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai 
senza affrettarmi verso la via Monte Napoleone e poi 
studiai il passo, e per il Borgo Monforte ed il bastione 



328 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi recai 
all'accampamento delle guardie che era un breve tratto 
ancora fuori di quella porta. Ne informai tosto il mag- 
giore anziano, che fece mettere in armi due battaglioni 
il che però richiese qualche tempo. Calcolando che se 
io li avessi condotti per le vie più brevi doveva at- 
traversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto 
perdere gran tempo deliberai condurli lungo i ba- 
stioni sino all'altura della Zecca con che percorreva 
bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava 
tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni 
spiegate. 

Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orien- 
tale mi si fece incontro il Duca di Savoja che era 
accampato precisamente colà e mi chiede la ragione 
di quel movimento di truppa — io non aveva avuto 
ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio 
Emanuele, allora principe ereditario ed al quale la 
Provvidenza riservava sì alti destini. Gli spiegai lo 
scopo della mia missione, e preso commiato, conti- 
nuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della 
medesima, nella via detta allora della Cavalchina (ora 
via Manin), mi avviai difilato a casa Greppi, ma allor- 
quando giunsi presso la chiesa di S. Bartolomeo ^ 
e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi 
avanzarsi un corpo di truppa. 

Faccio fermare quella che conduceva io, e grido: 
chi va là? 



(1) Quella chiesa è ora distrutta e sorgeva nel luogo ove si incontrano le prime 
case della via Principe Umberto a sinistra venendo dai Portoni sopra menzionati. 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 329 

Mi si risponde, Savoja, e si ferma anche quella. 

Io mi avanzo ed apprendo ivi essere il Re che 
usciva da casa Greppi, con quella scorta s'avviava verso 
i bastioni (l ); chieggo tosto del primo ajutante e gli 
dico come non mi era stato possibile l'arrivar prima 
per la grande distanza alla quale fui obbligato di an- 
dare. 

Ella ha fatto benissimo il suo dovere, mi risponde e 
la ringrazio. 

Ma ora, riprendo io, che faccio di questa truppa ; deve 
tornare al suo accampamento ? 

No, replica il generale, mi viene opportunissima. Ella 
vada a casa Greppi, la circondi e vi rimanga finche tutti 
siano usciti. 

In meno di dieci minuti fui colà, posi un cordone 
a tutti gli sbocchi delle vie che fanno capo a quella 
del Giardino isolando così casa Greppi. — Tuttavolta 
raccomandai di non far violenza che in caso di pro- 
vocazione e se taluno si presentava persuaderlo colle 
buone ad andarsene; lo scopo era ottenuto, il Re era 
in salvo, io non voleva con uno zelo intempestivo 
guastar l'opera e d'altronde anche a me non era stata 
usata violenza di sorta; ciò fatto salii di nuovo e per 
l'ultima volta in casa Greppi; vi erano alcuni inser- 
vienti di Corte affaccendati a raccogliere oggetti della 
real Casa, ma siccome nessuno aveva voglia di pro- 
lungare oltre il necessario quel soggiorno, si sbrigavano 
presto. Io feci ancora una corsa lungo l'appartamento 



(1) Seppi poi che andò a riposarsi per poche ore al Collegio Convitto Calchi- 
Taeggi, prossimo a Porta Romana, ed ove era alloggiato il generale Bava. 



330 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 

verso la via, tutto era silenzio come silenziosa era la 
via, strano contrasto colle scene che avevano avuto 
luogo durante la giornata. Verso la mezzanotte abban- 
donai quella casa colla truppa, e preso commiato dal 
comandante della medesima che ritornò all'accampa- 
mento io mi avviai verso casa mia affranto non tanto 
per le fatiche di corpo benché non fossero state leg- 
geri, quanto per l'amarezza d'animo per tante e sì di- 
verse scene dolorose delle quali era stato spettatore 
ed in alcune anche attore. 

Fra le ragioni che mi tormentavano eravi anche 
quella dell' inatteso scioglimento della mia ultima mis- 
sione. Fallire lo scopo per dieci minuti, era doloroso! 
Chi aveva liberato il Re prima di me? Ben si com- 
prende che in quella notte io aveva ben altro da fare 
che di occuparmi a venire in chiaro di quel fatto, 
ma lo seppi dappoi ed ecco cosa era avvenuto. 

Fra gli ufficiali che si trovavano in casa Greppi, 
nella notte del 5 agosto, eravi il colonnello Alfonso 
La Marmora, capo di Stato Maggiore della divisione 
comandata dal Duca di Genova, il medesimo del quale 
ho già fatto parola, citando il fatto dei tre ufficiali 
superiori inviati a Volta il 27 luglio. Ei conviene pre- 
mettere che il Re Carlo Alberto aveva ordinato che si 
evitasse possibilmente ogni violenza. Il La Marmora 
conosceva quell'ordine; evidentemente si dovette poi 
recedere e la stessa missione a me affidata ne è la 
prova. Il La Marmora, stanco di tollerare più oltre 
quel chiasso e quelle insolenze, deliberò di andare a 
chiamar truppa, ma confidò a nessuno la sua risolu- 
zione ed ignorava poi completamente V incarico che 



CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 33 I 

io aveva avuto dal suo fratello primogenito, il prin- 
cipe di Masserano. Egli uscì solo e come mi disse 
quando anni dopo (l ) ci narrammo i nostri reciproci 
avvenimenti di quella memorabile notte, incontrò le 
medesime difficoltà da parte dei bravi carabinieri; non 
volevano aprire nemmeno a lui ed esso pure fu ob- 
bligato a passar per isbieco dalla porta aperta solo 
quanto era necessario perchè uscir potesse in quel 
modo. Ei pure non venne molestato. Non avendo ob- 
bligo alcuno di chiamare una truppa piuttosto che 
un'altra e sapendo che la brigata Piemonte era accam- 



(1) Questa frase, anni dopo, può riuscir oscura, taluno può chiedere come si atte- 
sero anni ? Voglio dar la ragione perchè torna a lode di quell'uomo impareggiabile 
per lealtà, franchezza, nobiltà di carattere e servigi resi che fu Alfonso La Marmora. 

11 lettore conosce ora le vicende toccate ad ambidue in quella notte. — Avevamo 
corso i medesimi pericoli ma dtsso era stato il fortunato. Benché divenissi amico 
già nel 1848 e periìno collega nel Ministero Perrone S. Martino (il penultimo del 
re Carlo Alberto), non toccai giammai quell'argomento. Se vuol parlarne , diceva 
fra me, prenderà lui l'iniziativa; 10, lo sventurato, potrei aver l'aria di sentir do- 
lore che altri mi abbia resi frustranei i pericoli e le fatiche ? e posso dire che non 
furono poche. Si arrivò fino al 1872 allorquando il marchese Federico Corradini 
pubblicò una biografia del general Fami. — Ei cita il fatto della liberazione del 
re Carlo Alberto, da casa Greppi, come dovuta a noi due in comune. — / due ar- 
diti (sono sue parole) si lanciarono da una finestra nel giardino interno del palalo 
e da questo scavalcando un muro riescono in un remoto viottolo. 

Era una credenza generale che erasi propagata. — Ritenni mio dovere rettificare 
que' fatti così narrati e lo feci perchè non venisse punto menomato il merito del 
La Marmora che non era stato condiviso con nessun altro. La lettera diretta al- 
l' Opinione, riprodotta dai fogli principali cadde sotto gli occhi di La Marmora che 
cascò dalle nubi, ignorava quel fatto. Ei volle ravvisare un atto di delicatezza nel 
mio silenzio ed altro non minore nella rettifica e sotto questa impressione mi scrisse 
una lettera la più espansiva che si possa imaginare, il silenzio reciproco intorno a 
quel fatto aveva durato trent'anni, ma non gli bastò e si sfogò in altra sua diretta 
al bravo capitano Chiala che la rese di ragione- pubblica. 

Veramente non posso a meno di dire che va oltre il segno, si vede l'uomo che 
ha bisogno di sfogarsi e 1' argomento tocca un caro amico e di questo me ne vanto. 
L'amicizia sincera di non pochi che furono fra i più insigni attori della redenzione 
dell'Italia fu la più dolce delle mie soddisfazioni, e fra i carissimi fu La Marmora. 



332 CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 



pata a Porta Orientale, ossia in luogo ben altrimenti 
più vicino della lontana Porta Romana, si diresse colà 
e preso seco un battaglione, s'avviò verso casa Greppi. 
Cammin facendo incontrò un bersagliere, al quale 
chiese ove era acquartierata la sua compagnia — qui 
vicino, rispose d'esso; allora il La Marmora andò colà 
prese anche quella, la pose in testa al battaglione ed 
andò difilato a casa Greppi. Il Re con quanti erano 
seco lui uscì immediatamente scortato da quella truppa 
e dopo pochi minuti ci incontrammo, come narrai, 
presso i portoni di Porta Nuova. Io era uscito molto 
prima di lui, poiché mentre non vi ebbe che la diffe- 
renza di pochi minuti nell'arrivo, io aveva dovuto 
fare il quadruplo o quintuplo e forse ancor più di 
cammino. Fu un brutto tiro della fortuna, ma se lo 
perdono a quella volubile Dea egli è perchè volle che 
il premio toccasse ad un uomo quale si era Alfonso 
La Marmora, uno dei più benemeriti d'Italia e del 
quale doveva ben presto divenire sincerissimo ed affe- 
zionato amico. 



ALLEGATI 



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Allegato I 



LA QUESTIONE DELLA BANDIERA. 



Quando pubblicai questi miei ricordi nel 1876 era 
persuaso che non mi sarebbero mancate anche critiche; 
furono minori di quanto mi attendeva, ma fra le poche 
una ve n' ebbe che non posso lasciar passare sotto si- 
lenzio, ed è quella relativa alla bandiera da me recata 
sul Duomo la mattina del 20 marzo. 

Il testo di questa seconda edizione è letteralmente 
eguale al primo che fu oggetto di critica. Come scor- 
gesi io non dava grande importanza a quel fatto e non 
la darei nemmeno ora col dedicargli un' appendice se 
la questione fosse sempre la medesima, ma la critica 
gli cambiò natura non trattandosi più di sapere se fu 
un fatto d'un' importanza più o meno mediocre, ma se 
può ammettersi che io abbia usurpato sui meriti altrui. 
Se non vi fosse di mezzo quell'atto ufficiale del Go- 
verno provvisorio che accordò la cittadinanza al sig. Du- 



3^6 ALLEGATO I. 



nant, ginevrino, in seguito a molti titoli enunciati 
nella sua istanza, fra i quali quello di aver portata sul 
Duomo la prima bandiera tricolore, potrei anche dispen- 
sarmi di questa appendice, ma io non posso pretendere 
che altri si occupino di questo punto storico proprio 
microscopico e cerchino d' essi la verità. Tocca a me 
il metterla in evidenza e mostrare il valore di quel 
decreto nella parte che risguarda la bandiera tricolore 
da lui collocata in me^jo alla mitraglia dell' inimico. 

Si comprenderà come dopo 35 anni si possa facil- 
mente essere disposti ad una difesa pacata e senza fiele, 
ma resa necessaria dalla ragione accennata. 

Il primo argomento lo somministra lo stesso sig. Du- 
nant. Nella relazione che fa ei confessa che già vi 
era una bandiera allorché ei portò la sua, ma asserisce 
che quella era una bandiera bicolore. Non potendo ne- 
gare che pur ve n' era già una, e volendo sostenere 
che aveva desso portata la prima tricolore, dovette cam- 
biare il numero dei colori della prima senza, ben inteso, 
accennare quali fossero i due colori. Cominciamo dun- 
que a dire che d 5 esso non fu il primo che sia andato 
sul Duomo ; altri vi era stato. Per poco che si voglia 
calcolare il pericolo di incontrarvi i Tedeschi, se non 
altro la possibilità vi era e quella non V affrontò egli 
di certo ; ma ei sentiva perfettamente che andarvi dopo 
che altri aveva constatato che realmente i Tedeschi erano 
partiti non poteva costituire un merito e cosa ideò egli 
allora ? Di narrare che l'aveva piantata fra la mitraglia 
dell' inimico. Ora ciò era impossibile ; la mitraglia del- 
l' inimico non poteva arrivare al quinto e meno ancora 
della via che avrebbe dovuto percorrere dal punto più 



ALLEGATO I. 337 



vicino che si trovavano i Tedeschi ed era il bastione 
di Porta Tosa. Ma come mai, si dirà, ha potuto il Go- 
verno provvisorio convalidare quel fatto ammettendo 
quel merito? I titoli ai quali appoggiò la dimanda di 
avere la nazionalità furono diversi ed io sono ben lon- 
tano dal voler toccare agli altri, ma quanto a quello 
della bandiera, a proposito della quale tutto il merito si 
concentra nel fatto del pericolo corso, rimane un as- 
surdo anche a fronte del decreto. Che direbbesi d'un 
decreto che dichiarasse che la cupola del Duomo è 
alta 150 metri? La cupola non s'alzerebbe d'un 
millimetro a fronte di quel decreto. Orbene rap- 
porto alla possibilità fisica è egualmente assurdo il sup- 
porre che il Duomo si possa fare alzare con un decreto, 
come il voler far credere che la mitraglia lanciata dai 
Tedeschi nelle Cinque Giornate potesse arrivare sulla 
guglia del Duomo; ammessa quell'impossibilità cosa 
mai rimane al signor Dunant ? 

Venendo poi all'asserta qualità di bicolore della prima 
bandiera, credesi forse che sia probabile che fosse tale ? 
La signora che me la porse doveva ingannarsi d' essa 
per la prima; io e quelli che erano meco, dovevamo 
del pari ingannarsi; io la sventolava, faceva molinelli 
per aria, fui trattenuto un istante dalla folla che gri- 
dava no, no per carità, e un tradimento, la mina, la mina. 
Come mai nessuno fece attenzione che non era una 
bandiera tricolore ? 

Del resto già nel 1848 si tosto venni in cognizione 
dell' asserto da parte del signor Dunant, scrissi dal 
campo piemontese, ove mi trovava e precisamente da 
Valeggio, al presidente del Comitato di Pubblica Si- 

Ricordi, ecc. 22 



33^ ALLEGATO I. 



curezza, l'illustre Angelo Fava, pregandolo di voler ret- 
tificare d' ufficio queir asserzione e ciò per la ragione 
che l'annuncio non era partito da me, ma dal Comi- 
tato di Guerra. 

Nel 1876 vivendo egli ancora in Milano, ove io pure 
soggiornava, gli diressi una mia richiamando quella del 
1848 ed allo stesso scopo d'allora. Ei rispose come 
suol dirsi a vista ed autorizzandomi a stampare la sua 
risposta, il che feci, e la lettera dell'illustre patriotta fu 
unita ad alcune copie non ancor vendute del mio libro. 
Ora la riproduco, ma non è più sola, ma convalidata 
da un' altra per me preziosa attestazione, quella del- 
l'esimio senatore Achille Mauri, eh' era membro del 
Governo provvisorio, e se io pubblico anche quella sì 
lusinghiera, lo devo al modo violento col quale fui at- 
taccato nel 1876 come usurpatore delle glorie altrui. 
Del resto si farà la parte all'amicizia che corre fra noi 
due. Ora poi se dopo le dichiarazioni di que' due per- 
sonaggi, membri entrambi dell'autorità suprema del Go- 
verno provvisorio nel 1848, havvi taluno che persiste 
a credere, che il signor Dunant portò la prima bandiera 
tricolore sul Duomo il 20 marzo 1848 in mt^p alla 
mitraglia dell'inimico, può esser certo che non mi in- 
comodo più per combatterlo. 



ALLEGATO I. 339 



Lettera di Luigi Torelli. 

Milano, 9 marzo 1876. 

Pregiatissimo signor Commendatore, 

Ho d'uopo di ricorrere alla celebre potenza mnemonica di Vo- 
stra Signoria illustrissima per un favore, ed ecco di che si tratta: 

Io ho pubblicato un opuscolo intitolato: Tricordi intorno alle 
Cinque Giornate di Milano. Accennando i fatti del 20 marzo, men- 
zionai come io venissi incaricato dall'Anfossi di andare a verificare 
se era vero che i Tedeschi avessero abbandonato il Duomo. Vi 
andai e per dare il segnale richiesi ad un gruppo di signore che 
si trovava su uno dei balconi nei corso, oggi Vittorio Emanuele, 
una b.mdiera tricolore, che mi venne tosto gentilmente sporta. 
Cammin facendo incontrai un giovine che avevo conosciuto alla 
barricata di san Babila e lo invitai a venir meco, e venne. I Te- 
deschi avevano realmente abbandonato il Duomo nella notte, ben- 
ché molti lo credessero una fìnta o un agguato e gridassero per- 
fino : badi alla mina. Saliti sulla guglia maggiore vi collocammo 
la bandiera e poi ritornammo a fare la nostra relazione. Il Comi- 
tato di guerra costituitosi nello stesso mattino volle che la noti- 
zia venisse tosto divulgata e (qcq stampare un avviso, che annun- 
ciava come il cittadino Luigi Torelli valtellinese e Scipione Bagaggia 
di Treviso, avessero collocata la prima bandiera tricolore sulla guglia 
del Duomo. 

Più tardi, ma entro la giornata stessa, certo signor Dunant che 
aveva negozio di profumeria nella galleria De-Cristoforis, sostituì 
la bandiera da noi collocata con altra assai più grande e fece be- 
nissimo, perchè si vedeva assai meglio. 



340 ALLEGATO I. 



Il 24 marzo ossia due giorni dopo la ritirata dei Tedeschi sorti 
il primo giornale che vide la luce nella Milano libera, e fu il 
Pio IX, redatto dal ben noto scrittore Vincenzo de Castro, e nel 
secondo numero di quel giornale, sotto la data del 25 marzo, è 
contenuta la notizia intorno alla prima bandiera nel modo stesso 
che io l'accennai. Per due mesi interi eh' io rimasi a Milano, prima 
di entrare neh' esercito piemontese, nessuno elevò dubbi su quei 
fatto che venne riprodotto da tutti i giornali di queir epoca. Nel 
giugno successivo trovandomi io al campo piemontese, un mio 
amico mi spedì un opuscolo di fatti memorabili durante, le Cinque 
Giornate senza nome d' autore, ma solo coli' indicazione generica 
che que' fatti erano avvalorati da 200 e più testimoni. In quel- 
F opuscolo si narra come il signor Dunant recasse la prima ban- 
diera tricolore sul Duomo in meT^o alla mitraglia dell' inimico. Ei 
trovò bensì che già vi era un' altra bandiera, ma quella era bico- 
lore; l'amico soggiungeva che si rideva molto intorno a quella 
mitraglia ed alla trasformazione fatta subire alla mia bandiera. Io 
non ravvisai però la cosa sotto il solo punto di vista ridicolo; pen- 
sai che se i Milanesi avevano gli elementi per giudicare del valore 
di quelle asserzioni non potevasi dire altrettanto degli altri, ed era 
poi cosa ben strana che un fatto che non era partito da me, quello 
dell'annuncio al pubblico, venisse convertito in un aggravio a mio 
carico, e si potesse sospettare che mi era vantato di cosa non 
vera e per di più avessi usurpato sul merito altrui. Scrissi quindi 
alla S. V. in allora Presidente del Comitato centrale di Fubblica 
Sicurezza, protestando contro quell'asserzione, che la bandiera da 
me recata fosse una bandiera bicolore. Gli avvenimenti guerreschi 
che ben presto dovevano succedersi, fecero rivolgere l'attenzione 
di entrambi a ben altro; tuttavolta io non conservai il silenzio 
fino ad ora; ma nel 1853, avendo creduto mio dovere, dopo i fatti 
del febbraio di Milano, di ripubblicare i Pensieri sulV Italia (del 
1845), con aggiunte relative agli avvenimenti del 1848, menzionai 
l'affare della bandiera e lo combattei coi medesimi argomenti che 
ho ripetuto nel mio ultimo scritto. 

Ripeterò che sono ben lungi dal menomare i meriti reali che 
può aver avuto il signor Dunant per chiedere la cittadinanza che 
il Governo provvisorio gli accordò, ma davvero se anche venne 



ALLEGATO I. 34I 



da lui adotto quello della bandiera, non fu certo per esso che gli venne 
accordata, perchè questo condurrebbe all'assurdo, cioè, che rimane 
comprovato che la portò fra la mitraglia dell' inimico, il che costi- 
tuiva il vero merito, ma invece era cosa impossibile dacché la mi- 
traglia non sarebbe arrivata al quinto e forse meno ancora della 
distanza, e d'altronde doveva pur trovarsi questa mitraglia sul 
tetto del Duomo. 

Ora a me pare che se dopo aver dato le prove dirette del mio 
assunto, vi aggiungo anche le indirette, ossia che nessuno elevò 
dubbio nei primi tempi e nemmeno il signor Dunant, benché il 
Tio IX si stampasse precisamente nella galleria De-Cristoforis, 
come ebbe ad osservarmi il chiarissimo De Castro, che non titubò 
a riconfermare ora anche pubblicamente quanto scrisse allora (i); 
ed io all'opposto protestai immediatamente, la questione dovreb- 
besi ritenere esaurita. Or dunque io prego la S. V. a voler atte- 
stare se sta il fatto che le scrivessi dal campo in quel senso. Scusi 
l'interpellanza, ma Ella comprende che ora la cosa non tocca solo 
l'amor proprio, ma anche l'onor mio e del mio compagno. 

Gradisca i miei rispetti. 

TDevot Serv. 
Luigi Torelli, Senatore. 



Risposta del Commendatore Fava. 

Milano, io marzo 1876. 

Egregio signor Senatore, 

Mi affretto a rispondere alla dimanda che V. S. 111. mi indirizzò 
colla pregiata sua di ieri, e le dico, senza preamboli, che quanto 
Ella espone nella medesima è perfettamente conforme a ciò che 



(1) Vedi articolò inserito nel 'Patriota di Pavia del 18 febbraio 1876, che ha per 
titolo : Note Bibliografiche, ed è firmato dai suo autore. 



342 ALLEGATO I. 



io ricordo relativamente ai fatti ivi accennati. Tutte le circostanze 
da Lei narrate sulla parte principalissima da Lei avuta nel collo- 
camento della bandiera tricolore sulla guglia del Duomo, io le ho 
presenti al pensiero come fosse di ieri e per la memoria che serbo 
tenace degli avvenimenti del 1848, e per aver dovuto, a cagione 
del mio ufficio, occuparmene in modo più attento di molti altri. 
Rammento benissimo, come al cittadino Torelli (stile del tempo), 
fosse dal pubblico grido attribuito l'onore di avere pel primo pian- 
tato sull'alto del Duomo il nostro vessillo nel mattino della terza 
giornata della lotta, rassicurando con tal segnale i cittadini per le 
strade adiacenti ed anche lontane. Il nome di Lei e d' un altro 
giovane che la aiutò nell'impresa, fu con lode annunziato in uno 
dei bollettini che il Comitato di Guerra pubblicava per dar no- 
tizia ai cittadini di quel che accadeva di più notabile, ed anzi, se 
ben rammento in quel bollettino oltre i nomi del Torelli e del 
suo compagno era indicata perfino l'ora in cui accadde quel fatto, 

È verissimo altresì ciò che Ella asserisce intorno alla seconda 
bandiera, più appariscente recata dal Dunant al posto della prima, 
ma quella opportunissima sostituzione non poteva aversi poi per 
un fatto molto ^eroico, dacché i nemici eran già iti, ed altri aveva 
pel primo arrischiato il passo in luoghi dove le commosse fan- 
tasie sognavano agguati, e mine e tradimenti. 

È verissimo che Ella mi scrisse il giorno 1 5 giugno dal campo 
di Valleggio una lettera (che per strana ventura rimase fra le mie 
carte e conservo tuttavia), informandomi di cose rilevanti per la 
cosa pubblica e nello stesso tempo lagnandosi che il Dunant spin- 
gesse la sua vanità sino ad attribuire a se stesso l'operato dagli 
altri. I casi gravissimi di quei giorni mi tolsero agio di rista- 
bilire nelle forme legali la verità, ma posso dire che quanti 
vennero a sapere le vanterie del Dunant, o degli amici suoi, ne 
facevano grosse risa, sentendo parlar di pericoli superati, di mi- 
traglia affrontata e di altre fantasticherie mentre era notissimo che 
quando fu collocata la seconda bandiera ogni ombra di pericolo 
era svanita. Tutti convenivano doversi a Lei il collocamento della 
prima bandiera. Del resto, mio caro Signore, se io sono ben con- 
tento di poterle colia mia testimonianza far cosa grata, mi per- 
metta di esprimerle V opinione, che dessa sia affatto superflua, 



ALLEGATO I. $43 



quando una persona che sì meritamente gode la pubblica estima, 
zione, afferma un fatto che la riguarda. Ad ogni modo faccia la 
S. V. IH. delle mie dichiarazioni l'uso che crede, ed io mi repu- 
terò fortunato ogni volta potrò mostrarle coi fatti la considera- 
zione e la stima che nutro per Lei. 

Suo devot. servo ed amico 
Angelo Fava- 



Lettera di Achille Mauri. 

Roma, 15 aprile 1880. 

Caro amico e pregiato collega. 

Vi ringrazio dell'avermi fatta conoscere la bella lettera con che 
quel brav'uomo del comune amico Angelo Fava ha messo in chiara 
luce, essere stata da voi e non da altri, nelle prime ore della 
terza delle Cinque Giornate di Milano, portata e rizzata sul nostro 
Duomo la bandiera tricolore. Alla testimonianza autorevole ch'egli 
vi rende intorno a quel fatto, raccontato poi da voi nei vostri 
Ricordi con quella semplicità e quella copia di particolari che sono 
il più sicuro suggello del vero, io posso aggiungere anche la mia, 
poiché delle circostanze da lui esposte ebbi piena contezza e serbo 
fedele memoria, avendo avuto l'onore di essere per l'appunto nella 
terza giornata, uno dei segretari della Commissione Municipale 
trasformatasi in appresso nel Governo provvisorio di Milano. Ma 
e' è un incidente che rafforza la mia testimonianza, mentre dà ri- 
salto alla vostra modestia, e dimostra che voi siete di quegli uo- 
mini, i quali fanno le cose belle, utili, grandi senza punto me- 
narne vanto, paghi solo che la coscienza loro ne rimanga contenta. 

Nel giornale che s'intitolava II 22 marxp io mandai fuori il 29 
marzo 1848 alcuni cenni biografici su quell'Augusto Anfossi di 
Nizza a mare, di cui ne' Ricordi voi avete rammentate le eroiche 
prove nelle Cinque Giornate e la morte lamentevolissima. Di lui 



3-H ALLEGATO I. 



io diceva: « Nessuno ne' giorni della nostra lotta mostrò maggiar 
« attività: egli era dappertutto a consigliare, ad operare, a studiare 
« posizioni, a preparare mezzi di difesa e d' offesa, ad erigere bar- 
« ricate, a confortare combattenti e cittadini, ora strategico ed ora 
« meccanico, ora arringatore ed ora infermiere, sempre esempio 
« chiarissimo del più fervente patriottismo. E da lui s' ispirava ed 
« a vicenda eragli ispiratore Giuseppe Torelli, datogli ad aiutante, 
« anime ambedue degne d'intendersi, intelletti degni d'associarsi 
« alla liberazione di questa carissima patria. » Questo io scriveva, 
non conoscendovi allora di volto, e solo sapendo del vostro ca- 
sato, tanto che trascorsi a battezzarvi per Giuseppe, mentre il vo- 
stro nome è Luigi. Era però pienamente consapevole di tutto ciò 
che avevate fatto in quei giorni memorabili di conserva con l'An- 
fossi, e dell' esservi con lui indettato d'andare a piantare sul Duomo 
la bandiera tricolore, intanto eh' egli traeva a raccertarsi, se gli 
Austriaci avevano sgombro il fabbricato della Polizia. La chiara 
notizia che avevo di tutto ciò, fece sì che v' appaiassi con quel 
vero martire della nostra liberazione, e vi rendessi un omaggio 
che avrebbe solleticato chiunque fosse stato vago d'applausi, poiché 
nessun nome era allora più popolare fra noi di quello dell'Anfossi. 
Ma voi, come non menaste scalpore dell'impresa del Duomo, così 
non accennaste aver sentore del giusto merito che vi era tributato, 
e nemmeno vi deste pensiero di rettificare l'errore corso circa il 
vostro nome. Furono conoscenti vostri che si portarono all'uffìzio 
del 22 marxp ad avvertire lo svarione, e perciò nel foglio del 3 
aprile successivo del giornale medesimo fu indicato che « l'aiutante 
« dell' esimio Anfossi chiamasi Luigi Torelli e non Giuseppe. » 

Dopo la lettera del Fava io credo che nessuno oserà metter 
dubbio sul fatto a che essa si riferisce. Lasciate che vi ringrazii 
di nuovo d'avermela comunicata, anche perchè m' ha porta occa- 
sione di rinfrescarmi nella mente de' ricordi che pur in questi miei 
tardi anni mi riescono salutevoli, e giovano a scemarmi lo scon- 
forto, onde mi stringono assai casi di questi giorni. 

Conservatemi la vostra preziosa benevolenza, e tenetemi 

Vostro affezionai, amico e collega 
Achille Mauri. 



WSillIffl 



Allegato II 



LETTERA AL COMMENDATORE MAURIZIO FARINA, pub- 
blicata da Angelo Br offerto nel 1865, nella storia del 
Parlamento Subalpino — Milano {Voi, I, pag. 444). 



Milano, 8 marzo 1848. 

Carissimo amico, 

Gli avvenimenti incalzano e diventano preziosi i minuti. Ieri 
l'altro partirono apertamente e senza mistero otto altri cannoni 
per Pavia; ieri altri sei, per cui calcolati i 18 del 27 febbraio, 
sommano a 32 quelli spediti alla frontiera, senza calcolare tutti 
quelli che già vi erano a Pavia. 

Corrono voci contrarie intorno ai disegni dell'Austria. Non è 
che siano senza fondamento quantunque opposte, ma si è, che 
altro avevano in mente prima della rivoluzione di Francia ed altro 
dopo quell'importante avvenimento. 

Si diceva cosa positiva che fosse venuto ordine da Vienna di 
attaccare e come tutti si consolassero non è a dire: ma conosciuta 
a Vienna la rivoluzione di Parigi, furono mandati contro-ordini 
con ingiunzione però di preparar tutto ancora come se attaccar si 
dovesse. 

Dire che non sanno più quello che si facciano è dir poco. 



3-J.6 ALLEGATO II. 



Tre giorni sono vi fu consiglio fra il Vice-Re, il Governatore, 
Fiquelmont, Radetzky e Torresani — si disputò molto, e si con- 
cluse nulla. — Spaur parte domani lasciando le redini ad O' Don- 
nei. — Fiquelmont parte oggi. — Ei (tee visita a persona di mia 
conoscenza e disse che trovava impossibile sortire dalla situazione 
attuale senza guerra — fu l'unico motto politico: il resto furono 
discorsi inutili. Il governatore Spaur nel mandare agli impiegati 
la circolare che annunziava la sua partenza, disse che voleva con- 
certarsi a Vienna intorno alle dimande della Congregazione Cen- 
trale. Domani in seduta della Congregazione Centrale si legge la 
risposta data da S. M. agli indirizzi della Centrale e Provinciale, 
la quale dice in sostanza che non si accorderà nulla di tutto 
quello che potrebbe alterare i vincoli del Regno L. V. col rima- 
nente dell' Impero, ma solo qualche riforma amministrativa. Ho 
saputo che furono già spedite diverse copie di quella risposta per 
cui non ne mando io. Osservo però come si giuoca ridicolmente 
da questi signori dicendosi dall'uno che va a Vienna per concer- 
tare sopra dimande, i 9/10 delle quali sono già reiette. 

L'unica concessione che si teme assai è quella del sale (0. 

Io ti ho già fatto osservare nella mia infelice gita, dalla quale 
sono tornato così mortificato ( 2 ), come fosse della massima ur- 
genza che il vostro Re prevenisse il governo austriaco nel met- 
tere in attività la legge sul sale. La cosa non ammette ragione 
contraria; poiché o l'Austria non ribassa ed egli innonda i con- 
fini lombardi del suo sale e guadagna assai più che il procrasti- 
nare sino a luglio e poi il vantaggio continua; o l'Austria ribassa 
realmente, ed allora nessuno crederà che lo abbia fatto volonta- 



(1) Questo passo merita maggior spiegazione. — In Lombardia si era sparsa la 
voce che il governo austriaco voleva ribassare il prezzo del sale; io n' ebbi sgo- 
mento, poiché vedeva che questo gli avrebbe procurato popolarità e tosto scrissi in 
Piemonte che si facesse altrettanto, ma presto. Ora sia che venisse accolto il mio 
consiglio o sia che già fosse prima determinata quella misura, il fatto sta che mi 
venne risposto che col i° luglio si sarebbe recato in atto il ribasso, lo dimostrava 
in quella lettera i pericoli del rilardo e la necessità di prevenire 1' Austria. — Gli 
avvenimenti che ben presto dovevano succedere (io giorni dopo la data di quella 
lettera) fecero dimenticare e pur troppo resero impossibile quella misura. 

(2) In causa d'aver riconosciuto il Piemonte non ben preparato alla guerra. 



ALLEGATO II. 347 



riamente, ma che venne obbligata dal Piemonte; lascia poi fare 
a noi a spiegar questo ai paesani; ma ribassi tosto, altrimenti 
avverrà il contrario, e non mi farebbe meraviglia che sino al lu- 
glio si facesse il contrabbando dalla Lombardia al Piemonte se 
l'Austria precede. 

Le calunnie che la Polizia sparge contro il tuo paese e contro 
il Re sono incredibili per la loro sfrontatezza. Essa (tee spargere 
che si era proclamata la Repubblica e ch'egli era fuggito; magni- 
ficò que' moti anti-gesuitici come cose di Stato, e poi ne disse 
tante così ridicole che non meritano essere ripetute. Essa crede 
con tal modo di paralizzare quella popolarità che gli procacciano 
le sue generose concessioni e che i suoi partigiani, ossia tutti 
quelli che amano l'Italia, vanno spargendo; ma per carità non ci 
abbandoni, ne si lasci imporre dalle dimostrazioni di Russia e 
Prussia che sono spaventatissime delia nuova repubblica francese. 
Che ei venga, ma il più presto possibile mentre adesso tutto è 
confusione in Austria. Si parlava che Metternich si fosse dimesso: 
questo non sarebbe bene, perchè come ha cagionato il male, nes- 
suno meglio di lui sa mantenerlo; ma senza curarsi di sapere se 
sia vera o no tal nuova, è certo che hanno perduto la bussola e 
se loro sì dà tempo di rimettersi, si peggiora la condizione attuale. 

L'interno della Lombardia comincia ad essere sollevato dalla pre- 
senza di truppa che si concentra al confine, tenendo una linea 
lunghissima che da Modena e Piacenza si estende sino a Sesto 
Calende. 

La profondità dalle parti del confine che pare il più minac- 
ciato, cioè quello del Ticino, è al momento assai forte perchè 
arriva da quel punto a Saronno ossia io miglia, e sono sparpa- 
gliati a 300 a 400 per villaggio. 

Di uomini di valore e di nota capacità, non si conta che il 
generale Schònhals, che dicono capo dello stato maggiore. 

Raccomando per carità quella tal risposta al N. S., altrimenti 
si è obbligati a rompere ogni trattativa e la cosa era pure di 
somma importanza (0. 



(1) Si riferiva ai disertori. 



348 ALLEGATO II. 



Insomma non posso che ripetere che il momento non può es- 
sere più propizio; gli animi dei Lombardi meglio disposti, le teste 
austriache più confuse. L' Europa è sbalordita dalla Francia; che il 
vostro Re piombi in Italia, ed in tre mesi non vi è più austriaco 
nel Regno. La guerra dopo sarà universale e nessuno teme più 
né Russia, né Austria, che s'avrà a rompersi con Francia e Italia 
e vi bastano e sono di soverchio. Addio; dammi nuove della sa- 
lute del Re. 

L. Torelli. 



PIHDÌIII|||||}!llllll!ll!IIIIllll!llllllIlin 



Allegato III 



VICENDE DELL'ORIGINALE DEL MANIFESTO 5 AGOST0 1848 
DEL RE CARLO ALBERTO IN MILANO. 



Nella narrazione del modo col quale venne da me 
redatto il manifesto del re Carlo Alberto in Milano 
del 5 agosto 1848, ossia in furia e fretta, in mezzo ad 
un gran tramestìo, in piedi, appoggiato ad un tavolo, 
aggiunsi che quell'originale stesso doveva avere le sue 
vicende. 

Or bene mi sia permesso accennarle. Può forse so- 
spettarsi che si mescoli un po' di vanità? Credo di no; 
credo aver diritto di dire che è una legittima compia- 
cenza. Sono passati trentacinque anni da quel giorno 
che posso qualificare di terribile, ma già dopo l'unde- 
cimo anno si verificava quel fatto che io sto per nar- 
rare, ne corsero dunque altri ventiquattro senza che 
mi affrettassi a farlo conoscere e par che basti per dire 
che non fui spinto da vanità. 

Narrando que' fatti così dolorosi nella loro origine. 



3 50 ALLEGATO III. 



ma che ebbero la loro riparazione dalla campagna 
del 1859, deve ben esser lecito anche a me il parlar 
della mia speciale riparazione, il partecipare agli amici 
che sopravviveranno, e se n' avrò, a qualche lettore, 
anche un po' di quella soddisfazione che provai quando 
toccò anche a me la mia parte d'indennizzo. 

Io sono qui obbligato a chiamar in scena uno degli 
uomini i più rispettabili e simpatici che annovera l'I- 
talia, anzi una delle sue glorie, Alessandro Manzoni. 

Fra le fortune della mia vita e precisamente fra 
quelle che dovetti all'emigrazione, che ebbe il suo pas- 
sivo, ma ebbe anche il suo attivo, annovero la conoscenza 
di Alessandro Manzoni. Ne fu una conoscenza fugace, 
che mi autorizzasse solo poter dire: Vho conosciuto an- 
ch'io; non si rimase stranieri l'un l'altro, fu conoscenza 
che nata nel 1855, alimentata per più anni dal tro- 
varsi assieme più giorni ogni anno, si converti in fa- 
migliarità, sì che mi onorava del dolce titolo di caro. 
Io dovetti questa fortuna al marchese Giuseppe Arco- 
nati- Visconti, patriotta fra i celebri. Questi, assai più 
innanzi di me negli anni, talché aveva potuto essere 
condannato a morte nel 1821 per ragione politica, ma 
sottrattosi in tempo, padrone di vasti possessi nel Bel- 
gio, aveva colà passato tutto il periodo che corse dal 
1821 al 1847. All'annuncio dell'amnistia di Carlo Al- 
berto, volò l'ottimo patriotta in Piemonte, ponendo to- 
sto la sua influenza e le sue ricchezze al servizio della 
causa nazionale. Io lo conobbi nel 1848, dopo i rove- 
sci di Lombardia, a Torino, ov' erasi stabilito e dove 
fissai io pure il mio domicilio. Entrati ambidue nel 
Parlamento, egli come deputato di Vigevano ed io di 



ALLEGATO III. 35 I 



Arona, divenimmo ben presto amici. Ei soleva passare 
l'autunno in un suo vasto possesso nel Comune di 
Cassolnovo in vicinanza di Vigevano. Nell'ampia casa 
signorile convenivano colà amici e parenti. Fra questi 
e precisamente nella doppia qualità di amico e parente 
veniva ogni anno a passar qualche settimana l'illustre 
Alessandro Manzoni. Amico dell'Arconati prima del 1821 
era entrato più tardi in parentela seco lui, poiché un 
fratello della moglie dell' Arconati stesso, il marchese 
Lodovico Trotti, aveva Sposato una figlia di Manzoni. 
L'ottimo Arconati non mancava ogni anno d'invitare 
me pure a passar qualche tempo alla sua campagna. 
Ora è facile l' immaginare come non dovessi farmi 
pregare quando sopratutto mi disse qual ospite avrei 
colà trovato. Il primo nostro incontro fu nel 1854. Ci 
voleva il suo tempo prima che divenisse famigliare con 
una persona che non conosceva, ma uomo del quale 
è realmente impossibile il dire se erano in lui supe- 
riori le qualità della mente o del cuore, quando co- 
minciava ad aver simpatia, ad entrare in dimestichezza 
era la più cara persona che è possibile l' immaginare. 
Di fondo ilare, era talvolta inesauribile nel raccontare 
aneddoti, sopratutto della rivoluzione di Francia della 
quale aveva conosciuto taluno dei corifei, e si può 
immaginare di quanto interesse era la sua conversa- 
zione, poiché alla vastissima dottrina, accoppiava un 
retto giudizio, uno spirito di osservazione caratteristico 
anche nelle sue opere. Ora la mia relazione con casa 
Arconati essendo intima, non durò a lungo che as- 
sunse questa natura anche quella con Manzoni. 

L 5 illustre uomo aveva le sue abitudini, fra le quali 



3 52 ALLEGATO III. 



talune per rispetti igienici, e fra queste la sua passeg- 
giata di un'ora precisa prima del pranzo, e di solito in 
Cassolnuovo si faceva dalle 3 alle 4. Ei doveva esser 
sempre accompagnato, era una necessità, solo non po- 
teva andare, ma non occorre il dire che non vi era 
mai difetto di accompagnatori. Io non mancava mai, 
di solito eravamo tre; rado di più, ma talvolta mi tro- 
vava esser solo. Quei giorni erano per me i più fe- 
lici. Oggi è tutto mio, diceva fra me e me. 

Or egli avvenne che nel terzo o quarto anno che ci 
trovammo e quando già si era in una relazione d'una 
amicizia famigliare, benevola, un giorno fossi solo ad 
accompagnarlo. Il territorio di Cassolnuovo è attraver- 
sato da un canale irrigatorio detto della Sforzesca perchè 
fatto scavare da uno dei duchi Sforza di Milano. Deriva 
l'acqua dal Ticino poco al disopra del gran ponte che 
un giorno costituiva il confine fra il regno Lombardo- 
Veneto ed il Piemonte. Quel canale reca la fertilità 
nel Vigevanasco. La passeggiata lungo il medesimo era 
una delle più favorite e quel giorno ci avviammo lungo 
le sue sponde. 

Il discosro cadde sugli avvenimenti del 5 agosto 1848 
in Milano. Conviene premettere che Manzoni era avi- 
dissimo de' particolari, anche i più minuti, di un fatto 
che molto l' interessasse. La parte che il dovere, il 
caso e la fortuna mi aveva imposto in quel giorno era 
stata piuttosto larga ; posso dire che dalle 9 del mat- 
tino a mezzanotte passata una commissione con inca- 
rico era succeduta all'altra, era passato per emozioni 
le più diverse, aveva visto scene e spettacoli strazianti 
ed ogni ora della terribil giornata, era rimasta profon- 



ALLEGATO III. 353 



damente impressa nella mia mente e parlava di quei 
fatti come fossero avvenuti pochi giorni prima ; fra gli 
altri, nella mia narrazione venni a quello cotanto ca- 
ratteristico, anzi il più grave, quello del Manifesto per 
riprendere le ostilità... Ma cosa mi dice? esclama desso 
quando gli narrai come l'avessi steso io ed in quali 
condizioni. Quando passeggiando seco si arrivava ad 
un punto del discorso che richiamava in modo spe- 
ciale la sua attenzione, si fermava, ed allora fu preci- 
samente il caso. Si fermò sui due piedi: Che mi dice? 
ripetè ancora una volta, scuotendo il capo e sorridendo 
per qualche istante; ma poi venne con una vera tem- 
pesta di interrogazioni intorno a quel Manifesto. Ri- 
messi in cammino continuammo a parlar sempre di 
quell'argomento. 

La cosa non mi fece allora gran senso, attesa come 
dissi la sua insaziabilità dei minuti particolari, tutta- 
volta mi pareva che quel racconto gli avesse fatto più 
impressione degli altri, e di quando in quando sorri- 
deva scuotendo la testa. 

La campagna del 1859 procurò, come è ben noto, 
la cessione della Lombardia al Piemonte. Io aveva ac- 
cettato d'andar a reggere la provincia di Sondrio e mi 
trovava colà verso la fine di quello stesso anno, al- 
lorché un giorno mi perviene una lettera da Milano 
che apro sbadatamente e mi casca sul tavolo un mez- 
zofoglio scritto ed anzi piuttosto sudicio ; parmi la mia 
scrittura, osservo meglio, ma questo, esclamo fra me r 
è il Manifesto del 5 agosto di Milano! allora guardo 
tosto da chi vien la lettera e vi trovo — Alessandro 
Manzoni; la lettera è tutta autografa. 

Ricordi, ecc. 23 



3 54 ALLEGATO III. 



Cosa provassi allora non saprei esprimere, divoro 
con febbrile impazienza la lettera. — Cominciava col 
rammentare come in una delle amene passeggiate di 
Cassolnuovo io gli narrassi la storia del Manifesto. Or 
bene quel manifesto era nelle sue mani, ed ecco come 
ne era venuto al possesso. 

Convien premettere che tosto che il 5 agósto 1848 
circa le io ant. ebbi consegnato al generale, mio su- 
periore quello scritto, fu immediatamente portato alla 
stamperia più vicina che era quella del noto Redaelli, 
in relazione con Manzoni anzi l'editore dei Promessi 
Sposi, illustrati. Per far presto a stampare divisero il 
foglio in due; la parte superiore andò perduta, ma l'in- 
feriore e più importante la conservò il Redaelli stesso 
che la regalò al Manzoni. — Ecco per qual via sem- 
plice e breve ei venne in possesso di quel foglio che 
alla sua volta egli regalava a me. 

Ora prego il lettore a considerare quale e quanta 
delicatezza vi era in quell'uomo e vi fu in quell'atto. 

Io non rammento bene se la nostra passeggiata 
avesse luogo piuttosto nel 1856 che 1857, certo in 
uno dei due anni. Nulla lasciò allora trapelare che 
fosse in possesso di quel foglio, benché mi tempestasse 
in quel modo di dimande, ed infatti qual valore aveva 
desso? Mi richiamava un momento dolorosissimo di 
una giornata terribile. Ma sì tosto la fortuna d'Italia 
cambiò le sorti della Lombardia, anche quei fatti, quei 
dolori cambiarono per così dire natura ; si potevano 
richiamare senza che il pensiero si arrestasse a loro, 
si confondesse colla nostra sconfitta coli' insuccesso 
del primo gran tentativo del 1848. 



ALLEGATO III, 35$ 



Ora questo foglio, pensò l'uomo dall'ottimo cuore, 
deve far piacere a Torelli e me lo invia con una let- 
tera che è uno dei più preziosi giojelli che si lasciano 
a' propri figli. 

Qui il lettore deve permettere che mi soffermi un 
istante anch'io sulla mia riparazione. 

L'atto delicatissimo del Manzoni e la sua lettera 
mi fecero una grande impressione. 

Non vi era punto preparato. Rammento che essendo 
in piedi dovetti sedermi; quivi come evocate a rassegna 
sfilarono avanti di me le rimembranze di quella fatai 
giornata, ma con altra veste, facendo diversa impres- 
sione delle tante volte che l'imaginazione anche suo 
malgrado aveva dovuto soffermarsi su di essa; rividi 
la scena pazza del mattino sulla via al mio arrivo in 
casa Greppi, la desolazione di Milano quando la prima 
volta traversai gran parte della città per recar ordini 
a Porta Romana per la ripresa d'ostilità del cui esito 
io non mi faceva illusione ; la scena sublime, ma su- 
blime quanto valore si può dare a questa parola, del 
podestà Bassi che si presenta a Carlo Alberto col volto 
alterato dal dolore perchè si pensasse bene se quella 
determinazione era possibile; sfilarono le scene succes- 
sive; quella della notte, la lunga corsa che stanco ed 
affranto mi toccò fare fuori di Porta Romana, tutto sfilò 
dirò ancora avanti a miei occhi; ma campeggiava su 
tutto quel Manifesto redatto con tanta buona fede, non 
parliamo da parte del compilatore ch'altro non era che 
un istrumento, un soldato obbediente come un monaco, 
ma del re Carlo Alberto che credeva possibile la di- 
fesa ed al quale si rinfacciò come un inganno. Quel 



3)6 ALLEGATO III. 



Re, martire della libertà ed indipendenza dell'Italia 
era spirato nel lontano esiglio del Portogallo senza 
che una speranza confortasse i suoi ultimi giorni. — 
Tutto quel cumulo di ricordi colla loro tinta sempre 
oscura in passato, già mi apparivano modificati dal 
gran fatto che aveva cambiato le condizioni della Lom- 
bardia, l'elemento vivificatore si era esteso a tutti ; ma 
per me pur eravi qualcosa di speciale; io poteva dire 
di aver sofferto più degli altri; qualche riparazione lo 
doveva anche a me la fortuna e si servì di Manzoni. 
Lessi, rilessi, contemplai a lungo que' cari caratteri le 
sue espressioni così benevoli, così sincere, e poi mi 
dissi: — Ebbi anch'io la mia riparazione. 

Oh perchè mai nulla di consimile potè avere quel 
grande sventurato che morì in Oporto? 

Ebbe avversa la fortuna, trovò ingiusti i suoi con- 
temporanei. — Quando la morte avrà spazzato anche 
gli ultimi di que' falsi patriotti che tanto amareggia- 
rono i suoi giorni e non rimarranno che posteri neu- 
trali, rammentino questi di tenere tanto più sacra e 
rispettata la sua memoria in quanto che hanno da ri- 
parare l'ingiustizia di molti dei loro padri. 



FINE. 



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1 voi. in -16 di xii- 38 pag » 2 — 

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1 voi. in- 16 di xxiii- 304 pag. col ritratto di R. Wagner. » 

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Leopardi. Milano 1881, 1 voi. in- 16 di vili- 69 5 pag. » 6 — 

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Note. Milano 1876, 1 voi. in -8 di 146 pag. ...» 3 — 

— Delle condizioni intellettuali d'Italia. Milano 1878, 

1 voi. in- 16 di 207 pag » 3 — 



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